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Philippe Sollers, "Un vrai roman. Mémoires"

Giancarlo Calciolari
(22.03.2008)

Sono più di trent’anni che leggo Philippe Sollers. E pur avendo qualche obiezione teorica da porgli, e l’ho fatto in alcune note di lettura scritte in questi ultimi anni, occorre ribadire l’essenziale, come ho scritto nel 1993 presentando un’intervista videoregistrata che mi ha concesso in merito al suo romanzo Il cuore assoluto: Philippe Sollers è il più grande scrittore francese vivente.
Per provare a scuotere questa constatazione che viene dalla lettura dell’opera e non da chissà quali aspetti del personaggio creato dai media, ho letto anche romanzi di autori e autrici presentati come quelli che avrebbero marcato i seguenti dieci anni e più. Niente da fare. E niente nomi. Tanto la maggior parte è ignota in Italia, che se alcuni sono membri dell’Académie française. Ho trovato invece un francese dall’altra parte dell’Atlantico la cui opera mi intriga molto, Réjean Ducharme, non a caso pubblicato dalla casa editrice Gallimard, dove lavora Philippe Sollers, che nel suo caso non trova adatta la parola “lavoro” rispetto a quello che fa.

Seguendo le indicazioni dei funzionari e dei professionisti della cultura in Francia non mi sono mai imbattuto in autori interessanti. Sono gli autori, meno noti, di sicuro più noti di me che sono ignoto, senza essere né milite né religioso, che mi hanno dato indicazioni efficaci su altri autori da leggere.

Scrivo questo preambolo per chiarire la stima e l’interesse che ho per Philippe Sollers, poiché ho notato che spesso le mie obiezioni alle sue opere e a quelle di alcuni autori che leggo vengono interpretate come obiezioni alla persona.
Se un lettore non ha obiezioni da porre a un autore, c’è il rischio che si tratti di una non lettura, di una adesione o di una opposizione ai panni che si vogliono fare indossare all’autore attaccapanni. E l’obiezione è intellettuale e non di coscienza o di incoscienza.

La scrittura sociale contro Philippe Sollers è tale che gli “attaccanti” lo conoscono e su di lui ne sanno una più del diavolo, che appunto loro stessi dipingono. Un vrai roman. Mémoires (Paris, Plon, 2007, pp. 353, € 21,00) è un libro di memorie di Philippe Sollers, spesso accusato di non scrivere dei veri romanzi, al punto che il rimprovero oggi è di aver scritto un romanzo e non una biografia. Come se il romanzo non fosse scrittura di vita. Certamente non è il romanzo, pardon la biografia, di Sollers è essere scrittura di morte. Il libro testimonia in modo radicale la sua non accettazione della morte, che è anche non accettazione del sentimentalismo e dell’autodistruttivismo in letteratura. In breve, nella vita.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Il romanzo originario della vita di Philippe Sollers non è scritto in inchiostro simpatico, ma con un inchiostro blu-nero che per anni ha acquistato a Venezia. L’autore scrive la sua vita, il che non è riducibile a dire che dà la sua versione dei fatti. Sollers non si sente in tribunale, sebbene avverta la facilità con cui la bestia sociale (quella che incontra Dante al cominciamento, nell’Inferno) accende i roghi, che per l’appunto cominciano sempre con i libri.

Che cosa infastidisce i benpensanti e i malpensanti nell’opera di Sollers? La libertà, la leggerezza, l’assertività, l’immunità le sua letture... la lista incategoriale è lunga. Si tratta di invidia. L’invidia sociale, e la sua natura, emergono ciascuna volta dalla lettura dell’opera di Philippe Sollers, che la constata, e la sollecita per lo stesso fatto di esistere. La rifugge con la clandestinità, la doppia vita. La vita divina come doppio della vita umana. Ma non proprio. I libri sono il punto di congiunzione tra la vita interiore e la vita esteriore. La “vita parallela”. La vera vita e la falsa vita.

