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Heidegger e Freud

Giancarlo Calciolari
(28.03.2008)

Il giovane medico Medard Boss scrive nel 1947 una lettera al noto filosofo Martin Heidegger, che riceve annualmente centinaia di lettere da tutto il mondo e solo a poche risponde. Il filosofo, in cura di denazificazione da parte di apposite commissioni americane, risponde alla sua domanda di aiuto teorico. Inizia così una relazione che dura sino alla morte di Heidegger. Gli incontri, soprattutto a Zollikon, a casa di Boss, prendono sempre più un aspetto seminariale. Nel 1987 pubblica le trascrizioni e alcune delle 256 lettere che il filosofo gli ha scritto. Nel 2000 esce la traduzione italiana, Martin Heidegger, Seminari di Zollikon, pubblicato da Guida Editori (pp. 438 € 25,82).

Pochi anni prima del 1947 Boss aveva letto Sein un Zeit, per sfuggire alla noia del servizio militare svizzero, in stato di allerta per una possibile invasione da parte della Germania nazista.

Medard Boss confessa di non avere capito una sola frase nella prima lettura di mezzo libro di Heidegger. E lo legge fin oltre la guerra, e prosegue la sua testimonianza dicendo che era particolarmente interessato alla persona di questo autore. Non al testo.

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Opera di Hiko Yoshitaka

L’indagine su Heidegger condotta da Boss non sorvola sull’adesione al nazismo del filosofo, ma lo assolve non trovando concrete e deliberate bassezze nei confronti del suo prossimo. Ma il suo ragionamento di base è un altro: siccome non si sarebbe mai occupato di un uomo di comprovata bassezza nei confronti del prossimo, allora ne deduce che Heidegger non può che essere innocente. Eppure, non a caso, dubita di sé il medico psichiatra e psicoterapeuta e deve ammettere di non poter giurare che nelle stesse condizioni ambientali di Heidegger non avrebbe fatto lo stesso. Chiama questo: divenire vittima di errori analoghi. E perché vittima? Perché l’adesione al nazismo comporterebbe di divenire vittima? Non dovrebbe essere carnefice?

Medard Boss dalle sue indagini vede emergere il ritratto di Martin Heidegger come la persona più radicalmente calunniata che avesse finora incontrato. Alla fine degli anni quaranta era così compatta la calunnia contro Heidegger che spinge Boss a incontrare il filosofo. In tal senso il gesto di Medard Boss è lodevole, e del resto ha già ammesso di non capire il testo di Heidegger.

Medard Boss fornisce un pretesto per riprendere la lettura del caso Heidegger, proprio nell’affermazione che abbiamo citato, quella di non potere giurare che non si sarebbe mai fatto ingannare dal nazismo. Non occupiamoci di Heidegger, della discriminazione dei professori universitari ebrei e poi della loro esclusione, della sua condotta con Husserl, con Jaspers, o delle sue due conferenze a Roma nel 1936 per promuovere il nazismo, una delle quali era vietata agli ebrei. Tuttora i mattatoi nel pianeta sono governati da persone normali, da presidenti e capi di stato normali, con l’adesione delle loro élite e della loro classe media. La massa segue. Come insegna la fisica, la massa è inerte. Per capire la responsabilità di Heidegger o di Schmitt il paragone non va fatto con i macellai anomali della storia e quindi con i loro consiglieri, ma con i governanti normali e con i loro professori universitari emeriti, poiché non c’è massacro nel pianeta che non ricada sulla responsabilità di ciascuno.
Per esempio, se noi leggiamo oggi i testi dei teorici dei partiti d’Italia troviamo elementi molto più discutibili di quelli che troviamo nei testi di Heidegger.

Quindi nel caso di scivoloni autoritari, gli epurati sarebbero legione.
Rispetto alle calunnie non ha torto Medard Boss, ma non nel senso che gli imprime. Le calunnie contro Heidegger non lo rendono innnocente e non contribuiscono ai sogni d’innocenza dello stesso Boss, che ha ragione nel senso preciso che la calunnia non rende innocente il calunniatore.

