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La cifra di Fabrizio Scarso

Giancarlo Calciolari
(3.07.2011)

Fabrizio Scarso, "Occidentali disorientamenti", Book Editore, 2004, pp. 191, € 13,00



Fabrizio Scarso, psicanalista, di formazione universitaria medico psichiatra, nel suo viaggio intellettuale scrive le note a margine della sua lettura delle nude cose: dalla sua pratica clinica alla psicanalisi, dall’arte alla letteratura, dalla scienza alla società. Un’indagine incessante, che non si è fermata nemmeno dopo quella che lo stesso autore ha chiamato catastrofe, nel 1985.

In altri termini, l’affaire Verdiglione. Infatti il suo maestro che non nomina se non in una serie, tra Craxi e Berlusconi è stato Armando Verdiglione.

Gli scritti di Scarso precedenti al 1986 non sono stati raccolti in una edizione critica, e restano da leggere per intendere sotto un’altra luce errando gli scritti raccolti dal 1986 al 2000, anno della sua morte.

Lacan ha notato nella sua esperienza clinica che chi si era formato con lui e lo citava aveva qualche chance d’inventare di chi non lo citava pur essendosi formato con lui. Ora negli scritti sino al 1985, editi per lo più nelle riviste curate da Armando Verdiglione, Scarso cita Verdiglione come autore. Dal 1986 non lo cita più. Come se ci fosse stata una formazione di psicanalista malgrado la totale défaillance del maestro che l’ha portato al fallimento, per quanto non accettato. “Venivo da un’esperienza di formazione che si è conclusa in una catastrofe” (166). Adiacente a tale questione c’è quella di Armando Verdiglione che afferma d’avere fatto la sua analisi con Jacques Lacan malgrado Lacan. A questo proposito, noi abbiamo fatto l’analisi con Fabrizio Scarso, prima dell’affaire e con Armando Verdiglione dopo l’affaire. Sebbene l’affaire della parola richieda di precisare che non c’è prima e dopo rispetto all’essenziale.

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Hiko Yoshitaka, "Hommage à Jean-Michel Vappereau", 2007, bronzo a cera persa

L’omissione del nome crea il nome del nome e il nome dell’Altro. E Scarso oscilla tra Armando Verdiglione e Conrad Stein, anche se Armando Verdiglione non è il nome del nome e Conrad Stein non è il nome dell’Altro, e nemmeno entrambi sono nomi del padre. Oscillazione tra l’anominato in grande estensione e il nominato in piccola estensione. Anche nel senso di attribuire a Verdiglione e a Stein dettagli che riprendono il personaggio Fabrizio Scarso, preso come n+1, sia che per n si impieghi Verdiglione o Stein.

La questione della reinvenzione della psicanalisi è uno scoglio per ciascun psicanalista, ammesso che ci sia dello psicanalista, al punto che la sua formalizzazione logica in questione risulta un paradosso, come quello di Achille e la tartaruga, anche se ogni Achille nel quotidiano sorpassa la tartaruga. “Ciascuno psicoanalista ha la responsabilità di percorrere in modo singolare il cammino fatto da Freud e dunque di reinventare la psicanalisi fino a conquistare la libertà di obbedire alle istanze pulsionali” (173).

Ma leggere Freud non è ripercorrere il cammino. L’idea di Scarso non è lontana da quella di Althusser che ognuno cammina sopra le tracce degli altri che ci hanno preceduto, ovvero in un cimitero.

La questione per Scarso rimane quella di leggere Verdiglione e di non accontentarsi di eccellenti battute da fare senza ridere e senza parlare come Buster Keaton, citato anche da Rafael Alberti: “L’ultima volta che l’ho visto cercava ancora di riuscire finalmente ad apparire alla Madonna” (50). E ovviamente l’allievo era riuscito là dove il maestro aveva fallito.

