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Note di lettura

Taubes lettore di Paolo

Giancarlo Calciolari
(3.12.2006)

Le quattro giornate di seminario di Jacob Taubes sull’Epistola ai Romani di san Paolo, a fine febbraio 1987, al FEST (Forschungsstätte der Evangelichen Studiengemeinschaft/Centro di ricerca del gruppo di studi protestanti) di Heidelberg, raccolte ne La teologia politica di Paolo (Die Politische Theologie des Paulus, 1993, Wilhelm Fink Verlag, München) sono l’occasione per l’autore per l’ultima esperienza di qualità. L’esperto di escatologia, il rabbino che non si considera teologo, ritiene di avere e avrà le ore contate, come Évariste Galois, non ancora ventiduenne, prima del duello in cui morrà. Tra la seconda e la terza conferenza Taubes va al Centro di cure intensive dell’ospedale di Heidelberg. Tra la prima e la seconda conferenza Taubes compie sessantaquattro anni. Taubes muore il 21 marzo 1987. Il tema del colloquio era Die Zeit drängt. Le temps presse. Il tempo urge, incombe, spinge alle porte.

“L’ignoranza generale è legata alla concezione umanistica humboldtiana della cultura, alla interpretatio graeca della storia europea. Non posso farci niente” (21). Von Humboldt non ha lasciato la stessa traccia in Italia, eppure il panorama è simile. La cultura generale greca antica che s’insegna nei licei, (ancora prima di leggere la stessa questione per il settore specifico della filosofia) è alla base dell’ignoranza dotta. Ma l’interpretatio graeca sembra inestricabile dalla teologia, che già nel nome affigge il compromesso in questione. I papi recenti si sono sempre espressi anche come filosofi e non solo come teologi.

“Non posso che incitarvi a prendere sul serio le vostre meditazioni su un passo della Bibbia che tutta la filosofia” (21). D’accordo. E occorre restituire il testo della filosofia in altra cifra.

Il Vangelo come dichiarazione di guerra a Roma? La letteratura cristiana come letteratura di protesta contro il culto cesariano fiorente?

Maometto “ha molto esattamente assorbito la tradizione giudeo-cristiana e l’ha riprodotta nel Corano” (45), nel senso che documenti arabi attestano l’esistenza di comunità di ebrei cristiani sino al X secolo.

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Opera di Hiko Yoshitaka, bronzo

“Si tratta per Paolo della fondazione e della legittimazione di un nuovo popolo di Dio” (51).

“Popolo” è uno dei nomi delle genealogie di potere, che sono legione. Armando Verdiglione è giunto all’affermazione: “Non c’è più popolo”. E il nome dell’elemento genealogico che ha sostituito nell’occidente quello di “anima” - che in quanto “farfalla”, psiche, poteva ancora mettere sulla pista un ricercatore formatosi su Totem e tabù di Freud – è “identità”, più difficile da districare dal testo di Aristotele, al punto che nel seminario sull’identità Lévi Strauss gira in tondo.

Paolo sapeva sempre reperire dove si trovava il potere e dove poteva stabilirsi un contro-potere? No, questo è Taubes (36), che si chiede “Perché rivoltarsi contro quello che è destinato a tramontare?” (67).

L’escatologia è un modo di lettura genealogica della Bibbia. La Bibbia letta come realtà effettiva, psicoticamente. “La collera di Dio vuole eliminare il popolo perché ha peccato” (51). Taubes cita Esodo 32-34 e Numeri 14-15.

Mosè si offre di morire per Israele: “Altrimenti cancellami dal tuo libro” (Es 32,32).

“Il cristianesimo non trova la sua origine autentica in Cristo ma in Paolo” (66).

“Avverto il rapporto polemico, il modo di compararsi a Mosè e di rivaleggiare con lui, come qualcosa di assolutamente centrale” (67). Forse bisognerebbe leggere così il suo rapporto con Carl Schmitt, appena citato poche righe sopra.

Jacob Taubes annota che nella Seconda Epistola ai Corinzi “Paolo distingue, a titolo di concetto negativo, il pneuma tou kosmou, il pneuma di questo mondo o di questo eone, dal pneuma tou theou, lo spirito divino” (71).

È la scienza di vita che Taubes trova in Paolo, per questo “sarebbe troppo riduttivo di comprendere semplicemente Paolo nel senso di una allegoresi” (74).

Taubes fa emergere la logica della pneumatica (79), delle cose che stanno, e così prende ad esempio “la mistica ebraica in quanto logica che si ripete nella storia” (79).

“Si possono leggere dei testi senza percepire dove si trova il punto decisivo” (81).

Paolo sembra definitivamente greco nel dire “Non lasciarti vincere dal male, ma sii vincitore del male con il bene” (fine del capitolo 12 dell’Epistola ai Romani).

Paolo: “la figura [la morphè] di questo mondo [tou kosmou] passa” (84).

