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Bertrand Ogilvie. "Lacan. Le sujet"

Giancarlo Calciolari
(6.05.2008)

Bertrand Ogilvie, filosofo, logico, si è formato con Jean-Toussain Desanti con una tesi su Kierkegaard. Insegna filosofia politica e psicanalisi a Paris X-Nanterre. Collaboratore di Etienne Balibar, di Alain Badiou, di René Major alla Ecole des Hautes Etudes en Psychanalyse, vent’anni fa ha scritto un libro dal titolo “Lacan. La formazione del concetto di soggetto (1932-1949)”, che nella ristampa del 2005 ha come titolo “Lacan. Il soggetto” (Parigi, PUF, 1987, pp. 128, € 12). L’interesse dei ricercatori per questo libro lo ha portato a varie traduzioni, in brasiliano, arabo, spagnolo, giapponese e coreano. Nessuno che l’abbia tradotto in italiano. Lacan è pressoché indigesto ai lacaniani italiani e troppo digesto all’editore e psicanalista Armando Verdiglione per occuparsene.

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Christiane Apprieux, "Corpo in gloria", 2007, bronzo a cera persa

Leggendo le opere dello psicanalista e matematico Jean-Michel Vappereau, che è stato anche uno dei consiglieri di matematica e in particolare della branca topologica di Lacan, ci siamo imbattuti in questo studio di Bertrand Olgivie, citato più volte come referenza rispetto alla nozione di soggetto in Lacan.

Il soggetto è una creazione di Cartesio, non c’era prima, e risponde alla nozione di uomo e alle sue determinazioni, come Dio, la natura, il linguaggio, il pensiero... In Freud non c’è la nozione di soggetto, e il termine è impiegato una sola volta e non nel senso filosofico corrente allora, come adesso.

La nozione di soggetto è un omaggio all’ideologia francese o è essenziale alla teoria psicanalitica?

Il libro di Bertrand Ogilvie è la lettura del sentiero tortuoso dell’elaborazione di Lacan a proposito del termine “soggetto”, e il pregio è anche quello di indagare prima che debutti la grande stagione del suo insegnamento psicanalitico. Il periodo indagato è quello della formazione psicanalitica di Lacan, dal 1932, l’anno della sua tesi di dottorato, al 1949, poco prima degli incontri seminariali a casa sua.

Leggendo la tesi di dottorato di Lacan, Olgivie nota che l’indagine sul determinismo psichico lo porta già in direzione di una “topica causale” (17), che si preciserà prima come interesse per le topiche freudiane e poi lo spingerà a produrre varie topiche.

Bertrand Ogilvie riscontra l’interesse di Lacan per una logica che ricusa ogni privilegio della coscienza (30-31). E quindi segue la trasposizione del concetto di soggetto nel campo filosofico alla nozione inconcettuale di soggetto nel campo psicanalitico. Da soggetto della coscienza a soggetto dell’inconscio. E non si capisce ancora se si tratti di un vantaggio teorico o di una zavorra filosofica.

Bertrand Ogilvie annota che quando ci si dà delle premesse, non c’è poi nessuna ragione per uscirse (32; 71). E Freud non ha ceduto alla sirene del suo tempo perché si è dato altre premesse, altri assiomi.

Pare quasi impercettibile la differenza tra assioma e postulato. Ma anche la quintessenza del postulato non può sostituire l’assioma.

Nel leggere la tesi di Lacan occorre citare la sua risposta a chi gli chiedeva perché avesse aspettato tanto a pubblicarla. Perché la personalità è la paranoia. Allora la “personalità del soggetto” (T, 346) è la paranoia del soggetto. E il soggetto?

Per Ogilvie il progetto della Tesi di Lacan è di identificare un ordine originale della causalità psichica (87), l’idea di una causalità specifica dello psichismo (91). Quindi la nozione di soggetto come va costruendosi di trasposizione in trasposizione risponde all’ordine della causalità psichica. Come si dissolve questo Golem filosofico che è il soggetto? Mettendo in discussione “l’ordine della casualità psichica”.

“Tra il 1932 e gli anni cinquanta Lacan cerca, in qualche modo, di divenire freudiano” . Inventa “una teoria del soggetto che non cesserà mai d’approfondire” (99). E rimane da verificare in quale modo sia freudiana una teoria del soggetto. Anche nel senso che nessuna filosofia della psicanalisi raggiunge la psicanalisi stessa. Non c’è passaggio dalla filosofia alla psicanalisi e neanche viceversa.

Veniamo al punto in cui Lacan prende le distanze da Cartesio: questa esperienza che la psicanalsi ci dà, a proposito della funzione dell’io, occorre dire che ci oppone a ogni filosofia uscita direttamente dal cogito (102). Per l’appunto si tratta di opposizione. Lacan non vanifica la nozione di soggetto, non dice “non c’è più cogito”, ma opponendosi mantiene la creatura fantastica.

Lacan nel confronto stretto con alcuni testi della filosofia, da Aristotele a Kant, da Hegel a Heidegger, forse il soggeto gli resta impigliato.

Olgivie permette di seguire il cammino che porta Lacan a mantenere la nozione di soggetto perché parte dall’antropologia dell’amico Lévi-Strauss e dalla filosofia di Aristotele con la nozione di “uomo animale”.

Lacan considera l’animale umano come nato prematuro e la maturazione intellettuale è sospesa per la maturazione immaginaria o fittizia, foriera di controeffetti reali centrali e non collaterali. La “forma” presa nello specchio situa l’istanza dell’io (moi) in una linea di finzione (E, 94). Come se la sembianza (l’immagine dell’elemento) potesse fissarsi allo specchio.