Quali sono le condizioni per leggere la lezione di vita di Fabrizio Scarso, per noi che ci siamo formati come psicanalista con lui? E che dopo il 1985 non abbiamo più praticato come psicanalista, sebbene abbiamo fatto più anni d’analisi con Verdiglione, dopo la data fantastica del 1985?

Con lo pseudo sillogismo che usano i più che non hanno una formazione logica, potremmo dire che se la formazione di Scarso con Verdiglione è stata una catastrofe, la nostra con Scarso è stata una disfatta. Ovvero potremmo porci come vittima. Di cosa? Come la battuta dell’apparizione alla madonna, per esempio dell’istigazione a fare l’analista (121), di cui parla lo stesso Scarso a proposito di altri. Inoltre la parola “istigazione” è ripetuta più volte nei suoi scritti. In che senso? Ci ha portato dal suo antiquario per acquistare il divano per fare lo psicanalista!

Scarso legge Verdiglione o il personaggio che crea al posto del suo testo, non più letto? La sfida è leggere. Anche leggere Verdiglione, leggere Scarso. Leggendo Freud, leggendo Lacan, leggendo Peirce, leggendo Vailati, leggendo Cantor, leggendo Grothendieck... Leggendo. Vivendo. Non sopravvivendo.

La questione non è se il ritratto di Verdiglione fatto da Scarso sia il suo stesso irriconoscibile autoritratto. Non c’è da fare nessuna cartella psichiatrica di Scarso né di Verdiglione né nostra. Sono già state fatte e costituiscono i pessimi autoritratti degli inquisitori.

Armando Verdiglione nella sua pratica clinica e nel suo testo dà uno statuto preciso a moltissimi elementi dell’esperienza, come l’oggetto, il tempo, la relazione, la logica, il fare, il nome, il significante, la cifra, il senso, il sapere, la verità, il godimento... Chi sia interessato alla lista dei lemmi, che sono più di tremila, può consultare il Dizionario di cifrematica di Fabiola Giancotti, che può risultare un pretesto eccellente per cominciare o proseguire la lettura dell’opera di Verdiglione, per altro edita, anche se l’inedito è maggiore.

Allora ci si accorge che negli scritti di Scarso dopo il 1985 ci sono dei giri di parole per dire quello che leggendo Verdiglione diceva con più conclusiva brevità e semplicità. Un parasintatticismo letterario è il frutto dell’abbandono di acquisizioni teoriche e cliniche che lo riportano indietro, al punto che ridiventano preminenti nozioni fantastiche come quelle di preistoria e di soggetto o di io autentico.

Fabrizio Scarso si confronta a Verdiglione e non con il suo testo, non è mai il testo a essere in questione nei suoi scritti, dove per altro sfiora solo Lacan, mentre l’amico Massimo Meschini ha pubblicato una sua lettura di Lacan. È questo il caso intellettuale di Scarso? No, questo è il discorso e non la parola, la sua scienza. Discorso materno, fantasma materno, che è anche “il femminile nel viaggio intellettuale”.

Il testo di Fabrizio Scarso è la clinica. Scarso non è un logico; e non ci riferiamo alla logica classica, ma alla logica di vita nella sua punta teorica, in cima all’astrazione. E forse è per questo aspetto di logica che quando ci ha incontrato ci ha chiesto se noi fossimo un logico.

È nei casi clinici e non nella cosiddetta metapsicologia l’apporto essenziale di Scarso. La sua lettura del Peer Gynt di Ibsen e della vita di Arthur Rimbaud è un contributo inaggirabile per chi intende cimentarsi con loro in modo inedito.

“Quando reincontrai alcuni anni or sono Conrad Stein: era per me il tempo della ricostruzione”. Dopo la catastrofe (166).

Eppure nessuna catastrofe, nessuna disfatta che non appartenga alla circolazione del soggetto tra fasti e nefasti. L’altalena del soggetto. La circolarità sociale - la “social catena” di Giacomo Leopardi – può solo ricostruire per nuovamente decostruire, come Derrida, continuando a circolare.
Nulla da ricostruire, se l’inconscio è indistruttibile. Nulla da decostruire, se non come lavoratori pneumatici dell’essere. La costruzione freudiana non s’apparenta a questa dialettica tra bau e abbau.

