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"Libera nos a malo" di Luigi Meneghello

Marina Monego
(15.05.2007)

LIBERA NOS A MALO di LUIGI MENEGHELLO

“Sti ani antichi – co i copava i Peòci coi pichi”.

(“Questi anni antichi – quando si ammazzavano i pidocchi col piccone”)



Malo è un paese del vicentino, il cui nome si presta al gioco di parole del titolo.
Malo è il luogo natio di Meneghello, è un microcosmo ricco di usanze, personaggi, aneddoti, storielle, filastrocche, modi di dire, nel quale anche questi fantomatici antichi col piccone, frutto d’invenzione, acquistano una loro dignità, perché sono esistiti nella fantasia del popolo.

Prendendo avvio dai ricordi della sua infanzia, Meneghello ricostruisce la vita di un intero paese veneto nel periodo compreso tra gli anni Trenta e il dopoguerra. Non si tratta di un libro di memorie autobiografiche in senso stretto, ma di un’operazione culturale accurata e precisa, di ampio respiro, che comprende sia la dimensione socio-antropologica che quella linguistica.

“Libera nos a malo” è il lavoro di un letterato, di uno studioso della lingua che, legato affettivamente alle proprie origini paesane, sa investigarle con un vivacissimo senso dell’umorismo che sembra provenire dai molti anni che l’Autore ha già trascorso in Inghilterra prima di scrivere questo libro (che esce nel 1963, già nel primissimo dopoguerra Meneghello aveva compiuto di dis-patrio, ricercando all’estero un ambiente culturale più aperto).

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Opera di Hiko Yoshitaka

Nessun aspetto della vita di Malo viene tralasciato dall’Autore: costumi sessuali, vizi e virtù, usi religiosi, rapporto col lavoro e con le donne, legami d’amicizia realizzati soprattutto attraverso la “Compagnia”, attività economiche, paesaggi.

A sottolineare i fatti vi sono le vicende della sua famiglia e una folla di personaggi dalle caratteristiche più varie, che danno a “Libera nos a malo” i tratti di un’opera corale, che non scende però nel bozzettismo naturalistico o nel folclore, semmai i tratti sono quelli di un lavoro documentaristico, di una testimonianza colorita presentata con gusto, arte e spirito critico.

La distanza – cronologica e spaziale – da Malo ha dato i suoi frutti, si percepisce che l’Autore ha molto amato il suo paese, dove è cresciuto e si è formato, ma è stato capace di respirare altra aria, è maturato, è andato via e poi ritornato, questo gli consente di avere una prospettiva disincantata verso la terra natale e i suoi difetti, le sue ipocrisie.

La lontananza scarnifica e dunque Meneghello sa che a Malo l’onestà è considerata un lusso ammirevole e poco saggio, poiché ciò che vale è l’interesse. Vige la logica dell’arrangiarsi verso qualsiasi ente pubblico e verso gruppi familiari estranei.

Gli stessi vizi canonici sono considerati non concetti morali, ma tratti psicologici, mentre la religione è impastata di paura dell’inferno – unico dato sicuro – e norme non necessariamente comprensibili. Di fatto si riduce, nella coscienza popolare, a una serie di regole. Devozioni, rosari, novene e giaculatorie sono lasciate al monopolio di donne e bambini, gli uomini se ne tengono ben lontani.

Chiunque abbia avuto modo d’incontrare la mentalità del Nord-Est, soprattutto periferica, si renderà conto che le affermazioni di Meneghello colgono perfettamente nel segno e manifestano concetti molto radicati.
Significativo il rapporto col lavoro, elevato ad autentica religione.

“Bisogna lavorare non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre, magari con pause, interruzioni e rallentamenti, però in continuazione e senza orario, più o meno da quando si alza il sole fino a notte; bisogna lavorare da quando si è appena finito di essere bambini (e le bambine nelle case anche prima) fino a quando si è già vecchi da un pezzo; bisogna lavorare quando si è così poveri che lavorando sempre si arriva appena a sopravvivere, e anche quando si è meno poveri, e si potrebbe lavorare meno”. (pp.109-110)



A lavorare più di tutti sono le donne, che conducono un’esistenza molto dura, spesso ai margini della società. Emblematica nella sua tragicità la figura della Cattinella, sposata in chiesa prima del Concordato, abbandonata incinta, finisce a fare la serva presso la famiglia dell’Autore per mantenere il suo bambino che, una volta diventato ragazzo, morirà partigiano.

In questa società maschilista le donne si difendono come possono, magari con colorite risposte ai mariti e ai fidanzati.

Ogni ricordo di Meneghello viene supportato da fatti e personaggi, la memoria trova sostegno in studio e ricerca e quel paese antico sembra essere più vero e autentico di quello attuale, è un luogo a misura d’uomo, perché costruito artigianalmente fin negli oggetti d’uso quotidiano.

“Le cose del nostro mondo ce le facevamo dunque noi stessi, molto più di adesso; le idee venivano bensì da fuori, ma si assimilavano profondamente attraverso il lavoro diretto. Tutto era umanizzato in questo modo”. (p.114)

Persino il rapporto con la morte è naturale, l’Autore bambino assiste alla dipartita del nonno, una “morte patriarcale senza malattia” (p.128), è un normale avvicendarsi, una cerimonia collettiva ambientata in casa alla presenza di parenti e vicini, che insieme possono elaborare il lutto.

