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L’abduzione come terzo elemento assieme alla deduzione e alla seduzione.

Il pragmatismo intellettuale

Mario Boetti

Il pragmatismo di Peirce senza più l’ideologia americana, ovvero il pragmatismo restituito alla sua intellettualità.

(12.05.2005)

Allo stesso modo con cui il volgo separando il fulmine dal suo bagliore ritiene quest’ultimo un fare, una produzione di un soggetto che viene chiamato fulmine, così la morale del volgo tiene anche la forza distinta dalle estrinsecazioni della forza, come se dietro il forte esistesse un sostrato indifferente, al quale sarebbe consentito estrinsecare la forza oppure no. Ma tale sostrato non esiste: non esiste alcun "essere" al di sotto del fare, dell’agire, del divenire; colui che fa non è che fittiziamente aggiunto al fare - il fare è tutto. Il volgo, in fondo, duplica il fare; allorché vede il fulmine mandare un barbaglio, questo è un far-fare: pone lo stesso evento prima come causa, e poi ancora una volta come effetto di essa.
(Friedrich Nietzsche, Genealogia della morale, 1887)

Il mio libro è scritto per coloro che sono bramosi di scoperte; quelli invece che vogliono la filosofia scodellata, possono rivolgersi altrove. Grazie a Dio, esistono a ogni cantonata bettole che smerciano pappa filosofica!
(Charles Sanders Peirce, lettera a William James)

Contrariamente a ciò che ha detto William James, non credo che vi potrebbe essere una qualche continuità come lo spazio, perché lo spazio, sebbene possa forse apparire in un solo istante in una mente educata, non mi pare che possa manifestarsi senza tempo.(Charles Sanders Peirce, Collected Papers, 2-85)

Il movimento moderno noto come pragmatismo è, in larga misura, il risultato del fraintendimento di James nei confronti di Peirce.(R. B. Perry, The Thougth and Character of William James, 1935)

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Paolo Pianigiani, "Rosso fuoco", tecnica mista, 2004

Nell’anno 1957 un episodio di un valore scientifico certamente non rilevante ebbe pesanti ripercussioni politiche all’interno della società americana. Fu l’anno in cui un satellite artificiale (lo Sputnik) venne mandato in orbita da alcuni scienziati russi che con questo gesto anticiparono un analogo progetto tecnologico americano.

Questo episodio sancì per la cultura americana non solo la perdita del primato tecnologico-scientifico rispetto all’Unione Sovietica, ma anche la fine di un programma che per mezzo secolo aveva caratterizzato ciascun aspetto della sua società. Sul versante sovietico la cosiddetta destalinizzazione da parte di Krusciov (1956) si era appena avviata e qualche anno dopo - con il muro di Berlino (1961); con la faccenda dei missili a Cuba (1962); ma specialmente con la politica estera del neo-presidente Johnson succeduto alla Casa Bianca dopo l’assassinio di Kennedy - ebbe inizio anche la guerra fredda.

Ma proprio sul versante americano, nel 1959 ci fu la famosissima conferenza di Woods Hole in cui una trentina di studiosi di varie discipline decretarono l’accantonamento definitivo delle tesi pragmatiste.

Nei cinquant’anni che precedettero questi accadimenti, in America risultava appunto dominante per la ricerca scientifica la cultura pragmatista, una cultura che aveva le sue radici teoriche certamente in Charles Sanders Peirce, ma di fatto, l’annacquamento, la semplificazione e la schematizzazione pedagogiche, psicologiche e semiotiche da parte di alcuni autori, portò il pragmatismo originario a mostruosi compromessi in ragione di una common ground che generò l’avvio di psicologie e pedagogie comportamentiste impregnate di spiritualismo. Ma allora cosa è stato accantonato veramente in quella fatidica conferenza in favore del moderno rampante cognitivismo?