Qual è il sogno dell’invidia? Vivere come l’altro, al posto dell’altro. Come se dell’Altro ci fosse il posto o il tesoro. Impossessarsi del tesoro dell’Altro.
Il prototipo è Caino, sconvolto dall’apprezzamento di Dio per i prodotti di Abele. E oggi, nella trasmutazione dei valori che rende i 360 gradi uno dei tic linguistici europei più pervicaci, i Caino invidiano chi per loro è super Caino, tanto Abele è da millenni che è interrato.

L’assertività, altri direbbe la dogmaticità, del fraseggiare di Sollers irrita i dogmatismi e gli antidogmatismi, che sono senza dogma.

“Je suis une secte et une religion à moi seul”. E gli altri allora, dalle religioni antiche alle moderne? Questa è appunto la questione.

Philippe Sollers fornisce indicazioni pragmatiche affinché altri, non completamente in ammollo nell’invidia, si espongano alla prova di realtà e alla prova di verità. “Chi vuole seguire la sua avventura personale rimanendo insospettabile e senza farsi cogliere, lo può. Chi non vuole farsi prendere non è preso” . Indicazioni che Sollers ha dato anche a voce, per esempio all’amico Althusser, che si consegnava all’elettrochoc. Indicazioni che valgono oro e che sarebbero state preziosissime anche a Georg Cantor, a Dino Campana, a Antonin Artaud...

Per questa via teorizza la clandestinità, che non è il vivere nascosto, ma la non accettazione dei criteri di visibilità sociale. La questione infatti non è la cura della vita parallela visibile, ma la cura della vita originaria invisibile. E l’impegno è costante, senza mai lasciarsi andare, con l’insolenza di Baudelaire che si rivolge direttamente al lettore: “Mostrami la tua infanzia e la tua adolescenza e ti dirò chi sei”, che rieccheggia anche la frase di Brillat-Savarin, “Dimmi cose mangi e ti dirò chi sei”. Frase che è un modo dell’ironia, dell’apertura, della questione aperta; e non della chiusura sociale che c’è nel prenderla alla lettera. E che si presta a ulteriori letture, come: perché dovrei mostrarti la mia infanzia? Perché vuoi dirmi chi sono? E perché tu che mi sfidi a questo mi mostri la tua infanzia?

Le questione con l’opera di Sollers non è di sviarsi nel leggere alcuni dettagli, che si prestano a obiezioni, come la stessa attribuzione dell’aggettivo “divina” alla vita. Basta il paragone letterario con altri autori, francesi e non, per accorgersi che il lavoro di autore e di editore di Sollers è... incomparabile!

La marea nera di copertura sociale che cerca di annichilire l’opera e la vita di Philippe Sollers è letta anche in queste memorie, oltre che nella costante produzione di romanzi e saggi. È quindi l’occasione per precisare le relazioni e i loro termini rispetto a chi ha incrociato e a chi incrocia la sua pratica di scrittore.

Alcune parti del libro sono molto “francesi” e forse interessano solo il pubblico francese, ma la maggior parte interessa al pubblico italiano, come le testimonianze che riguardano la vita e le opere di Bataille, Lacan, Foucault, Derrida, Duras, Modiano, Houllebecq e molti altri.

Sollers difende in modo assoluto le sue letture, anche le più controverse, come quelle di Sade, di Nietzsche e di Heidegger... E talvolta il linguaggio poetico degli autori lo porta a sostenere chi è oggetto di lubridio generalizzato. È così che Sollers “difende” Heidegger. Ma nonostante la sua scommessa di vita e non di morte, non è in condizioni di leggere la “circolarità dell’essere” di Heidegger. E quindi non pone obiezioni a nozioni come quelle di “essere per la morte”. Sì sembra una grande cosa di fronte alla vita idiota di quasi tutti affermare l’essere per la morte (tuttavia Sollers non affronta questo termine), ma l’essere per la morte è la vita idiota.

