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Africa Today

Lara-Vinca Masini
(29.09.2007)

Ho già presentato, secondo uno sguardo “trasversale” (mi si perdoni l’ uso di un termine oggi, direi tristemente abusato) la mostra “Africani in Africa”, organizzata a Firenze da Luca Faccenda e Marco Parri nel 2004: denunciavo, allora, la colonizzazione che l’ Occidente ha sempre esercitato nei confronti dei paesi non occidentali. (“Africa… terra di conquista, se militare, economica, culturale, non ha poi tanta importanza. Una volta” aggiungevo “lo è stata anche l’ America, oggi il più grande impero del mondo e, certo, il più grande conquistatore”. E citavo la colonizzazione inglese nei confronti degli Aborigeni australiani (con un’ arte che niente ha certo da invidiare a quella occidentale, di cui si è vista, a Firenze, una bellissima mostra, pure ordinata da Faccenda e Parri), espressione di una straordinaria, poeticissima civiltà, che sono stati ormai quasi annientati dall’ introduzione dei mezzi di consumo - e di degrado, -whisky, droga, armi…- gli stessi che, a suo tempo, avevano totalmente annientato la ricca tradizione degli indiani americani. Ricordavo anche come lo sfruttamento del nostro Occidente globalizzato sia arrivato, recentissimamente, a colpire gli americanissimi graffitisti, giovani neri e portoricani del Bronx, che avevano tentato, con le loro “tags” nere, una sorta di rivincita culturale contro la cultura dominante dei bianchi, sfruttati dall’economia “culturale”(!) del sistema dell’arte, quando c’ è stato bisogno di un ricambio contro il calo di interesse (economico), finché non ha distrutto quasi del tutto quella loro ingenua carica innovativa. Se si aggiunge poi il mercato delle armi, il controllo del petrolio, la pretesa di “esportare” la democrazia…. Le cose, almeno in Italia, mi sembra siano un po’ cambiate: vedo un maggiore, più responsabile e rispettoso interesse da parte delle Istituzioni verso etnie diverse da quelle occidentali - uso volontariamente il termine etnie -.

