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Gérard Haddad. Lacan e l’ebraismo

Giancarlo Calciolari
(16.12.2008)

Gerard Haddad è nato a Tunisi nel 1940, ingegnere agronomo, poi medico e psichiatra, si è formato con Jacques Lacan, che incontra nel 1969. Questa avventura dura dodici anni, ovvero sino alla scomparsa di Jacques Lacan. Nel corso della sua analisi intervengono delle notevoli trasformazioni: da marxista, ateo, si confronta - sollecitato dallo stesso Lacan - con la tradizione ebraica del la sua famiglia. La forza della religione e dell’ebraismo come istanza intellettuale emergono, e la sua ricerca si svolge da allora lungo il filo della lettura incrociata del giudaismo e della psicanalisi.

Il suo primo libro, L’enfant illégitime (1981) trova quasi una conclusione nel libro Le jour où Lacan m’a adopté (2002), si tratta di libri che riguardano il suo caso, e che menzioniamo sia perché ne va della ricerca del libro che stiamo leggendo, Le péché originel de la psychanalyse (Seuil, 2007, pp. 318, € 20) e sia perché come indica il sottotitolo del primo libro, Sources talmudiques de la psychanalyse, sin dall’inizio della sua pratica di scrittura la sua indagine volge al riconoscimento dell’ebraismo nella nascita della psicanalisi.

Gérard Haddad ha incontrato due maestri nella sua vita, l’altro è Yeshayahou Leibowitz, uno dei più eminenti pensatori ebrei moderni, talmudista e esperto di Maimonide. Haddad ha tradotto alcune sue opere dall’ebraico, oltre a opere di altri autori. Nel 1998 ha scritto un libro su Maimonide. Già nel 1996 in Italia è stata tradotta una sua opera, scritta in collaborazione con la moglie Antonietta, Freud in Italia (1995).

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Christiane Apprieux, "L’enigma della luce", 2008

I libri di Gérard Haddad andrebbero tradotti in italiano: è infatti impensabile di riuscire a capire qualcosa di certe intuizioni di Freud e di Lacan se non nel confronto con i testi ebraici. Per esempio la rimozione in Freud e il nome del padre in Lacan. Possiamo non trovarci d’accordo su alcune conclusioni della sua lettura, ma il viaggio è interessante, unico, ricco.

Gérard Haddad ha dedicato Manger le livre (1984) alla lettura di Freud e la religione ebraica, in particolare la connessione tra i riti alimentari ebraici e la funzione paterna.

È in questo libro dell’anno scorso, Le péché originel de la psychanalyse, che l’autore indaga in modo minuzioso il testo di Lacan in rapporto al giudaismo. E la questione teorica, per non dire lo scoglio, è il nome del padre. Il titolo infatti è ripreso da Lacan che in merito alla sua esclusione dalla Associazione Psicanalitica Internazionale del 1964, dopo che aveva iniziato a fine 1963 proprio il seminario Les noms du père (che interromperà in seguito), designa la causa della rottura come “il peccato originale della psicanalisi”, peccato che consiste in “qualcosa in Freud che non è mai stato analizzato”: il suo rapporto all’ebraismo.

In breve, Lacan ha ipotizzato, non a torto, che l’attacco alla sua pratica fosse stato dovuto alla nozione di nome del padre, che non c’è in Freud e che avrebbe sfondato la soglia di tolleranza nei confronti del suo anomalo freudismo.

Gérard Haddad approccia il nome del padre in Lacan seguendo il filo dell’elaborazione di Lacan là dove si confronta con il testo ebraico. Allora la questione dei nomi del padre è letta con quella dei nomi di Dio, e la questione del nome del padre con quella del nome di Dio. A questo proposito troviamo le variazioni che Lacan ha introdotto nella traduzione della risposta che Dio dà a Mosè intorno al suo nome, eyéh asher eyéh, io sono colui che sono. Che Lacan di primo acchito legge come una non risposta. Non a caso.

Il nome del padre sorge nel seminario sulle psicosi, il terzo, a proposito dell’analisi del caso Schreber. Il nome del padre sarebbe quello che dovrebbe tenere l’ordine simbolico, e sarebbe appunto quello che manca all’appello del soggetto e che provocherebbe il delirio, che a un certo punto si placa in una metafora delirante più che metafora paterna. Negli altri casi, di nevrosi e non di psicosi, il nome del padre sarebbe inscritto come significante privilegiato nel tesoro dei significanti che starebbe nell’Altro.

Lacan manterrà sino la fine questa impostazione, pur nel variare dei termini d’indagine. Per esempio nel seminario Le sinthome del 1975, il quarto anello del nodo borromeo viene prima introdotto come nome del padre e poi diviene il sintomo, che tiene gli altri tre anelli, detti anche nomi del padre, e questo comporta la non dissoluzione del sintomo, che risulta essenziale, poiché tagliarlo disperderebbe gli altri tre, legati insieme borromeanamente.

Gérad Haddad non prende in considerazione l’approccio matematico e in particolare topologico dell’insegnamento di Lacan (a questo proposito parla del silenzio degli schemi borromeo), com’è il caso per esempio di Jean-Michel Vappereau, e non prende in considerazione il sorgere del nome del padre come elaborazione del complesso di Edipo di Freud, come per esempio fa Erik Porge.
Scegliendo l’itinerario del confronto di Lacan con il testo ebraico e approfondendo in particolare le due tradizioni maggiori dell’ebraismo, quella che si rifà a Maimonide e quella della cabala, Haddad fornisce elementi interessanti per ciascun ricercatore, come la constatazione che la lettura del testo ebraico di Lacan è stata mediata dalla tradizione cabalistica. A questo proposito Haddad dà i cenni storici delle amicizie di Lacan che lo hanno aiutato nella sua lettura.