La questione cruciale è leggere il testo di ciascuno, e non di mettere all’indice un testo sospettato di commercio con il diavolo. È chiaro che una marea di conformismo, che aderisca a ogni cosa sociale gli venga prospettata, è assolta istantaneamente, attaccando Heidegger o Rusdhie.

Leggere il testo è un’altra cosa. Il poeta legge affascinato la frase di Heidegger della poesia che sia apre allo spazio dell’essere. Ma chi legge nella poesia il suo etimo, il fare? La poesia sia apre allo spazio dell’essere? Chi intende che il Raum è lo stesso spazio che Schmitt vuole grande per la Germania? Chi intende l’essere in Heidegger, perché non spiega come abbia fatto il filosofo a cogliere nell’ascesa di Hitler e del nazismo una manifestazione dell’essere? Chi intende che cosa vuol dire l’affermazione di Heidegger che l’essere stesso è circolare? Chi capisce perché Peirce chiamasse ironicamente faneroscopia la fenomenologia?

Come intendere la lettura che Heidegger fa della psicanalisi? Nei Seminari di Zollikon si trovano alcuni elementi per il dibattito.

E come intendere la lettura di Medard Boss? Questo secondo caso è decisamente più semplice: chi come Boss non distingue tra psichiatria, psicologia, psicoterapia e psicanalisi e le tratta come se avessero la stessa materia e lo stesso oggetto di ricerca, avrebbe avuto una chance leggendo La guida dei perplessi di Maimonide.

Perplessità per la scelta dei brani degli scritti e delle lettere di Heidegger? Non proprio. Ciascun testo, anche con cancellature, parti mancanti, omissioni, aggiunte, si offre alla lettura, sin dal titolo, o dalla sua assenza.

I seminari cominciano con una conferenza dibattito di Heidegger che si è tenuta l’8 settembre 1959 nell’aula magna del Burghölzli, clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo. Il breve testo manoscritto è di Heidegger.
La posta in gioco di Heidegger è altissima: “Tutte le rappresentazioni oggettivanti, finora usuali nella psicologia e psicopatologia, della psiche, del soggetto, della persona, dell’io, della coscienza come di una capsula, dal punto di vista dell’analitica dell’esserci devono scomparire a favore di una comprensione totalmente altra”. È un auspicio. Le rappresentazioni “devono” scomparire, ovvero non scompaiono, e ancora di meno si articolano o si vanificano perché non sono mai esistite. Per l’Esodo, che giustamente non è un testo di filosofia, non c’è più rappresentazione, non c’è più immagine dell’immagine. L’idolatria non tiene perché l’idolo è una creatura umana.

Prosegue Heidegger: “La costituzione fondamentale dell’esistere umano, che ha da essere vista in modo nuovo, deve essere chiamata esser-ci o essere-nel-mondo, e precisa come il ci, il Da di Da-sein, non intende affatto un posto vicino allo spazio dell’osservatore. “L’esistere in quanto esser-ci significa il tenere aperto un ambito di poter percepire la significatività delle datità che gli si rivolgono-assegnandoglisi a partire dal suo essere-levato-nello-slargo” (36). Il Dasein per alcuna circostanza è qualcosa che possa essere oggettivato, eppure è proprio in questa occasione che Heidegger disegna col gesso alla lavagna un arco di cerchio con una freccia rivolta all’interno che si tiene nello slargo dell’arco stesso. Quindi, non il punto, non l’atomo, non l’individuo e nemmeno l’io fatto a strati come una cipolla, come lo ritroverà dopo Lacan.

Quali sono gli assiomi di Heidegger che gli permettono con alcune regole di ragionamento di ottenere la significativa datità che gli si è rivolta-assegnandoglisi con il volto di Hitler? Di questo si tratta rispetto alla questione dell’adesione e della partecipazione al nazismo. Perché questi assiomi e regole lo assolverebbero? Perché la tecnica diventa per Heidegger una metamacchina che dirige la storia degli umani al punto d’essere responsabile dei campi di sterminio, assolvendo in modo paradossale il nazismo che diviene un idioletto nella babele della stessa tecnica? Sono innocenti come Heidegger i responsabili e gli operai della ditta tedesca che ha trasformato i forni del pane in forni crematori, per non parlare dei domandatari? Certamente, come sono innocenti i governanti del pianeta che vendono le armi di distruzione di massa prodotte nei loro paesi. Il traffico d’armi illegale è una briciola di quello legale. Come la mafia “bassa” che uccide per esplosione è una briciola della mafia “alta” che uccide per implosione.