Seguo, peraltro, con attenzione mostre come questa, perché si impostano su premesse che non sono di sfruttamento degli artisti (ovviamente quello degli organizzatori è anche un lavoro, non un’opera pia, e certamente ne devono trarre anche un loro vantaggio), ma prima di tutto di promozione, fondata su una ricerca che non è, da parte dei nuovi artisti, di mèra ripetizione di schemi tradizionali da gettare banalmente sul mercato, ma di una autonoma espressività con la quale essi, rifacendosi alla propria, profonda cultura atavica e alla propria antichissima tradizione, cercano di confrontarsi col contemporaneo e di mettersi, legittimamente, in gara con l’ Occidente, esprimendo la loro diversità. Rifarsi alla propria tradizione per attualizzarla non significa “primitivismo” o cultura “minore”, come ha fatto comodo credere per tanto tempo, anche quando, come è ormai acquisito, le avanguardie storiche, dagli Espressionisti a Picasso, ai Surrealisti e ben oltre, se ne entusiasmavano, trovando in quella cultura lo stimolo per la rivitalizzazione e per un rilancio dell’ arte occidentale. Gli artisti che Faccenda e Parri scelgono sono quasi tutti impegnati nei problemi della propria condizione, quella di una vita che, anche nelle città, cerca di mantenere dimensioni di quartiere o di villaggio, rapportandosi, peraltro, ai problemi di tutto il mondo, forse, nel loro ambiente, anche esasperati: fame, malattie, superstizioni, guerre… Questa mostra si configura in modo un po’ diverso dalla precedente: Ma tutti gli artisti lavorano sul loro presente, sono colti, hanno studiato presso le proprie Accademie, sono alle prese coi problemi di tutti….
Mi limiterò a citarne alcuni, che più hanno colpito la mia fantasia da studiosa del contemporaneo occidentale, da Djess, che recupera la tradizione del suo paese dove anche le maschere tribali assumono una delicata astrattezza spirituale; all’ etiope Engdaget Legesse, le cui opere, di grande intensità emotiva, si riportano alla religione copta, come nel grande totem lavorato a rilievo, con acrilici e metallo su tavola. E penso ai bei graffiti di Mandy’s Meninwa, alle sue opere ispirate alla cultura Mama, a forma di falce di luna, straordinaria interpretazione attuale della cultura antica, nei suoi riferimenti agli idoli dei Chamba, anche nel suo nuovo Totem della fortuna (2005). Bellissimi i grandi pesci in legno, coloratissimi, che nella parte posteriore, bianca e nera, recano il simbolo scheletrico dell’ anima, di Solomon Uwuenwa, raffiguranti gli Spiriti dei luoghi, e i suoi grandi scudi recanti immagini rituali, maschere, guerrieri…
Alcuni artisti si riportano più direttamente alla cultura contemporanea occidentale, sempre, peraltro, con grande libertà, come il senegalese Tita Mbaye, che ha sempre tentato di riallacciare rapporti con la realtà tribale del suo paese, trovando nel teatro il luogo ideale per questo scopo, ma che si riappropria anche di materiali di rifiuto, in chiave nouveau-réaliste, facendoli rivivere in opere di grande forza espressiva, come nella bella immagine del batterista, costruito con pezzi di ferro, di latta bruciati; o come il senegalese Modou, con una tempera su vetro, una bella, composta scena di vita di paese. Di grande effetto (e modernissime, con chiari riferimenti all’Occidente), le raffinate opere di Margaret Majo, tra le fondatrici dell’ “Woman Club”, che narra storie tribali esprimendone i simboli su tappi di bottiglie di soda, disposti in sequenza in opere quasi sempre bianco-nere. Intensissimi i lavori di Wanjau, keniota, che presenta personaggi immersi nella miseria più squallida e nella crudeltà di tradizioni perverse, dall’ infibulazione alla degradazione più profonda, che, in un nuovo lavoro racconta una sorta di doppia uccisione rituale reciproca di due personaggi, quasi generati da una sorta di piccolo spirito che, in basso, ne raccoglie il sangue. Benard Asante, animalista, unisce una coscienza da moderno, avvertito ecologista all’ uso di un procedimento legato ad antichissime credenze magiche del suo popolo, come quella di cancellare il segno descrittivo degli animali che rappresenta con estrema raffinatezza, al fine di salvaguardarli dagli spiriti avversi, appunto, cancellandolo. In mostra le opere dedicate alle farfalle e ai pitoni, che imposta, con grande libertà formale, su intersezioni di linee sinuose. Mi appassionano le gustosissime tavolette di Cheff Mway, che egli incise ad evidenziarne, in altorilievo, coppie di piccole, dolcissime donnine tutte nere (guerrigliere), ritratti di generali (compreso un decoratissimo Ritratto di Keniatta). I suoi ingenui, freschi lavori si riferiscono alla guerra della metà del Novecento contro l’ Inghilterra, guerra che continua ancora in