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La paura come spia dell’avvenire

Giancarlo Calciolari
(14.03.2008)

La paura non è uno stato, non è qualcosa che permane. Già nel mito è per contraccolpo che arriva la paura. Non è la paura che invade il soggetto. È il soggetto la nozione stessa della paura incarnata, presa per la coda.

Paura, angoscia, ansia, spavento, orrore, terrore, panico, fobia, ma anche il feticcio, il totemismo, la via facile, l’erotismo.

La paura è democratica: ognuno ce l’ha.

La paura è l’indice dell’originario, dell’essenziale, al cominciamento. Indica il passo e il piede del tempo, non il tallone di Achille. Non il piede gonfio di Edipo.
La paura richiede la solitudine, non l’isolamento, non la compagnia.

I più fanno compagnia contro la paura. Nel Genesi gli umani per paura d’essere dispersi vogliono farsi un nome e per questo Babele rimane incompiuta.

Sappiamo quanto la Bibbia insista con il nome di Dio, e come la cabala abbia inventato la guematria come scienza della traduzione delle lettere del nome in numeri e poi nuovamente in lettere.

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Christiane Apprieux, "Assioma d’oro", 2008

Innominabile il nome di Dio, anche malgrado la presunzione della storia ebraica che ci fu un’epoca in cui ritualmente il grande sacerdote leggeva il tetragramma, una volta all’anno. Leggere è nominare. Leggeva il nome di Dio o nominava Dio? Dio è nominazione. La creazione è nominazione? Adamo, così nominato, nel paradiso terrestre nomina in una nominazioner seconda? In ciascun caso si pone la questione del timore di Dio, in particolare del suo nome. Dov’è Dio e il suo nome quando Adamo non tiene conto della nominazione di Dio ma della nominazione terza di Eva, che pare abboccare alla controparola del serpente?

Perché? Questa insistenza sul nome? Perché la paura vi è connessa.

La paura si affaccia per la prima volta nel Genesi con Adamo, che dopo aver mangiato il frutto ode il passo di Dio e dice d’avere avuto paura.

O il nome di Dio o il nome dell’animale, il nome della paura, la conoscenza della nudità, che è la proprietà del serpente, almeno nella traduzione di Chouraqui, che non traduce con “astuto”: il serpente è “nudo”.

La paura senza declinazione emerge con il funzionamento del nome. Indica la via. È la vera guida degli smarriti, più che dei perplessi, com’è tradotta dall’arabo in italiano la Guida di Maimonide.

Nome, padre, zero. Il ritorno del rimosso in Freud. Lacan prendendo il padre dalla prima persona della Trinità ritiene che il nome sia nome del padre, quindi anche nome di Dio. In breve, o il nome funziona o l’uomo cerca di farsi un nome. La paura sorge al cominciamento, con l’erranza del nome, e si fa sistema della paura solo nel nome del nome, nel nome del padre, nel nome della paura, nel nome di dio, nel nome del popolo, nel nome della libertà...

Come arriva l’elemento linguistico? Lo scaglia Dio? Non ho ipotesi al riguardo. È come cercare lo zero dello zero, il nome del nome, il nome di Dio. Appunto Dio è innominabile. Infatti dio non è il nome di Dio, è solo il termine greco per il dio greco.

Allora, l’elemento linguistico arriva. E funziona: come nome, come significante, come altro (dal nome e dal significante), come oggetto, come immagine. Il ritorno del rimosso e quello di un significante rimosso. “A” rimosso ritorna come “non-A”. È l’incubo degli umani. La parola è indistruttibile. Solo portando a compimento l’erranza di “non-A” e la deriva di “A” nei progetti e nei programmi che si scrivono lungo l’Altro dall’A e dal non-A, la paura è presa per la punta e si dissipa. Mentre se il nome è tolto, dalla paura gli umani costruiscono qualsiasi cosa e hanno orrore delle cose non qualsiasi (l’arte, la cultura e la scienza nella loro originarietà e libertà).

L’animale che non esiste in quanto tale (ma come elemento linguistico) è l’impossibile sostituto del nome. A partire dal serpente del Genesi. Tolto il nome di Dio c’è il serpente. Anche i sogni degli umani: tolto il nome si popolano di animali. L’immagine dell’animale e non a immagine di Dio. Il paradosso del Genesi: l’uomo è fatto a immagine e somiglianza di Dio e volendo diventare come Lui diviene fatto a immagine del serpente, nudo come lui. E assume la paura. Ha paura.

Mentre la paura indica dal cominciamento che non c’è nessun possesso delle cose, nemmeno della paura. Impossibile “avere” paura. La paura è indice del “non” dell’avere. Indice del nome, quello che non c’è più bisogno di farsi, perché già funziona.

Chi ha paura è lo schiavo, la marionetta, il burattino del sistema. L’immunità intellettuale di chi non ha paura è la non accettazione del nome istituzionale, della designazione sociale, della connotazione dominante.

Il power of mind secondo Peirce è il potere denotativo della psiche, che non è del soggetto, non appartiene alla coscienza. Un segno arriva... Questa è la semiotica, la scienza del segno. Altro che Roland Barthes e Umberto Eco. È per paura che Peirce si aggrappa a Kant e si fa un nome di più di 45.000 categorie. Tale è la sua Babele. Occorre leggere Peirce senza più paura, come ciascun autore.

Gli occidentali si ingozzano della paura di scherzare del Corano. Paura che non ha avuto l’orientale Rushdie. Ma gli occidentali, per lo più, hanno paura di leggere la Bibbia, e per non sbagliare non leggono più nulla. E quando dico gli occidentali parlo di ognuno, se fosse mai possibile.






[Appunti tratti da una lettera a un amico]





Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu”


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30.07.2017