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La storia infinita del caffè

Paolo Pianigiani
(25.10.2009)

"Il caffè giunge nello stomaco e tutto si mette in movimento: le idee avanzano come battaglioni di un grande esercito sul campo di battaglia; questa ha inizio. I ricordi arrivano a passo di carica come gli alfieri dello schieramento, la cavalleria leggera dei paragoni si fa avanti impetuosa con splendido galoppo. Ecco l’artiglieria della logica con carriaggi e cartucce. I pensieri geniali e subitanei si precipitano nella mischia come tiratori scelti."

Honoré de Balzac 

Cosa c’è di meglio per mettere in moto i pensieri, di una tazzina di caffè, come lo facciamo da noi, con la perfezione e la manìa delle cose importanti e sacre, con il raggiungimento del limite estremo del piacere, che ha il semplice nome di "espresso"? Ma per arrivarci ci sono voluti, attraverso gli anni e nell’ordine, i pastori etiopi, l’arcangelo Gabriele, l’assedio di Vienna, i veneziani, il tutto mescolato con cura dal genio degli uomini. Il fatto cominciò, narrano le leggende, con un pastore dell’altopiano etiopico, di cui si tramanda il nome: Kaldi. Si accorse che le sue capre (o saranno state pecore?) si cibavano di certe bacche rosse, dopo di chè sembravano più arzille del solito. Ne portò un pò, di quelle palline sconosciute, ai monaci di un vicino convento. Credendole figlie e invenzioni del demonio, i buoni monaci le buttarono subito nel fuoco purificatore. Ma il profumo che subito si alzò al cielo li convinse che non poteva trattarsi che di un dono divino. Presto impararono a tostare quei frutti e da lì gli infusi, le polveri e i primi bricchi fumanti. Una storia araba, di contro, parla invece di Maometto e del caffè. Gli fu portato dall’arcangelo Gabriele in persona (quello dell’annuncio a Maria), in un momento di stanchezza, nel mezzo di un digiuno di preghiera.

Dopo aver bevuto o mangiato i chicchi (qui la storia non è precisa) il Profeta riuscì a disarcionare quaranta cavalieri e rendere felici quaranta donne. Certamente non recitando loro (alle signore) le sure del Corano...
Il nome del caffè, dopo un primo tentativo di collegamento con Kaffa, una regione dell’Etiopia, viene invece oggi fatto derivare dal termine arabo “quahwa”, che sta per "bevanda fatta con vegetali". L’arrivo ufficiale qui da noi vien farro risalire all’assedio di Vienna da parte dei Turchi, e siamo nel 1683. Dal momento che la spuntarono i nostri, gli assedianti si diedero a precipitoso fugone generale, lasciando nei magazzini delle tendopoli, oltre al resto, anche 500 sacchi di caffè pronto alla macina. Questi sacchi finirono nelle mani di un polacco, certo Kolshitzky, che provvide subito, e qui sta la trovata geniale, ad innovare la tecnica turca, utilizzando gli appositi filtri e addolcendo l’amarissima bevanda con il miele. Dall’Europa, dove l’uso si diffuse velocemente, la nuova bevanda ritornò da dove erano arrivata, e l’uso del caffè all’europea conquistò il mondo islamico, si insinuò nelle “qahveh khaneh”, che adesso sono le caffetterie, e poco dopo entrò trionfalmente anche nelle case, dove ne fu consentito, mirabile a dirsi, il consumo anche alle donne.

Un’altra fonte storica, invece, vede protagonisti i mercanti veneziani che, a partire dal 1615, importarono il caffè in Europa per venderlo, dapprima, in molte farmacie come “medicinale miracoloso” e poi come bevanda da sorseggiare con gli amici. Infatti, attorno al 1624 furono i veneziani a imparare l’arte della tostatura, poi affinatasi nelle “Botteghe delle Acque e dei Ghiacci”, dove tradizionalmente si servivano bibite a base di acqua e ghiaccio, ma che intorno al 1645, non a caso cominciarono a chiamarsi “Botteghe del Caffè”. Il consumo della bevanda si estese ben presto a tutta l’Europa: la città lagunare divenne la fonte di approvvigionamento della materia prima per i paesi limitrofi. Ma ora basta, si accendano i fornelli, si prema la sacra polvere, si aspiri il primo aroma, si beva il caffè: che ha da essere, come disse Talleyrand:

Nero come il diavolo,

caldo come l’inferno,

puro come un angelo,

dolce come l’amore.

Ma..., mi diranno i lettori più pessimisti, l’amore a volte non è proprio dolce...

Nel caffè si fa presto, ci si mette più zucchero; per l’amore, invece, non c’è nulla da fare: o si sopporta con pazienza tutta cristiana o si cambia... la caffettiera!





Fotografie di Alena Fialová



15 giugno 2007


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