Se c’è stata ricostruzione è per riedificare la stessa e presunta “costruzione” di prima. Il “gruppo” padovano, come ha scritto a questo proposito Armando Verdiglione. Nulla a che vedere con la pratica di collettivo che qua e là c’è stata. È per questa pratica che noi proseguiamo a leggere e a scrivere, e non per aver fatto parte del sedicente gruppo padovano.

Per Scarso “la tesi nodale del libro muove dalla considerazione che l’ignoranza della morte implica necessariamente la negazione del femminile, modellato esclusivamente sul materno costituito dall’immaginario, specie di imago indistruttibile ispiratrice di ogni espressione di potere fallico” (20). È questa la sua “metapsicologia intesa come scienza poetica”? Leggiamo allora che si tratta della conoscenza della morte? E che l’imago materna è indistruttibile, ovvero originaria? Non è fantasma materno? Qual è la morte senza più gnosi (la cui algebra va dall’ignoranza estrema alla conoscenza della verità)? La pulsione di morte. In tal senso è interessante che l’instaurazione di tale pulsione, e non solo della pulsione di vita, implichi la dissoluzione di ogni credenza nel potere fallico.

La pulsione di vita senza la pulsione di morte è la pulsione umana, la monofunzione di morte, con il suo essere e il suo soggetto, e il suo accesso al sapere inconscio, nel disorientamento, nello smarrimento, nella perplessità. Dal disessere al disavere soggettuale.

L’arduo compito che Scarso pone ai laici d’oggi è quello di “rifondare un sacro irreligioso” (24). Ironia, figura dell’apertura. Qui comincia l’altra logica, con la dualità pulsionale. Così “l’ammissione della morte” va in direzione più dell’elaborazione del lutto che della questione della morte.

“La morte sta lì sulla via delle alterazioni cui va incontro il soggetto trasformandosi nel divenire che impone la condizione della sua esistenza: il disessere” (29). L’alterazione risiede nella differenza da sé del significante e nella divisione da sé del significante, non del soggetto. L’alterazione e la trasformazione del soggetto lo mantengono soggetto, anche al colmo del disessere. Il disessere come condizione dell’esistenza è un modo dell’infanticidio, del panteismo come dono.

Certo, nell’annotazione che “l’ipnosi è una massa a due e la sua epidemia produce l’anonimato del gruppo che s’identifica in pieno con il maestro” (37) pone una questione precisa alla pratica del Movimento cifrematico: sino a quando altri membri del movimento, a parte il suo direttore editoriale, non pubblicano libri di psicanalisi, l’anonimato del gruppo indica non solo l’identificazione “in pieno” in luogo dell’identificazione del punto vuoto, ma anche il funzionamento troppo umano del nome del nome, che Lacan ha chiamato nome di nome di nome...

Rispetto ai viaggi senza ritorno, Scarso indica un ritorno differente: “il ritorno è assicurato se, partendo, ci si allontana dai luoghi comuni e dai protocolli” (38). Per un verso potrebbe risultare ancora un ritorno all’identico, nella circolarità del viaggio, e in effetti l’allontanamento potrebbe volgere, come accade, in un avvicinamento. Per un altro verso indica un ritorno in atto, non la salvezza inseguita dall’escatologia, ma il ritorno del rimosso come la stessa funzione di rimozione. In effetti dice Scarso con ironia che “la vita che merita d’essere vissuta è piuttosto ricondotta al tempo libero quando permette l’attuazione dei viaggi di fuga dalla prova di realtà. Per questo il turismo è candidato a diventare presto la nuova scienza per la conquista della vera vita, perché in grado di identificare e di far circolare quei luoghi comuni che temporaneamente possono valere più degli altri” (47).