Sollers irride la psicanalisi e le torme di psicoterapeuti. Annota come Lacan era incuriosito dal suo caso perché sembrava avere terminato l’analisi con successo, quando invece non l’ha mai fatta. Sollers irride la filosofia e ancora più i filosofi accademici. Sollers irride il discorso scientifico e gli scienziati servi dello spettacolo. L’altro aspetto è l’interesse estremo di Sollers per la poesia e la letteratura e per gli scritti degli anomali, degli irriducibili ai canoni sociali che hanno lasciato una testimonianza scritta. Interesse per i classici, per la teologia, per la cultura cinese, per l’arte.

Forse c’è poco da irridere o addirittura nulla. Come il lavoro intellettuale di secoli ha dissolto la pretesa di autenticità e di verità dell’astrologia e della teologia, può capitare anche alla filosofia e alla psicanalisi. E anche al discorso scientifico può capitare di squagliarsi come neve al sole della parola di vita, che non ha nulla a che spartire con la sopravvivenza discorsiva.

Se per un attimo accettiamo gli assiomi e le regole di ragionamento della teologia ebraica ci accorgiamo che è poca cosa il discorso scientifico per chi ancora insegue la creazione del golem; se accettiamo la teologia cattolica è poca cosa la ricerca scientifica dell’eutanasia o il processo a Giordano Bruno (altro autore letto da Sollers); se accettiamo la teologia islamica è poca cosa la penna rispetto alla spada; se accettiamo la psicanalisi è poca cosa la filosofia, anche se accetiamo la logica matematica è poca cosa la filosofia.

Io che sin da bambino ho letto e leggo gli assioni e le regole di ragionamento di ciascun libro e di ciascuna persona che incontro mi accorgo che è poca cosa la filosofia, la psicanalisi, la letteratura, la teologia, la cifrematica, la scienza, l’astrofisica, la logica, la medicina... Si tratta di ipotesi di lettura, ovviamente poco serie per i serissimi credenti nella spartizione politica, che affidano la vita a chi crede nei sondaggi, ma non a babbo natale.

Armando Verdiglione trova oggi che Sollers pare dire grandi cose e invece nelle sue opere non c’è nulla: se accettiamo gli assiomi della cifrematica Sollers è poca cosa. Kurt Gödel trova ironicamente che la legge dell’universo dell’amico Einstein permette l’assurdità del viaggio nel tempo: se accettiamo gli assioni della ricerca logica di Gödel è poca cosa l’astrofisica di Einstein...

Leggendo per esempio il nobel dell’astrofisica Weinberg ho notato che la teoria del big bang e dei buchi neri ha la stessa forza dell’astrologia, ovvero nulla.

Ma ciò non corrisponde a nessun disprezzo per questo o quello. Appena c’è un refolo di originarietà mi interesso, anche se non c’è traccia di accademia dell’arte o di grandi scuole di filosofia. E mi interesso ancora di più a leggere gli assiomi delle teorie, delle ideologie, delle mentalità sociali e personali. E in tal senso, Heidegger è un corollario nel ragionamento di Sollers e non un assioma. Semmai occorre leggere l’assioma di Sollers che regge il suo per altro anomalo interesse per Heidegger. Per questa via è più interessante leggere l’assiomatica di Heidegger, per esempio la presunzione che la psicanalisi di Freud sia poca cosa, se non niente, se comparata alla sua fenomenolgia. Forse scriverò una nota di lettura dei suoi Seminari di Zollikon.

Nel dibattito intellettuale francese Philippe Sollers è alla punta dell’esperienza, altro che poca cosa. E comunque, acquisire la lezione di Sollers è per ciascuno un preambolo alla vita, senza più nessun fantasma di accontentarsi di sopravvivere.







Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu


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30.07.2017