I primi assiomi di Heidegger in questo breve testo (non era stata fatta una trascrizione dell’intervento) sono “la costituzione fondamentale dell’esistere umano”. Quattro assiomi e la regola di combinazione che ne propone una di combinazione, quella proposta nella frase. La costituzione, il fondamento, l’esistenza, l’umanità. Le altre combinazioni non sono esplorate, come per esempio “la costituzione umana dell’esistere del fondamento”.

Costituzione, statuire assieme. Chi statuisce? Chi dice che questa “costituzione fondamentale dell’esistere umano” deve essere chiamata Dasein? Chi chiama? Heidegger o la tecnica che parla in Heidegger? È forse un discorso anonimo, riformulato in linguaggio poetico e filosofico che parla in Heidegger? Anche l’amico Carl Schmitt, esperto di “costituzione”, letteralmente giurista costituzionalista, si chiede “chi costituisce?” Occorre rispondere “Hitler” per entrambi, secondo le parole di Schmitt per il quale “sovrano è colui che decide nello stato di emergenza”?

Per l’appunto, lo stato che c’è nello statuire assieme della costituzione fondamentale dell’esistere umano è d’emergenza?

Il fondamento della costituzione è fondamentalista? Perché la costituzione, che è già un bell’affare, richiede un fondamento per averla fondamentale? Fondamento nell’essere o fondazione della parola? Quale topologia del fondamento? Che ne è della superficie se esiste un fondo?

Costituzione fondamentale. Le cose statiche, statuite, costituite, fondamentalemente. Ma non basta, già la “costituzione” implica lo stare delle cose, l’ontologia e la possibilità della visione, la fenomenologia. La “costituzione” è doppiata dall’esistere. L’esistere è ancora lo stare, stare fuori, nello slargo, nell’aperto, nella Lichtung, la radura, che qualcuno in francese ha tradotto anche con la clairière de l’être, mantenedo la luce che c’è nel termine tedesco.

Ci troviamo all’origine ontologica delle cose. Es gibt, il ya, c’è. Di questo Heidegger parla nella seconda manciata di assiomi, dove c’è la “datità”.

La costituzione che già “sta” sta fuori, esiste, sta al fondo delle cose, non nella loro onticità ma nel loro essere, nella loro ontologia, per altro spesso definita fondamentale.

La combinazione dei primi tre assiomi è non umana, riguarda solo le cose, occorre infatti il quarto assioma affinché l’ipotesi di Heidegger riguardi l’esistere umano. L’uomo sta fuori, esiste, è Da-sein, e lo stesso Heidegger lo traduce in francese per far intendere il senso in cui lo impiega: être-le-là, essere il là, e non essere-là come è comunemente tradotto.

La sterzata, il tornante verso il Dasein distrae dall’uomo e persino dall’esistere umano, e pone invece una distanza infinita dall’ultimo avatar dell’uomo in filosofia che è il “soggetto” di Descartes. Riprendiamo invece l’uomo. Ecce homo. Qual è l’uomo di Heidegger? È forse il Figlio di Dio? Tenendo conto dell’apostasia del cattolico Heidegger e dell’affermazione che la filosofia è pagana, si tratta piuttosto dell’uomo “greco”. Questione anche di greco e di barbari.

L’uomo che qualifica umano l’esistere ha il suo statuto nella filosofia, nel paganesimo, nel politeismo. L’uomo della quaternità e non l’uomo della trinità. La quaternità greca è posta lungo un continuo che all’infinito come la retta di Desargues è un cerchio. Dio, demone, uomo, animale. Anche questi assiomi del pensiero greco, che gentilmente non chiamiamo “postulati”, sono piuttosto dei “sedimentati” lungo millenni, sono già stati differentemente combinati.
Appena qualche cenno. La combinazione più nota è quella di Aristotele, l’uomo come animale politico. L’uomo animale c’è in Ovidio, in Kafka. L’uomo demone c’è nel Martello delle streghe. L’uomo divino c’è in Nietzsche. Il dio animale è quanto di più noto nella mitologia greca, a partire da Zeus-Toro. La bestemmia concerne il dio animale. Il dio demone? Il demiurgo di Marcione, che avrebbe creato il mondo, quello in cui essere.