“Ogni volta una cosa è inedita perchè è caratterizzata dalla sequenza in cui si introduce” (76). Questa per noi è l’acquisizione più bella, quando la prova di realtà e di verità non è evitata.

Per Scarso “il cammino verso l’autenticità del soggetto nel divenire della sua non identità” assicura la laicità della psicoanalisi, mentre “l’inautentico trova infatti luogo nei miraggi di potere della megalomania” (81). A parte che anche l’oligomania è un miraggio fallico, non pertanto l’autenticità del soggetto è un assioma e non un postulato. Il soggetto nasce con il suo doppio e per questo ha a che vedere con la nozione di identità. La non identità vanifica la credenza nella creatura gnostica denominata “soggetto”. E il divenire non è della non identità, che è piuttosto una proprietà del significante, che è inidentico a sé. L’autenticità non è del soggetto, ma un aspetto dell’autore e dell’autorità. La rimozione originaria è autentica.

La laicità risiede nella non delega a Dio. Dio è indelegabile. Invece il laicismo delega a Dio, creandolo come delegato superiore fatto a immagine del delegante inferiore, così inferiore da essere gettato sotto, sub jectum. La delega avverrebbe dall’ordine dell’umano all’ordine del divino, che è negazione di Dio. Il divino è fatto a immagine dell’umano.

Rischia il proprio autoritratto Scarso nel fare quello di Ferenczi? Che altro è “il riaffiorare di una riserva mentale, nucleo sintomatico delle sue teorie infantili nonostante la sua teoria scientifica” (88)? E quello che dice a proposito di Rimbaud? “Non gli resterà che la metamorfosi per confermare una linearità nella trasmissione almeno nella genealogia se non nella lingua” (92). Si tratta anche della metamorfosi da psicanalista a psicoanalista. Dal nome anonimo e innominabile alla conoscenza del nome del padre (93).

“L’essenziale della verità proviene dalla retorica dell’inconscio” (106).

“L’analisi termina proprio nel punto in cui qualcuno arriva ad ammettere il proprio diritto alla scrittura” (116). Il termine è una proprietà del pragma, non della logica, e in tal senso non è scrivibile, nemmeno come acquisizione di un diritto alla scrittura. Il termine non è operazionale, non è l’idea a terminare le cose. Non c’è l’idea pragmatica, l’idea per l’azione. Ciascuna idea opera alla conclusione delle cose, al viaggio di ciascun elemento linguistico, di vita.

La questione di Freud dell’analisi terminata e interminabile, finita o infinita, mai risolta teoricamente da Lacan, e lasciata nell’interminabile da Verdiglione, riguarda come ciascuna serie, o sequenza come la chiama Scarso, giunge a conclusione. E basta un significante istituzionale o metalinguistico, anche del presunto linguaggio comune o della altrettanto presunta lingua naturale per bloccare l’itinerario intellettuale o per zavorrarlo all’infinito. C’è chi s’incastra tutta la vita a un elemento linguistico, mentre altri spinti dallo stesso elemento si sentono in folle corsa su un bolide onnipotente.

Ecco lo sbocco, al di là di facilitazioni e di impedimenti, che Scarso attribuisce all’avventura di Ulisse: “si tratta di passare da un’isola di solitudine a una traversata della solitudine” (118). Ma non c’è nessun passaggio dal continuo al discreto, dalla vita parallela alla vita originaria, dal punto alla linea, dall’apparenza alla sembianza, dall’animale all’uomo, dall’uomo a Dio...