Questa finzione è necessaria perché c’è l’assioma dell’uomo animale. Senza questo postulato lo specchio di Lacan sarebbe risultato inspeculare. Rimane che l’immagina causa, provoca, forma, ma non c’è cattura immaginaria come ha lasciato fantasticare l’etologia applicata all’uomo. L’immagine identifica. Non è l’uomo che si identifica a qualcosa.

Secondo Olgivie per Lacan il soggetto psichico tiene il suo posto di soggetto diviso tra il suo avvenimento e la sua alterazione fondamentale, da cui viene che la maggior parte dei suoi pensieri sono dell’ordine dell’inconscio. Tale soggetto è chiamato a inserirsi in un sistema che non rinvia altro che a se stesso (115).

Ecco il “sistema” nella citazione di Lacan: “Il registro del significante s’istituisce con ciò che di un significante rappresenta un soggetto per un altro significante. È la struttura”, che spiega “la divisione originaria del soggetto”. “Il significante si produce nel luogo dell’Altro” (E, 840). “Il significante come tale ha, barrando il soggetto per prima intenzione, fatto entrare in lui il senso di morte” (848).

Il soggetto è quello dell’essere per la morte. Il soggetto del cerchio, dell’essere o del linguaggio.

A questo proposito Ogilvie parla di “topologia lacaniana” (117). Superfice senza la profondità di tanto freudismo. Superficie su cui si scrivono i grafi, con la curvatura della banda di Moebius, del cross-cap, della bottiglia di Klein, del nodo borromeo. Questione della curva singolare, mai allineabile, mai spianabile, mai così retta da chiudersi all’infinito in un cerchio.

Dice Bertrand Ogilvie: “Il soggetto è una superficie e un sistema di pieghe: da qui la tentazione di dirlo in termini di nodi, di topologia o di matema; ultimo sforzo di Lacan per strappare l’inconscio all’ordine della rappresentazione e darne una pura presentazione” (118). Ogilvie non enuncia una vanificazione della rappresentazione, come accade nell’Esodo, ma strappa l’inconscio e tale inconscio strappato rimane nella presentazione, nell’universo dell’essere.
L’inconscio è irrappresentabile e impresentabile: non ha nulla di ontologico. Rappresentazione e presentazione appartengono all’ontologia, ipotesi deduttiva che in psicnalisi è una fantasmatica.

Ogilvie constata in questa sua opera di ricerca che Lacan è passato dal soggetto umano (della Tesi) al soggetto dell’inconscio (degli Scritti), dal mondo dell’antropologia, della sociologia, della psicologia, della filosofia, della teologia... alla società di parole. E più che le parole la questione è quella della parola, quella dell’enunciato di Giovanni: In principio era la Parola.

Nel passaggio operato da Lacan, secondo Ogilvie, rimane “questo nome ambiguo di soggetto, designante una pretesa che ha la forma di un servaggio”. È l’unica punta di un’obiezione che l’autore pone al termine di “soggetto”. Rimane chiarissimo che si tratta del “soggetto di”, in quanto sempre “assoggettato all’inconscio” (118).

Qual è la premessa logica che permette a Lacan d’incappare nel soggetto e di non constatarne mai l’inesistenza? Quella dell’equazione dell’originario alla verità del soggetto. Il non originario (ossia l’originale e le sue copie) è reperito da Lacan nella ricerca obiettiva e oggettivante del metodo scientifico comune. Il ragionamento è semplice: la doxa (in tutte le sue forme) è la pseudoverità, e la psicanalisi si occupa della verità del soggetto. Ma questa verità del soggetto è la stessa verità del matematico Tarski, ovvero è logica e non si coglie mai come un effetto dell’itinerario di ricerca. Si tratta della premessa logica che si troverà inesorabilmente come conclusione logica. Ecco perché questo tipo di ricercatore ha sempre ragione, e rifarebbe ciò che ha fatto per tutta la vita, da Guy Debord a Philippe Sollers.

Per Ogilvie il lettore è di fronte al testo come il soggetto di fronte al suo desiderio 123). Questa è gnoseologia lacaniana. Il soggetto di fronte al suo desiderio è quello di fronte all’albero della conoscenza del bene e del male. E la questione sembrerebbe quella filosofica di optare per il bene e non per il male. Invece non ci si è imbattuti nell’albero della vita. L’elemento (linguistico) come oggetto causa di desiderio sospende la credenza nel possesso del desiderio. Il desiderio non è né mio, né tuo, né suo...

Come leggere il testo? Come trasporlo e integrarlo in altro testo e in altra verità?
“Il soggetto deve sorgere dai dati dei significanti che lo ricoprono in un Altro che è il loro luogo trascendentale (E, 649). Ma se i significanti ricoprono il soggetto è perché sono ricordi di copertura. Il soggetto del cerchio è il ricordo di copertura di quello che della curva singolare giunge come evento e avvenimento. Effetti non logici ma pragmatici, a partire dalla radice logica, che non è mai pre-messa.

Bertrand Olgivie nella sua conclusione parla di “soggetto lacaniano”, quasi un “effetto” (125). Questo effetto, in modo ironico, Verdiglione l’ha chiamato il “soggettuale”.

Per Ogilvie la “conoscenza” è una premessa logica e non possiamo che trovarla in conclusione, dove apparentemente non è questione della possibilità della conoscenza ma della “posizione del soggetto in rapporto a questa conoscenza che, per altro, si elabora facendo a meno del soggetto stesso” (126). Sì, sembra proprio che ognuno si distolga dall’albero della vita e si volga verso l’albero della conoscenza e metta la gnosi come discorso anonimo al posto di dio, come ideale dell’io per un io ideale. Il “posto” infatti è un desiderio umanissimo. Il cenotafio del soggetto.





20 marzo 2008




Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu


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