La donna non è presa completamente in questo rodine rotatorio e un’altra quaternità la definisce, quella delle quattro fasi lunari, che divengono: Atena, Afrodite, Era, Ecate.

Per questa via entra il tema della morte nella filosofia. Celebre il sillogismo di Aristotele: l’uomo è animale, l’animale è mortale e quindi l’uomo è mortale. La distanza dalle vicende dell’animale nel Genesi e dal corpo immortale, dal corpo in gloria, del Vangelo è assoluta.

Ci sono alcuni corollari da trarre: la costituzione fondamentale dell’esistere umano permette di “credere in tutta serietà che Hitler e le sue masse fossero in grado di erigere un baluardo contro l’onda della notte spirituale montante dietro di loro nella figura del comunismo politico” (8-9). La costituzione fondamentale dell’esistere umano permette i carnai della storia e anche la lessiva che smacchia le tracce di sangue. Non è il discorso che frena il dare la morte agli altri e a sé. La scienza di vita, sia essa scienza dell’essere, scienza di Dio, scienza della parola, scienza matematica, non è un baluardo contro la barbarie, che è dotta. Oggi la morte parla il linguaggio delle vittime, la guerra è diventata giusta. Eccetera.

È il fare che decide della vita assoluta e non della vita parallela per sopravvivere come larve alla minaccia di morte planetaria.

E Freud? Nei seminari di Zollikon Heidegger pone varie obiezioni ontologiche a Freud. Heidegger ha liquidato Lacan che ha tradotto in francese il suo testo Logos e gli ha regalato una copia dei suoi Écrits, dicendo che il dottore aveva bisogno di un dottore. Potremmo liquidare la lettura che Heidegger fa di Freud? Questa lettura e poca cosa e va fatta. Le note di questa infinita lettura entrano nei quaderni di Theoria che scriviamo da anni. Non trovando il modo breve di portarli all’edizione. Intanto si capitalizzano nel Nachlass.

A questo proposito, per concludere questa lettura che avrebbe il respiro di un libro, diciamo che vale per Heidegger quello che costui dice di Freud: “crede di comprendere il fenomeno” (255), anche perché Freud non è fenomenologo, non è filosofo e non ha nulla a che fare con il fenomeno. E Heidegger si accorge che in Freud non c’è nessuna traccia di determinazione ontologica-fenomenologica (314). Per altro la fenomenologia psicanalitica non esiste, malgrado Binswanger, che non a caso Heidegger ritiene che non abbia capito gran cosa della sua elaborazione.

Freud indaga un’altra logica, che chiama inconscio; legge i lapsus, i sogni, le sbadataggini, i sintomi, gli atti mancati, e che cosa trova al suo posto Heidegger? “La metapsicologia di Freud è la trasposizione della filosofia neokantiana all’uomo. Egli ha, da un lato, le scienze della natura, e, dall’altro, la teoria kantiana dell’oggettualità. [...] Il postulato è la totale spiegabilità dello psichico (287). Freud come teoria apparterrebbe al discorso scientifico. Freud filosofo? Ma nessun filosofo può praticare come psicanalista se non ha fatto un’analisi. Che cosa ridurrebbe la psicanalisi a un segmento di sapere filosofico leggibile da Heidegger? Oppure è l’inverso: la filosofia ridotta a un segmento di sapere fantasmatico che ciascun psicanalista è in grado di leggere?