“E quando il tempo delle sirene è finito Itaca coperta di nebbie e Nessuno nella sua alterazione si ritrovano al ritorno” (118). E l’occlusione resta un contraccolpo alla chiusura del cerchio. Il ritorno del rimosso è la funzione di rimozione in atto, in ciascun istante. Questo è Freud. Rimozione primaria e rimozione secondaria. La rimozione secondaria è il tentativo di togliere la rimozione originaria. Nessun passaggio dalla rimozione secondaria a quella primaria. La rimozione della rimozione rimane un’idea, per nulla il fondo quasi sostanziale delle cose. Lacan non si accontenta dell’originario, trova il primordiale, la forclusione, il nome del padre, il nome del nome. Il nome dello zero, il nome dell’uno e il nome dell’Altro. Ma non c’è nessun passaggio dal nome del padre al padre come nome, come zero della parola. Lacan intuisce questa via, che è poi quella di Verdiglione, ma esplora altre due questioni, che invece non interrogano il suo ex allievo: il padre nominante e l’atto di nominazione; nel senso che la logica della nominazione di Verdiglione, anche rispetto alla logica del significante di Miller, può ritenerli due fantasmi secondari, paterni più che materni.

“L’ammissione del disessere” (119)? L’analisi dell’essere e dell’avere approda al disessere, all’inidentità del soggetto, alla destituzione soggettiva? L’analisi dell’ontologia e l’analisi dell’habeologia confluiscono nell’ammissione del disessere? L’algebra dell’essere e la sua altra faccia, la geometria o l’applicazione dell’ontologia non offre nessuno sbocco. Il disessere è nel cerchio dell’essere, accettato o rifiutato che sia. Il modo migliore di restare nel cerchio magico e ipnotico è quello di cercare di uscire fuori.

La riuscita intellettuale non è l’uscire fuori, neanche dalla “rinuncia necessaria alla composizione delle masse artificiali” (119). Uscire fuori dalla rinuncia è rinunciare. Scarso è uscito fuori dal Movimento Freudiano come massa artificiale? Questa uscita garantisce forse che il gruppo padovano di Scarso non sia una massa artificiale? Verdiglione è uscito fuori dall’École freudienne de Paris? Noi siamo usciti fuori dal Movimento cifrematico? Entriamo e usciamo da caselle sociali? Diagonalizziamo tra una casella e l’altra? Oppure non entriamo né usciamo, perché dentro e fuori non è localizzabile e costituisce un modo dell’apertura, da cui procede l’itinerario e la scrittura dell’esperienza?

Stiamo leggendo Scarso o stiamo entrando nel suo testo? Non si tratta della stessa cosa, di due cammini gemelli per arrivare allo stesso punto. Certamente noi “parliamo” Scarso, come propone Jean-Michel Vappereau. L’altra lingua e la lingua altra non sono la lingua dell’Altro, per meglio possedere una lingua personale, locale, gruppale. Gli elementi linguistici non hanno proprietario. Ma questa credenza può permanere nella sensazione di un’intrusione o di un’incursione da parte nostra nel testo di Scarso. Scarso è entrato e uscito dal testo di Verdiglione? È entrato e uscito dal testo di Rimbaud, di Ibsen, e anche dal nostro?

“Ci vuole un bel po’ di coraggio a scrivere” (120). E perché no di fegataggio, di cervellaggio...? Corposcrittura? Psicoscrittura? Antroposcrittura? Scrivere con il cuore, scrivere con la testa, scrivere con i piedi...? È questo il cuore come dispositivo di vita?

“Allora, per leggere, non bisogna più aspettare qualcun altro che abbia scritto” (120). E giustamente questo vale per ciascuno e offre un’esca di lettura del lacanismo e del verdiglionismo; e di quello che ciascuno di questi due maestri permettono in materia di “ismo”.

Ecco una frase semplice, letteraria, metalinguistica, che va da sé, quasi naturale, che assiomaticamente non dovrebbe essere analizzata ma presa o lasciata tale e quale: “la mia storia mi aveva portato talmente vicino, tanto da accorgermene in ritardo, a un analista che arrivò a negare il suo lutto al punto d’impegnarsi in un affare di immobili per edificare l’impero della costruzione” (121). Quindi è la sua storia a portare Scarso. Scarso, il portato, il “galleggiante” sulla sua storia, il “dinosauro più grande” (169). “La sua storia” non potrebbe essere un fantasma secondario, l’idea di un’idea? La sua storia costituisce le premesse logiche che si storicizzano sino a diventare conclusioni pragmatiche, in una circolarità perfetta, che non può realizzarsi se non in contraccolpi e contrappassi, tali l’infarto, l’ictus, il cancro...