“L’essenziale non è la rete di citazioni di Paolo, ma le esperienze fondatrici che veicolano” (95). Questa scena primaria rischia di essere scena originale e non originaria nell’atto. Se così fosse la ricerca dovrebbe essere circolare, ossia delle origini. Non si tratterebbe della restituzione del testo nell’atto ma di ritrovare il testo originale, invisibile, illeggibile, inviolabile, che solo una casta dei esegeti potrebbe gestire nel rispetto della sua intangibilità.
Se addirittura la lezione di Cristo è un’invenzione di Paolo, secondo Jacob Taubes, come accorgersi che la questione di vita è “qual è la lezione di Cristo per ciascuno?”

Taubes intende bene che Carl Schmitt nel periodo 1915-1925 attacca il diritto pubblico nella versione positivista (Anschütz e Kelsen), che esclude i problemi fondamentali, credendo di potere manipolare in modo neutro i suoi concetti (98). Schmitt attacca la secolarizzazione.

“I teologi non hanno mai capito che Heidegger voleva essere l’affossatore della teologia” (100). Esatto.

L’epoca reclama una decisione? La questione della decisione in Carl Schmitt.
Anche nel senso di nessuna via di mezzo tra cattolicesimo e ateismo. Infatti per Heideggerl la filosofia deve essere atea. Ma non c’è nulla da temere: la filosofia è la formalizzazione del paganesimo, più che dell’ateismo, del politeismo. Certamente è la stessa cosa. L’algebra di Dio. Dio che gioca o non gioca a dadi, umanamente.

La commissione d’inchiesta, il comitato decisionale, la comunità degli interpreti, dovrebbe rispondere tra Cristo e Barabba, tra il continuo e il discreto, tra la semiosi infinita e i limiti dell’interpretazione.

La paura nelle sue formulazioni sociali: se il re è pazzo? Se la folla è furiosa? La risposta sociale è quella dello stato di eccezione.

Quello che trattiene dallo stato di paura: il Kat-echon. La formalizzazione della paura. Il rimedio al caos.

“Tutti i concetti cristiani che conosco sono dei concetti estremamente politici, a ben vedere esplosivi, o lo divengono a un dato momento” (108).

“Il mondo scompare, la morphé di questo mondo è giunta al suo termine” (109), si tratta dell’Impero romano nella lettura di Paolo.

Epistola ai Romani 8, Cristo come “ il primo nato di una moltitudine di fratelli”, l’anti-Cesare, secondo Taubes (111).

Nessun ABC dell’esegesi (112).

“Noi non abbiamo dietro di noi nessuna Chiesa, né baionette, nessuno Stato dietro di noi per riscuotere le imposte” (114).

“Se Dio è Dio, è impossibile di farlo uscire dalla nostra anima” (114). Dio è originario nell’atto. Ma anche: Dio è il delegato superiore dell’anima, fatto a immagine dell’anima, come Nietzsche che abbraccia il cavallo, l’animale totemico. L’anima è un nome dell’animale genealogico.

La modernità fatta di platonismo-cristianismo è una perla di Taubes (116).

“Da Aurora i cannoni [di Nietzsche] sono puntati contro Paolo” (117).

“Il tipo per eccellenza del prete è Paolo” (117).

Wersetzung, istituzione di valori che valgono anche per altri e che misura il rango dell’uomo, per Nietzsche letto da Taubes (118). Dall’assioma alla cifra.
Da ciò che vale al valore assoluto. E Nietzsche ha cercato la Umwertung, la transvalutazione dei valori. La cifra come valore assoluto è l’approdo ciascuna volta della transvalutazione.

Il Vangelo che stava scrivendo Nietzsche lo ha portato a abbracciare il cavallo. Un modo come un altro per andare in bestia, per essere un bipede che fa rumore, quando cade al suolo mentre gli altri lavorano, condizione necessaria affinché qualcuno sia così saggio da adempiere al totemismo, in presunta assenza di Dio.

“L’uomo secondo Nietzsche aveva per fine la conoscenza. Ma per la conoscenza occorre il tempo libero, e questo significa che altri effettuano il lavoro” (122).

La questione è di sapere chi è il padrone della tecnologia e non della tecnologia come se avesse in sé una logica che si sviluppa autonomamente?

Lo zero è padrone? L’uno è schiavo?

La promessa d’accesso alla vera vita? Lo zero dello zero.

“Il fatto che due più due fa quattro e non cinque è una decisione, ciò significa che è un colpo di dadi. [...] Il Dio di Paolo gioca a dadi. Elegge e danna” (125).

“L’elezione è un colpo di dadi” (126).

Nietzsche ne La gaia scienza, nel poema intitolato “Il grande meriggio”: “Uno si fece due...” (126).

Il metodo narrativo di Freud (132-133).

Leggendo Freud, Taubes, interrogandosi sul destino degli ebrei che non hanno adottato la nuova dottrina di Cristo, intende interpretare L’uomo Mosè e la religione monoteista in un prossimo seminario, che purtroppo non avrà luogo. Afferma: “Occorre dunque cominciare nuovamente a interpretare Paolo” (139).
Le conferenze si concludono con l’immagine di Freud nel ruolo di Paolo, che apporta non più solo fantasmaticamente ma effettivamente la grazia con il suo metodo curativo: “Freud non è semplicemente il medico dell’individuo, ma anche il medico della civiltà” (139).
Noi leggiamo in altro modo Freud, a partire dalla sua analisi non medica, laica, mai laicista.


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19.05.2017