movimenti di insurrezione politico-religiosi, nei quali lo stesso Mway ha combattuto, mentre usava il suo talento per intagliare calci di fucile e di pistola…E non mancano opere importanti, ricche di vitalità e di movimento, di Lilanga, morto nel 2005, quando già il suo nome era fortissimo nel mercato internazionale. Esempio di un’ operazione, la sua, che, pur sensibile nei confronti dell’ arte occidentale, ha saputo mantenere la forza della propria, autonoma creatività. Cito di Mohamed Charinda, tanzanese, un lavoro che presenta in una sequenza continua, un piccolo popolo di Shetani, demonietti i cui corpi, quasi scimmieschi, dal colore bruno nel volto e nella parte posteriore del corpo filiforme, giallo, si snodano nel percorso di un segno ininterrotto, che trasforma tutta la scena in una sorta di ornato lineare. E che dire del lavoro di Abdallah Salim, keniota, che racconta l’esperienza quotidiana di un villaggio di pescatori, nei suoi dieci grandi elementi lignei, traforati, in particolare ne Il salto degli ostacoli, dove un giovane cavalca un’ antilope, un pezzo che non ha niente da invidiare, nella sua originalità, a certe straordinarie raffigurazioni dell’ arte egea. Ma ci sono anche artisti che raffigurano, simbolicamente, le conquiste della tecnologia, come Younouss Gueye, senegalese, presidente di “Art Net”, che allo stesso tempo documenta anche il suo legame diretto con la tradizione mitico-religiosa del suo paese. Sono questi i temi che si riportano alla grande tradizione della cultura africana. Interessante il caso di Esther Mahlangu, di Middelburg, in Transwaal, Sud Africa, del gruppo Ndebele, Nel suo paese le donne imparano a dipingere fin da bambine. Si dipingono le case, all’interno e all’ esterno (ora, purtroppo, molto meno, perché le case sono sempre più fatte di lamiere ondulate…), usando colori naturali, poi anche acrilici, in bellissime decorazioni per lo più geometriche, dal grande rigore esecutivo, in composizioni di grande maturità formale; si usano colori piatti, timbrici, spesso inseriti, per evidenziarne lo splendore, entro bordi neri. Queste decorazioni si eseguivano quando i giovani maschi della famiglia andavano alla “Wela”, la cerimonia di circoncisione, oppure per annunciare un matrimonio o altri eventi. Questo genere di pittura ha finito col diventare anche uno strumento di lotta e di resistenza contro l’apartheid che intendeva imporre una cultura e un potere bianchi sulle culture nere, poligame e matriarcali. Oggi questa pittura femminile esce dalle case e dal villaggio, si trasferisce su stoffe, su abiti, su oggetti trasportabili, diventando sempre più uno strumento di diffusione turistica, e, purtroppo, degradandosi. Nel ’95 Laurent Jobert, un artista francese, propose a dodici artiste Ndebele di realizzare settanta pitture su cartelli stradali, a scopo non banale, ma ideologico, come simbolo di una internazionalità che superi i confini del Sud Africa. Esther Mahlangu, dopo aver aperto una scuola, con altre artiste, è riuscita a far ricoprire le code degli aerei della British Airway di motivi etnici Ndebele; ha lavorato anche alla realizzazione del primo African Art Car entro la BMW Collection, in collaborazione con grandi artisti occidentali, tra i quali Roj Lichtenstein.
Interessanti i totem di Saloua Jabeur, che collega attreverso i suoi lavori verticali ricoperti di calligrafia araba il quotidiano al divino. Tanzanese è anche Damian Msagula, nato nel villaggio di Ndanda, distretto Masai, da genitori della tribù Yao. Abbandonato dal padre, per grandi difficoltà economiche, fu dapprima musicista, organizzò band di musicisti divenute famose, fondò due villaggi, ancora esistenti. Nel ’72, mentre si occupava del trasporto di frutta e verdura, incontrò alcuni artisti della scuola di Tingatinga, noto maestro anche di Lilanga e presente in mostra. Si dedicava alla pittura, riconosciuto, nel suo valore artistico, anche da Rifaat Pateev, direttore del Russian Tanzanian Cultural Center. Cercava l’ armonia del colore e per questo creava spesso i suoi colori con radici e piante. Msagula tendeva, anche per seguire lo stile naïf, proprio dell’ arte del suo villaggio, il rispetto degli antenati e del loro spirito, ad uno stile narrativo, lievemente ironico, nelle sue belle tavole rivolte alla natura.