La delega alla propria storia porta Scarso a fornire indicazioni “su come giungere a sedersi sulla poltrona”, ma “una vera e propria istigazione a ’fare l’analista’” (121) la coglie nel lacanismo, e ovviamente non nel suo caso.

“Non c’è alcun dubbio che sia proprio l’ammissione del lutto ad aprire le porte alla leggerezza dell’umorismo” (122). E forse l’ammissione del dolore apre le porte alla leggerezza del motto di spirito. Freud parla di elaborazione del lutto. Il lutto è una proprietà del non dell’avere, della funzione di nome. Funzione di rimozione intoglibile, al punto che Freud l’ha qualificata sin dal cominciamento come ritorno, parola che Paolo traduce dall’ebraico in greco con salvezza. Così il lutto è ammissione, è accesso, è ritorno. Cominciamento e conclusione sintattici.

Il lutto in permanenza è l’instaurazione della funzione di rimozione. Allora “il passo in atto verso il lutto in permanenza” non esclude il contrappasso.

Conta “l’avventura della scrittura del fare autentico, ovvero rispondente al mito, al colmo della difficoltà” (123)? È questo un fare eroico, che richiede coraggio, poiché non avrebbe la sua condizione nella difficoltà, incontrandola quasi in chiusura del giro al posto della semplicità, nell’istigazione alla decifrazione (133), senza cifra, prendendo posto.

Ecco una bella questione: “Come può avvenire che l’irruzione psichica del rimosso cui l’economia nevrotica risponde con una qualche forma intellettuale prenda la piega inventiva di una produzione teorica?” (135). Ciascuno risponde facendo. E l’importanza della questione si coglie accorgendosi che invece i più non si pongono indubitabilmente tale questione e in genere nessuna questione.

Al mito della madre in Verdiglione risponde in Scarso la madre ormai impersonale (142). È la stessa cosa? Si tratta della destituzione di un maestro e della sua lingua universale? Non è invece questione di leggere la presunta lingua universale di Verdiglione. Contro la lingua universale si creano le lingue locali, gli idioletti, anche la balbuzie. E un contributo essenziale alla lettura della balbuzie, nel nostro caso, ci è venuta dall’analisi con Fabrizio Scarso.

Teoria del femminile o dell’infarto? “Il femminile sta nel lusso di un eccesso”. Quale femminile, quello che prospetta a noi? “Ma se vi capitasse di arrestarvi davanti a un passo di fronte all’impossibile del reale sulla traiettoria obbligata del vostro mito: cherchez la femme” (144-5). E perché la traiettoria sarebbe obbligata dal mito? La traiettoria domestica, che si spalanca sull’indomestico? Non è solo il nostro caso, in cui abbiamo accolto l’istigazione a non arrestarci, trovando femmes per questa scena, oltre che a contratempi. E nel caso di Scarso? È meglio non distrarsi sul cherchez la femme, l’acchiappa-psy; l’arresto del cuore interviene davanti a un passo di fronte all’impossibile dato finalmente per possibile, anche nel caso del conduttore televisivo Castagna. “Perché l’ideale s’incontra per via di finzione dando luogo all’autentico” (153). I contraccolpi e i contrappassi sono autentici.

Il ritratto di Verdiglione fatto da Scarso è il suo impietoso autoritratto, e noi intendendo questo capiamo che si tratta anche del nostro altrettanto impietoso autoritratto.