Heidegger dice: “La mia tesi è che l’essenza dell’uomo è comprensione dell’essere” (287). Tuttavia l’essenza dell’uomo è l’uomo statuito, statico, stabile, Dasein. Kein machen! Scrive Heidegger nella conferenza del 1962 dal titolo Zeit und Sein, dove fa il punto sul suo itinerario filosofico. Intende che l’uomo non è definito dal fare; e quindi è assolto da ciò che fa. È la tecnica a fare dell’uomo una marionetta nelle mani di un altro uomo. Troppo facile.
Heidegger dà anche una casa all’essere, mentre Freud dice che l’io non è padrone in casa propria; e più precisamente Freud introduce la funzione di rimozione come “non dell’avere” e la funzione di resistenza come “non dell’essere”. Certo l’essere esiste, non è quello di cui parla la filosofia o la teologia: l’essere è una proprietà dell’elemento linguistico, che tripartito entra nell’esperienza, in particolare si tratta dell’elemento linguistico come significante, non preso nella sua funzione. Ovvero il significante preso nella funzione introduce il “non dell’essere” e il significante non preso nella funzione, che borda la funzione di rimozione o di nome, ha come proprietà l’essere. In altri termini, quello che s’impone nell’esperienza come “essere” è posto in bordatura dei nomi e offre la materia significante per il ritorno, per il funzionzamento stesso del nome. Il ritorno del rimosso.

Leggiamo un’asserzione di Heidegger: “l’inconscio è incomprensibile” (254). “Inconscio” è un significante rimosso che ritorna come nome, adiacente a un altro significante, “incomprensibile”. “Inconscio” come significante introduce il non dell’essere, anche nel senso che “inconscio” dissipa qualsiasi pretesa ontologica che trasforma il “termine” in “concetto. Mentre “incomprensibile” è il significante non preso nella funzione che fa da bordo al nome.

Nella frase “l’inconscio è incomprensibile” l’inconscio non è tolto, ma rimosso, ritorna.

Inoltre non c’è nessuna datità che verrebbe poi interpretata dal soggetto, o dalla sua estensione in esser-ci. Peirce, che ci pare non letto da Heidegger, ha rilevato molto prima che non c’è la percezione e poi la percezione-segno, teorizzata nella lettera 52 di Freud a Fliess. Per l’inventore della semiotica, che integra e traspone la filosofia, ogni elemento entra nella vita come un segno tripartito, sebbene poi l’algebra del segno renda la prosecuzione della sua teoria difficile e così la sua vita.

Facciamo un esempio più semplice: nel secondo incontro seminariale Martin Heidegger è alle prese con un tavolo e s’interroga sulla sua presenza e sul suo essere. E assolutamente “tavolo” non è un elemento linguistico della sua esperienza. Heidegger può anche avere aderito al nazismo per avere la cattedra (il tavolo) di rettore dell’università di Frigurgo. E poi tra le tavole dei rimedi e dei veleni, dei totem e dei tabù, delle vie facili e delle vie difficili, che sono fatte dello stesso legno dell’albero della conoscenza o dei filosofi, si accorge che il rimedio è un veleno. Il nazismo da biuono diventa cattivo. Toh!
L’elemento linguistico tavolo è : non-tavolo (-A), tavolo (A) e Altro dal non-tavolo e dal tavolo. Questo Altro dal nome (-A) e dal significante (A) è la struttura del fare. Per esempio il termine “tavolo” spinge qualcuno a sedersi e qualcun altro a divenire fabbricante di tavoli, qualcuno a dipingere tavoli a qualcun altro a teorizzare la vita a partire dal tavolo.

Ma l’esempio semplice non l’abbiamo ancora fatto. Nonostante il filosofo abbia esperito o sia pronto a esperire la necessità di essere qui ora, potrebbe avere un fastioso tremolio all’occhio o una venetta impazzita che batte nella coscia, potrebbe cadergli di mano il libro che legge o guardare una studentessa diciottenne che segue il suo corso e vedere “babba natale”. E non sappiamo dargli torto, noi che crediamo a babbo natale e non abbiano questioni di credenza o di miscredenza nei confronti dell’opera di Heidegger, e ancora di meno nei confronti della sua persona, come si esprime Medard Boss.

Leggendo Heidegger con Freud, con Lacan, con Verdiglione, con Peirce, con Cantor, con Gödel, misuriamo la responsabilità di ciascuno, anche la nostra, rispetto all’andazzo del pianeta. E allora per capire l’essenziale del nazismo e di Hitler e della compromissione di Heidegger non è utile l’analitica dell’esser-ci, ma la lettura sobria di François Féjtö, nato nel 1910, storico del nazismo, del fascismo e del comunismo, che non delega né a Dio né al diavolo la storia degli umani.







Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito.eu


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19.05.2017