È noto che le prime tesi pragmatiste incominciarono a precisarsi nell’ambito di quel laboratorio intellettuale, fondato da Peirce nel 1871 a Cambridge, che fu il Metaphysical Club. Alle discussioni partecipavano, oltre a Peirce, William James, Francis Abbot, Chauncey Wright e altri. Poi nei successivi anni, dagli albori del XX secolo in avanti, altri autori interessati in modo particolare al pragmatismo comparvero sulla scena intellettuale americana.

I principali furono George Herbert Mead, Charles Morris e John Dewey.
Ma già con l’empirista radicale e psicologo James qualcosa delle tesi pragmatiste viene travisato se non addirittura stravolto. A tal punto che Peirce stesso si trova, non senza ironia, a asserire:

La parola "pragmatismo" [...] il famoso psicologo James è stato il primo ad adottarla malgrado qualche differenza[...]. Ma ora la parola "pragmatismo" comincia ad apparire qua e là sulle riviste letterarie, sfruttata senza pietà. [...] Per non debordare, come gli è già occorso, dalle buone maniere anglosassoni, chi scrive, trovando il suo marmocchio così cresciuto, si è deciso a dare il bacio d’addio al suo bambino e ad abbandonarlo al suo più alto destino; mentre, al preciso scopo di esprimere la propria definizione originale di "pragmatismo", chiede di poter annunciare la nascita della parola "pragmaticismo", che è abbastanza brutta da essere al riparo dai rapitori di bambini. (Collected Papers, 5-414).

Mentre Peirce ipotizza il fissarsi delle credenze per lo stabilirsi di un abito - accorgendosi tuttavia di non poterne formalizzare la teoria in quanto esposta costantemente a nuove formulaziomi e corollari -, James nella Volontà di credere (1897) assume già per acquisite le credenze, stabilendo che soltanto quelle utili diventano vere, in quanto utili all’azione. Per James, sulla scorta di Bergson, il pragmatismo è un ponte verso lo spiritualismo, dove un universo pluralistico e progressista (chiamato multiverso) viene concepito "secondo un’analogia sociale".

Secondo lo psicologo americano in certi casi, addirittura, la verità di una credenza si fonda sulla stessa volontà di crederci. È lungo questo enunciato che possiamo intendere l’orientamento religioso calvinista e tutt’altro che scientifico di James.

Affascinato dalla psicopatologia di stampo francese, da Charcot a Janet, influenzato dall’evoluzionismo darwiniano , James era convinto che l’oggetto della psicologia fosse la persona considerata nel suo rapporto con l’ambiente in vista di un adattamento. Ma ecco una tesi di James nel saggio Pragmatismo del 1907 che precorre di oltre vent’anni il neoempirismo del Circolo di Vienna :

Le idee vere sono quelle che possiamo assimilare, convalidare, confermare e verificare. False sono quelle per cui non possiamo fare altrettanto [...] La verità di un’idea non è una sua stagnante proprietà. Un’idea diventa vera, "è resa" vera dagli eventi. La sua verità "è" di fatto un avvenimento, un processo: il processo, più esattamente, del suo verificarsi, la sua "verificazione". La sua validità è allo stesso modo il processo della sua "convalidazione".

Ecco Moritz Schlick, Circolo di Vienna, Significato e verificazione, 1936:

Stabilire il significato di un enunciato equivale a stabilire le regole secondo cui l’enunciato va usato, e questo, a sua volta, è lo stesso che stabilire la maniera in cui esso può essere verificato (o falsificato). Il significato di una proposizione è il metodo della sua verificazione.

Con George Herbert Mead, collega di John Dewey all’università di Chicago, si raggiunge il punto nodale della nozione di esperienza come correlazione strutturale tra l’individuo e la società. Il pragmatismo viene applicato alla psicologia sociale e/o comportamentista, costantemente a mollo nell’antropologismo. Ecco cosa scrive in Mente, Sé e Società:

Non si può tracciare una linea nettissima tra la psicologia sociale e la psicologia individuale. La psicologia sociale è interessata specialmente all’effetto che il gruppo sociale possiede nella determinazione dell’esperienza e della condotta del membro individuale. [...] Perciò noi troviamo una definizione del campo della psicologia sociale nello studio dell’esperienza e del comportamento dell’organismo individuale o del "Sé" in funzione del gruppo sociale a cui questo appartiene.