Le ultime pagine sono dedicate alla guerra, alla Resistenza, della quale trapela qualche episodio (il libro dedicato a quest’argomento è “I piccoli maestri”) e al dopoguerra, quando il paese cambia, vecchie usanza spariscono, l’Autore e i suoi coetanei crescono, si disperdono per poi ritrovarsi periodicamente a ricordare con una punta di nostalgia.

Meneghello è un narratore originale, non lo accosterei a forme di neorealismo, quanto piuttosto – volendo fare un paragone cinematografico – al Fellini di “Amarcord” per la ripresa delle proprie radici venata d’ironia e di dolcezza allo stesso tempo e per le figure spesso stravaganti che emergono dalle sue pagine.
Echi di Meneghello si possono cogliere ne “La ladra di pannocchie” di Troisio, romanzo che però ha anche altri respiri narrativi, o in certi racconti di Corona, molto sensibile al recupero della vita di paese, della quale accentua gli elementi etilici. Corona manifesta comunque un maggiore interesse naturalistico e non compie ricerche sul dialetto.

Veniamo così ad un aspetto interessantissimo del lavoro di Meneghello: l’uso della lingua in “Libera nos a malo”, lingua che unisce un italiano colto a termini dialettali, inglesi e latini.

Il notevole apparato di note al testo indica gli studi compiuti dall’Autore, che così chiosa:

“Non mi sono proposto però né di tradurre né di riprodurre il dialetto; invece ho trasportato dal dialetto alla lingua qualche forma e costrutto là dove mi pareva necessario, e sempre col criterio che questi miei “trasporti” nel loro contesto dovessero riuscire comprensibili al lettore italiano”. (p.283)



Se il latino testimonia gli studi classici compiuti dall’Autore (e divertenti sono le storpiature di questa lingua create dalla pronuncia paesana); se l’inglese serve a sintetizzare alcuni concetti e mostra l’aquisita apertura culturale; il dialetto è la “realtà pratica”.

“Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quanto se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C’è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended, presa coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua. Questo vale sooprattutto per i nomi delle cose.

Ma questo nòcciolo di materia primordiale (sia nei nomi che in ogni altra parola) contiene forze incontrollabili proprio perché esiste in una sfera pre-logica dove le associazioni sono libere e fondamentalmente folli. Il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altri versi follia”
. (p.37)



Nel dialetto parola e cosa coincidono immediatamente, recuperarlo è salvare un mondo. Meneghello ritiene che l’italiano sia una lingua eminentemente letteraria, non parlata, mentre la materia dialettale influenza tutti, anche coloro che non sono popolani.

Il dialetto – e la mimica ad esso correlata – ha una ricchezza straordinaria, che può far virare la narrazione sia verso l’elegia che verso l’umorismo.

“In paese, l’elaborazione riflessa dell’esperienza è parlata e soprattuto mimata, […] Il suo genere quasi unico è il riso, la rappresentazione comica della vita: ma in questo campo ha un’efficacia, una duttilità, una ricchezza, che per contrasto fanno apparire scipite e stentate molte parti analoghe della letteratura corrente. […]

Il comico esplode come forma stessa delle cose: ma è una forma che naturalmente non si può riprodurre per iscritto, non si può conservare altro che per trasmissione orale e diretta a un determinato pubblico”
. (p.252)

Con la sua rivisitazione Meneghello recupera solo una parte di quel patrimonio destinato a scomparire nella progressiva omologazione culturale.




EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE



Luigi Meneghello (Malo-Vicenza 1922), scrittore italiano. Ha studiato Filosofia all’Università di Padova. Dopo l’8 settembre partecipa alla Resistenza e aderisce al partito d’Azione. Nel 1947 si trasferisce in Inghilterra, dove fonda e dirige la cattedra di letteratura italiana presso l’Università di Reading.

Dal 1980 divide il suo domicilio tra Reading e Thiene, dove nel 2000 si trasferisce definitivamente dopo la morte della moglie.

Sua opera prima è ”Libera nos a Malo” (1963), cui seguono “I piccoli maestri” (1964, ed. riveduta 1976), “Pomo pero” (1974), “Fiori italiani” (1976), “Bau-sete” (1988), “Il Dispatrio” (1994). Ha scritto anche vari saggi che contengono elementi autobiografici e studi sulle tradizioni dialettali: “Jura” (1987), “Maredè Maredè” (1991). Negli ultimi anni Meneghello ha pubblicato tre volumi di “Carte”, che raccolgono i suoi appunti dagli anni Sessanta a oggi. Il volume “Trapianti” comprende una serie di traduzioni poetiche dal’inglese al dialetto vicentino.

Nel 2002 il regista Mazzacurati e l’attore Marco Paolini gli hanno dedicato il film “Ritratti”, frutto di una conversazione con Meneghello svoltasi in tre giornate, durante le quali lo scrittore rievoca le vicende della sua vita.



Luigi Meneghello, Libera nos a malo, Milano, Mondadori 1996. Introduzione di Domenico Porzio.


Approfondimento in rete: http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Meneghello

Sul film: http://www.jolefilm.com/files/index.cfm?id_rst=42&id_elm=247



Marina Monego, aprile 2007

Prima pubblicazione su lankelot.eu


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