Verdiglione, che nel testo non è citato con il nome, “andò via via rivelandosi un fondamentalista con appetiti neorinascimentali”, con “un certo orrore della solitudine platealmente esibita e un’infecondità nel senso della poesia, autoesegesi mascherata da audacia sintattica”, “mentre si stava organizzando per l’immortalità”, trovando “la realizzazione di ambizioni falliche materne” con la sua “piccola comunità”, risultando poi “il peggior detrattore della psicoanalisi di tutti i tempi, fallendo come editore, imprenditore, ricercatore e clinico” (160). Rispetto a queste fantasmatiche occorre la lettura, anche nelle attribuzioni ritrattistiche. Se per esempio la “piccola comunità” identifica anche, e a maggior ragione, il gruppo padovano di Scarso, al quale si deve la pubblicazione postuma di questo libro, è difficile identificare nella nostra pratica un “gruppo”. Ma invece c’è, nonostante la solitudine radicale in cui viviamo. Si tratta dell’insieme vuoto, quando si mostra il tentativo di fare banda da soli, o di fare il lupo solitario (la letteratura abbonda di queste figure, come le revenant, l’orfano, il sopravissuto, l’eremita...). Più interessante è l’identificazione con l’insieme vuoto, anzi l’identificazione del punto vuoto, dell’elemento linguistico come oggetto insecabile.

Chi è il peggior detrattore della psicanalisi? È il conoscente, il cogitante, il ricercatore e l’inventore di altri modi di conoscenza (162).

Si tratta di tentazioni fantasmatiche, alle quali non sempre Scarso abbocca, e per questo analizza efficacemente la poesia e la tecnica. Infatti a questo proposito non cede alla delega di Heidegger che edifica la tecnica come Moloch per deresponsabilizzare gli umani: “Le tecnoscienze richiedono complici perversi per le loro pratiche psicotiche. I complici si trovano tra coloro che prediligono i viaggi di fuga piuttosto che incontro al rischio di verità” (163). I complici sono i deleganti.

“Insuperata, la curiosità intellettuale di Roberto Sanesi” 164). In effetti, insuperata la curiosità di Fabrizio Scarso, e la non rassegnazione. “Non mi rassegnavo all’isolamento e non mi sarei mai accontentato di “fare il maestro”, tanto meno di provincia, visto che nutrivo l’ambizione di portare avanti il mio cammmino in assoluta solitudine ma senza rinunciare a degli scambi di qualità, al di fuori e al di là dei limiti tracciati dal monoteismo imperante nelle associazioni psicanalitiche” (167), senza accontentarsi della metaclinica dell’epoca, ma con la tentazione per “il vecchio mondo che si rigenera nel mito una volta disertate le stelle dei padri” (168). Tuttavia la diserzione dai nomi del padre, anche nel caso di Céline, conferma la disciplina per il nome del padre, il nome del nome, senza modo di uscirne fuori, poiché “l’istigazione a conquistare uno stile, sola autentica via di trasmissione” (173) indica che lo stile è ancora da conquistare.

“Il femminile in quanto aspetto dell’insituabilità dell’oggetto dell’identificazione, inaccettabile a causa dell’assenza di garanzia in cui scaraventa il soggetto” (174) non fornisce elementi per leggere il mistero della procreazione o meglio l’enigma del materno (175), cose che capitano presumendo che “l’itinerario di ognuno” conduca “in effetti il soggetto immaginario dalla folla all’esperienza del soggetto dell’inconscio. Infatti rimane soggetto, anche dei propri pregiudizi sugli universali (174). Sempre in un itinerario circolare, “viaggio riservato all’aristorazia degli immoderni autentici” (176), gli inclusi, mentre gli esclusi lavorano per i non lavoratori.

In conclusione Scarso scrive: “Siamo ingaggiati in questo particolare viaggio anche per leggere la filigrana della struttura inedita in cui siamo presi in quanto soggetti dell’inconscio” (179). Questione forse di cuore e di coraggio? Oppure occorre qualche altra audacia? Si tratta del nostro autoritratto? Non abbiamo ancora “parlato” Scarso? O invece siamo riusciti a compiere una prima lettura, inordinale, del caso di un nostro maestro, e con lui ci siamo attenuti “all’esigenza di partecipare felicemente all’opera di civiltà” (180)?




14 marzo 2008




Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu


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