Dalla messa in questione della religione ebraica in seno alla psicanalisi, promossa da Lacan, Haddad arriva a obiettare a Lacan il suo approccio parziale al testo ebraico, quasi che la vera via sia quella della sua stessa ortodossia. Come se gli mancasse il sapere della religione ebraica, come se gli mancasse il sapere rabbinico. Ma questa non è la lettura di Lacan e nemmeno la lettura che occorre fare. Infatti, basta rovesciare i termini della ricerca per capirlo: nessun sapere rabbinico, per quanto interessante sia, è in condizione di dire qualcosa di interessante a proposito del nome del padre. Non era questione che Lacan dovesse leggere il testo ebraico (come il testo di Freud e altri testi) come se fossero testi invisibili, intangibili, che solo una setta di esegeti sarebbe autorizzata a leggere, che è anche il sogno a occhi aperti di chi teorizza la comunità degli interpreti per garantirsi di non riuscire a leggere nulla.

La questione per la psicanalisi e per la cultura è l’integrazione dell’istanza ebraica sino alla restituzione del testo di Lacan, che spetta a ciascun lettore. Apparentemente, per Gérard Haddad, ci sono molte questioni che il testo ebraico pone a Lacan e nessuna che Lacan ponga al testo ebraico. E tuttavia non si tratta nemmeno di fare una lettura psicanalitica lacaniana del testo ebraico. E ancora meno di considerare la messa in questione della religione ebraica di Lacan come il progetto teorico di un superamento, ovvero di una degiudeizzazione radicale della psicanalisi. Lacan non è greco, non legge applicando il principio del terzo escluso.

E come leggere Lacan, anche in confronto con il testo ebraico, se il discorso va dal figlio illegittimo al figlio adottato? Dove il padre, dov’è il nome, dov’è lo zero? Qual è il suo statuto nella parola?

Leggiamo la domanda più difficile e provocatoria di Gérard Haddad: “nel suo confronto con il giudaismo, Lacan non si sarebbe a sua volta fuorviato, trascinando nell’impasse i suoi discepoli?”. L’ipotesi è che la frammentazione del movimento lacaniano sia un effetto non del modo in cui gli psicanalisti lacaniani hanno letto la morte del loro maestro, ma del lascito inelaborato tra la questione del nome e il confronto con il testo ebraico. La questione va esplorata e riguarda proprio lo statuto del nome e della nominazione nella parola, anche oltre l’insegnamento di Lacan.

La ricerca di Gérard Haddad s’interessa al testo ebraico ma non formula nessuna ipotesi sugli statuti differenti, se non contraddittori, che Lacan ha attribuito al nome, al nome del padre, ai nomi del padre, al nome di nome di nome, al padre nominante e all’atto di nominazione. È rispetto all’oggetto a che Haddad constata un’importante acquisizione: “Lacan installa definitivamente la psicanalisi nel suo statuto fuori dalla biologia” (270), confermando l’intuizione di Freud di un’assenza di parallelismo tra cervello e psiche, già nel 1891 con L’interpretazione delle afasie.

Se Lacan fosse nome del padre, per questo “terrebbe” la psicanalisi lacaniana? No. Che cosa tiene il nome del padre per non lasciare il buco della forclusione? Tiene l’ordine simbolico sociale. La falloforia. Lacan infatti associa anche il fallo al nome del padre. Tiene il legame sociale. Non c’è psicanalista lacaniano che ponga in connessione il legame sociale con il rapporto sessuale, nel senso di Lacan e quindi anche nel senso della sua formula: non c’è rapporto sessuale.
Che cosa tiene? Qual è la tenuta intellettuale di ciascuno? La tenuta è una proprietà dell’instaurazione della funzione di rimozione, in altri termini, rispetto alla lettura che noi facciamo dell’elaborazione di Verdiglione, della funzione di nome, quella che Lacan stesso, in un solo passo di un seminario, precisa come funzione di zero. E forse qui Haddad legge la fascinazione per la guematria, che si regge sull’identificazione di lettera e numero.

Il funzionamento del nome, che è il ritorno del rimosso, è la salvezza irreligiosa e inideale della vita. Nulla sfugge all’albero della vita. L’algebra e la geometria dell’albero della conoscenza del bene e del male non “tengono” , anzi sono proprio gli infiniti modi del lasciarsi andare, dell’assenza di tenuta, dai padroni agli schiavi, che ovviamente non esistono. Dio non ammette la magia né l’ipnosi, che sono frutti dell’albero del serpente.

Questa nota di lettura è scritta con il testo di Gérard Haddad, non c’era prima. Il filo rosso della sua inchiesta costituito dalla lettura di Lacan con Maimonide può dare altri frutti. La lettura del Genesi che fa Maimonide è forse la più sovversiva del common sense, anche rispetto a Lacan, e della sua non lettura dell’albero della vita.

Quanto poi a valutare se Gérard Haddad abbia portato a conclusione il suo sforzo teorico di riprendere le cose là dove Lacan le ha lasciate, o se il “ritorno” di Lacan sia il ritorno del rimosso della psicanalisi per ciascun psicanalista e per ciascun lettore di psicanalisi, in altri termini il ritorno degli scripta di Lacan che richiedono ancora e ancora altra lettura, lasciamo la questione spalancata.







Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito.eu”

28.3.2008


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