Per Mead il , composto dal Me e dall’Io (il loro rapporto formerebbe la personalità), è un prodotto sociale. Invece di costituirsi come condizione - come sembiante, come oggetto nella parola - secondo Mead il Sé si svilupperebbe solo dopo che l’uomo ha interagito attraverso un linguaggio con i suoi simili.

Ma se la nozione di esperienza con Mead deve risultare condivisibile in funzione di un controllo sociale, con il migliorista Dewey diviene impersonale. L’esperienza "ha i suoi tratti propri, oggettivi e definitivi, i quali possono essere descritti senza alcun riferimento all’io, precisamente come la casa è fatta di mattoni, è di otto stanze ecc., senza riguardo per colui a cui appartiene. L’esperienza è una serie grezza di faccende, con le loro caratteristiche proprietà e relazioni, si verifica, accade, ed è quello che è. (J. Dewey, Esperienza e natura, 1948)". Scrive Peirce:

Si potrebbe scrivere un libro per indicare i più importanti principi-guida del ragionamento. [...] Ma fate che un uomo si avventuri in un campo non familiare, o nel quale i suoi risultati non sono continuamente controllati dall’esperienza, e tutta la storia è lì a mostrarvi che l’intelletto più vigoroso perderà spesso la bussola e sprecherà i suoi sforzi in direzioni che non lo avvicinano alla sua meta, quando non lo sviano del tutto: è come una nave in alto mare a bordo della quale nessuno conosca le regole della navigazione. (C. P. 5-368).

Oggettivando l’esperienza per renderla condivisibile Dewey fa rientrare dalla porta quello che dell’empirismo inglese aveva espulso dalla finestra, cioè se si possa o meno imparare dall’esperienza. L’esperienza certamente non è accumulazione di dati o registrazione di eventi, non riguarda pertanto nessuna presunta conoscenza o coscienza. Ma secondo Dewey diviene memento per gli umani di affermazione di un naturalismo fin troppo ancorato a leggi evoluzionistiche.

Non si può imparare dall’esperienza, ma l’esperienza per imparare, in quanto originaria e in quanto scevra di ciò che gli umani costantemente gli attibuiscono, cioè l’oscillazione tra il positivo e il negativo, tra la bella e la brutta esperienza.
Ma probabilmente ciò che distanzia maggiormente Dewey e James dal pragmatismo originario è il concetto di migliorismo. Il migliorista, che non è né pessimista né ottimista, sa qual’è la realtà anche se non è mai decisa una volta per tutte, e gli uomini si trovano nella condizione di migliorarla attraverso continue riorganizzazioni.

Dunque non c’è il migliore dei mondi possibili, ma anche in questo caso di oggettivazione del mondo, il "pragmatista" deweiano si trova nella possibilità di renderlo più a misura d’uomo, gettando le basi a qualsiasi strumentalizzazione politica e sociale per la produzione del bene comune. Di qui il programma pedagogico e scolastico che porterà Dewey a accogliere tout court le tesi del New Deal roosveltiano, sullo sfondo ideale di una società democratica. Ma ecco come Peirce sfata qualsiasi pretesa deterministica e progressista affermando la contingenza pragmatica:

Un evento A può, per forza bruta, produrre un evento B; e poi l’evento B può a sua volta produrre un terzo evento C. Il fatto che l’evento C sta per essere prodotto da B non ha alcuna influenza sulla produzione di B da parte di A. È impossibile che debba averla, dal momento che l’azione di B nel produrre C è un evento futuro contingente al momento in cui B è prodotto. (C. P. 5-472).

