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Comesarebbaddì

Si fa presto a dire bischero

Paolo Pianigiani
(14.10.2007)

Tutti lo dicono e tutti se lo sono sentito dire:



Tu ssei un bischero! Che discorsi a bischero tu ffai! O Bischeraccio!

Offensivo sì, ma fino ad un certo punto; simile un pò, anche nel suo significato quasi erotico, ai milanesissimi "pirla" o "pistola", o al genovese "belìn".

Per qualcuno deriva dalla chiavettina che regola gli strumenti a corda, per altri dal bischero di padule, che è quell’arbusto che cresce sulle sponde delle paludi, o dei fossi d’acqua ferma, che avendo il peso sulla sua estremità, è sempre in continuo ondeggiamento, per cui ogni piccola ventata lo muove, come il bischero che si lascia convincere dal primo venuto, senza valutare "con la zucca" sulle spalle. Quindi, anche se usato in maniera scherzosa ed abbastanza colloquiale, significa stupidotto, scemotto, quando non significhi qualcosa di peggio: dipende dal tono di voce che viene usato, e dal contesto in cui viene detto.

Di conseguenza il termine bischerata significa che si è fatto un qualcosa senza pensarci troppo su, ed il risultato è stato chiaramente fallimentare, come del resto sarebbe stato lecito attendersi, se solo ci avessimo pensato un poco prima di agire. Qualche altro esempio applicativo? Eccone alcuni:

Andare (o fare qualcosa) a bischero sciolto: essere in preda a comportamento sconsiderato ed esserne pure contenti.

Avere i’ bischero pe’ i capo: quando la sensazione di cui sopra dura per più d’un quarto d’ora.

Bischeraccio: personaggio bonario, un po’ indolente, lento di riflessi. Ma quasi simpatico.
La ragione è de’ bischeri: verità assoluta, diffidare sempre di chi ci dà ragione e poi fa come gli pare.

Tre volte bòno vor di’ bischero: essere troppo buoni rende esposti alle fregature, che arriveranno, state tranquilli, immancabili come le tasse di Padoa Schioppa!

Tutte le mattine s’alzano un furbo e un bischero: se s’incontrano l’affare è fatto: variante della solita legge del menga e prima regola degli affari destinati a finir male.

Ma vediamo qual’è la più probabile origine storica di questa toscanissima parola.

Siamo a Firenze, in pieno medioevo. Il comune aveva deciso la costruzione di quello che sarebbe diventato una delle meraviglie del mondo cristiano, il Duomo: la chiesa di Santa Maria del Fiore, con la celeberrima cupola autoportante e immensa del Brunelleschi.

Era necessario ampliare lo spazio da dedicare al Duomo, quello occupato dalla vecchia e precedente chiesa di Santa Reparata non bastava più. Si chiese il terreno necessario ai proprietari delle case vicine, proponendo in cambio i necessari "fiorini". La famiglia dei Bischeri possedeva alcune case nella zona rimasta ancora oggi indicata e visibile per mezzo di un cartello (Canto dei Bischeri), cominciò a tirare sul prezzo, a voler di più di quanto era stato offerto. Una notte scoppiò un incendio che distrusse tutte le loro case, costringendoli ad accettare una somma di molto inferiore rispetto a quella proposta. Un’altra fonte dice addirittura che le autorità, irritate per l’atteggiamento troppo rigido dei Bischeri, decretarono l’esproprio, a costo nullo o quasi. Da lì i fiorentini, popolo quanto mai irridente coi ricchi e i potenti, identificarono il nome della famiglia con l’appellativo rimasto nei secoli: che bischeri!

Furono costretti, questi nobili e poco avveduti signori, a sparire e a cambiare il nome; sembra che lo facessero, questa volta, dopo averci pensato bene: si chiamarono, in maniera beneaugurante e ottimista, Guadagni.

E c’è ancora la possibilità di farci sopra una bella risata: il palazzo Guagagni Strozzi, appartenuto ai Bischeri e posizionato sempre dirimpetto al Duomo, è stato acquistato dalla Regione Toscana nel 1989. Dopo gli opportuni restauri sarà nel breve occupato dallo stato maggiore di chi comanda: il presidente Martini e compagnia presto avranno i nuovi uffici nel Palazzo dei Bischeri.

Dio, da lassù, ce la mandi bòna: e senza vento!


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19.05.2017