Kivuthy Mbuno, keniota, appare, anch’ egli, nei suoi lavori, legato ad una figurazione quasi tutta dedicata alla natura. Nel ’76 lavorò per la famiglia di Karen Blixen (la nota autrice de “La mia Africa”) e iniziò a dedicarsi al disegno. Ispirato dalle sue tradizioni, descrive, usando generalmente pochi colori delicati, una natura naïve, nella quale tutti, uomini, animali, piante, sembrano convivere in una perfetta armonia. In questa mostra si è aggiunto un nucleo abbastanza consistente di artisti che appartengono alla tradizione Woodou, un culto operante in un contesto che noi definiamo “magia nera” (quella che ricordiamo per le bambole-sosia infilate con gli spilloni…). In realtà si tratta di un credo animistico, che segue il culto degli antenati e dei defunti. Le radici di questo culto risalgono, in Africa, a circa 6.000 anni. La sua versione più recente risale a quando (e fino a non molti anni fà), le navi dei negrieri partivano dal Golfo di Guinea e trascinavano gli schiavi verso l’ America e verso Haiti… Il Woodou nasceva proprio dall’ unione di credenze del popolo haitiano, pure vessato dagli schiavisti francesi, con la religione degli schiavi africani. E, con la sua carica di energia, darà un notevole contributo per l’ indipendenza, raggiunta nel 1804. Non c’ è, dunque, solo magia nera, ma anche “magia bianca”. Si crede infatti nella disponibilità dei “Revenants” per aiutare i viventi. Mi limito a qualche esempio: Yves Apollinaire Pédé, del Benin, noto a livello internazionale, da Parigi a Tokyo, per i suoi bellissimi lavori su tessuto ispirati ai decori e ai bassorilievi dei Palazzi dei re di Abomey, narra le storie dei “Revenants”, discendenti del popolo africano, morti in quello che si definisce “passaggio di mezzo” (cioè gli schiavi morti in mare nelle navi degli schiavisti che partivano, appunto, dal golfo di Guinea), che tornano per consigliare e guidare i vivi. Qui un personaggio possente, dalle vesti smaglianti, coperte di paillettes, col volto distrutto dalla morte coperto da una cortina fatta di conchiglie, si muove come un marajà, o come un samurai…Segno, anche questo, della orizzontalità, anche inconsapevole e ignorata, di tante culture (si ricordi, ad esempio, la contemporanea presenza, in tante culture, lontane tra loro, della piramide…). Cyprien Tokoudagba, del Benin, si muove seguendo una figurazione di carattere rituale, molto legata alla tradizione. Egli dichiara: “Ho iniziato il mio lavoro di artista intorno ai 35 anni con la creta, in seguito cominciai ad usare cemento e sabbia. Lo avevo stabilito io !”. Dichiara inoltre che, per usare le proprie mani occorre avere un grande dono. Intendeva, dapprima, dedicarsi alla religione woodoo, ma abbandonò poi il suo periodo di iniziazione verso i misteri magici e l’ acquisizione di forze soprannaturali. L’ arte, ripete, per lui emerge dalla sua interiorità.
Eloï Lokossou,del Benin, è autore di molte maschere-colonna Gélédés, che intaglia nella massa di un legno leggero, che tratta a colori vivi, e che egli, peraltro, non lega al significato rituale woodou, ma ne propone, piuttosto, una lettura didattica, legandole ad una tradizione favolistica, sacra e profana. Le sue maschere raccontano la vita attuale del suo popolo.Vi mantiene, peraltro, tecniche antiche, che conferiscono alle sue sculture una superficie granulosa, simile a quella della terracotta. In un suo vecchio quaderno di scuola aveva proposto cinquanta storie da scolpire… Difende ancora, comunque, nei suoi lavori, il riferimento alla favola quando tratta i suoi animali (vien da pensare ad Esopo)… E come non citare i già notissimi Chéri Samba e lo scomparso Moke da Kinshasa così come il grande Bouabré e il suo Alfabeto Universale, proveniente dalla Costa d’Avorio. Chiudono il catalogo le grandi sculture in terracotta dell’ormai anziana Seni Camara, idoli ispirati all’archetipo dell’eterno feminino in continua gestazione e trasformazione. Ancora una volta non ho preteso di tracciare un percorso critico, ma solo di porre l’ attenzione su alcuni lavori. E arrivo alle stesse conclusioni che ho già espresso: “la cultura europea è vecchia; quella americana, da come vanno le cose e la continua accelerazione del nostro tempo, sta per diventare precocemente vecchia. Occorrerà forse, prima di quanto si pensi, ricominciare da zero. Non credo che l’Africa rappresenti questo zero, ma mi sembra che abbia mantenuto una carica di energia allo stato puro, e la capacità di rifarsi alle proprie origini, che, a differenza di tutti noi, gli africani sono riusciti a mantenere intatte”. Spero che, ancora una volta, l’Occidente non riesca a distruggere queste capacità…

Da come vanno le cose, non so se questa speranza sia ben riposta…





dal catalogo ufficiale della mostra



AFRICA TODAY

The Dark Side of the Art

Reportage sull’Arte Contemporanea Africana





Organizzata da: National Gallery Firenze, Ass. Culturale onlus

A cura di: Luca Faccenda e Marco Parri

Date: dal 1 ottobre al 2 Dicembre 2007

Luogo: Vetrina Roma, Piazza dei Cinquecento, Roma

sito web: http://www.nationalgalleryfirenze.it/house_1.htm


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30.07.2017