Con Charles Morris si compie l’ultimo e decisivo passo verso il comportamentismo - critica peraltro ribadita più volte anche dal suo più insigne allievo Thomas Sebeok. Certamente il trivio della semiotica inventato da Peirce e le sue tricotomie (la più famosa è quella di Icona, Indice e Simbolo) trova ampio utilizzo in ambito linguistico.

Tuttavia combinare la semiotica e la linguistica con la biologia naturalista, come fa Morris, vale a affermare una zoosemiotica animalista, gettando le basi di una linguistica strumentale.

Chomski con la sua grammatica, Austin con i suoi performativi e Searle con la sua intenzionalità derivata hanno certamente attinto alla semiotica di Morris, dove quest’ultimo afferma che le espressioni linguistiche non devono essere considerate per se stesse, bensì ricondotte a comportamenti umani. Qui la valorizzazione pragmatica di Morris combina l’onnipresente neopositivismo logico al carro del behaviorismo dello psicologo Watson. Scrive Morris in Segni, linguaggio e comportamento, 1946:

Pragmatica è la parte della semiotica che esamina l’origine, gli usi e gli effetti dei segni in rapporto al comportamento in cui essi hanno luogo; la semantica tratta della significazione dei segni, di tutte le diverse maniere di significare; la sintattica si occupa delle combinazioni dei segni, prescindendo dalle loro specifiche significazioni e dalle loro relazioni con il comportamento in cui hanno luogo.

Con Morris la semiotica diviene la scienza dei comportamenti segnici dove l’esistenza di un mondo naturale fornisce la prova denotativa dei segni. Ecco un altro passo tratto da uno scritto del 1948, L’Io Aperto (The Open Self):

L’uomo è l’unico essere che vive nella misura in cui vive in un mondo di segni. Questo è il mare in cui nuota il pesce umano, questo è il suo elemento naturale. Altri animali sono indubbiamente sensibili a certe cose come segni di altre cose, ma ciò che per essi è casuale e episodico, per l’uomo è essenziale e costante. Mentre altri organismi si muovono a seconda dei segni che il mondo procura, l’essere umano si trasforma e trasforma il mondo per mezzo dei segni che egli stesso produce. [...] La misura dei suoi segni è la misura della sua libertà.

Curiosamente, in tutti questi scritti scompare il riferimento preciso, introdotto da Charles Sanders (Santiago) Peirce, senza il quale non si può parlare di pragmatismo, cioè l’abduzione.

Negli anni settanta del XX secolo venne introdotto il termine Serendipity, cioè, come scrive J. Monod, "l’abilità di prestare attenzione alle stranezze, alle piccole cose strane che capitano nel corso degli esperimenti".

Il suddetto termine giustificherebbe la formulazione di ipotesi che vanno oltre e contro il senso comune. Questo neologismo fu coniato dal nome Serendip, l’isola di Ceylon, l’attuale Sri Lanka, sulla scorta di un racconto del Settecento, I tre principi di Serendippo, nel quale viene descritta la straordinaria destrezza dei tre figli del re dell’isola nello scoprire cose che non cercavano.

L’esempio classico in ambito scientifico è la cosiddetta scoperta della penicillina da parte di Fleming. Ma ciò non rende giustizia all’opera di Peirce, un autore le cui tesi pragmatiste certamente non vennero abbandonate in quella fatidica conferenza del 1959, in quanto non furono mai assunte, e se mai lo furono vennero di certo travisate.

Perché sia fatta una lettura che tenga conto del testo di Peirce nella sua formulazione originaria, anche alla luce della psicanalisi, occorre leggere le opere di Armando Verdiglione.

Soltanto la cifrematica, la scienza della parola, offre la chance di una lettura che tenga conto dell’originario senza nessun omaggio all’epoca. Soltanto la cifrematica rilancia la psicanalisi come esperienza originaria della parola e l’abduzione come terzo elemento assieme alla deduzione e alla seduzione. Ma questa è già un’altra storia.

Settembre 2004

Mario Boetti è cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale
"L’Arca della parola" di Bologna.


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