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Lo stato come eccezione

Giancarlo Calciolari
(19.10.2006)

“La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato di eccezione» in cui viviamo è la regola”
Walter Benjamin

Giorgio Agamben in Stato di eccezione (Bollari Boringhieri, 2003) affronta non solo l’ideologia e la mentalità dell’emergenza per gestire uno stato di diritto limitato, bensì lo statuto della sovranità e dello stato.

Allo stato come eccezione (anche al sistema della finzione e della lotta al sistema fittizio) viene contrapposto lo stato di necessità, il principio d’emergenza.

L’eccezione. Lo stato. Forse l’eccezione è una proprietà dello stato, che non è statico, ma quanto di più mobile ci sia rispetto alla pulsione. Lo stato è indotto dalla pulsione, e propriamente è imprendibile. La presa della stato è una chimera, dalle brigate russe alle brigate rosse.

Non solo manca una teoria dello stato d’eccezione, come sostiene Agamben, manca pure un confronto con l’unica teoria dello stato che pone questiti insormontabili ai più, quella di Armando Verdiglione, che situa lo statuto dello stato in relazione al sembiante, all’oggetto della pulsione. E la sembianza è la dimensione delle immagini e non quella dell’apparenza, della finzione.

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Opera di Ettore Peroni, dettaglio

Quale eccezione si fonda sullo stato di necessità? L’eccezione dell’eccezione. La guerra civile, l’insurrezione, la resistenza sono all’intersezione fra il giuridico e il politico?

Se sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione, secondo la formula di Carl Schmitt che ha affascinato anche Jacob Taubes, la questione della sovranità originaria non indica che ciascun istante è d’eccezione? La risposta gnostica a questa domanda può comportare l’orrore, il terrore, il panico, lo spavento.

“Lo stato di eccezione si presenta come la forma legale di ciò che non può avere forma legale” (10). Lo stato è formatore nella dimensione della forma, della sembianza. La forma non è legale né illegale. E nemmeno lo stato è ordinario o straordinario. È il formatore che non può avere forma, entrare lenna finzione: la eccede.

Agamben ripropone quella domanda che secondo le sue parole non cessa di risuonare nella storia della politica occidentale: che cosa significa agire politicamente? (10). Il fare non significa. L’agire in effetti sì, segue alla significazione e si concretizza nella circolazione.
La questione è quella della politica del fare, non dell’agire.

“Il totalitarismo moderno può essere definito, in questo senso, come l’instaurazione, attraverso lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione risultino non integrabili nel sistema politico” (11).
Sicuramente è così. Ma non c’è totalità che racchiuda se stessa, mentre sembrerebbe che l’orizzonte sia chiuso da questa prospettiva, poiché – non a torto – anche le democrazie governano nello stesso modo.

Carl Schmitt scopre come se fosse l’ultimo livello del sapere che nell’eone di tempo inaugurato dal cristianesimo ci troviamo nella guerra civile mondiale. Agamben cita Hannah Arendt Sulla rivoluzione e Carl Schmitt sulla Teoria del partigiano, entrambi del 1961.
Forse Schmitt è partito da questa constatazione, e pure non scritta con queste parole sorregge già la Teologia politica del 1922.

“Lo stato di eccezione tende sempre più a presentarsi come il paradigma di governo dominante nella politica contemporanea” (11). Ovvero il pianeta stesso è governato in modo totalitario. Non completamente. Certamente il pianeta è sotto controllo e padronanza di varie oligarchie, che tuttavia non sfuggono all’inconscio. L’inconscio stesso, per ciascuno, è eccezione alla vita fittizia, inautentica, invischiata nei fantasmi di padronanza e controllo.

Lo stato non è reale né fittizio; e non è condizione della guerra civile mondiale presa tra parti legali e illegali. Lo stato nella sua instaurazione sospende la cosiddetta guerra civile mondiale perché è condizione della battaglia intellettuale: artistica, culturale e scientifica.

Il principio di sicurezza come tecnica normale di governo è una dichiarazione generalizzata dello stato di eccezione. Il fantasma è quello della minaccia della sicurezza pubblica. Chi deciderebbe se non il sovrano o l’oligarchia sovrana?
La democrazia oggi è un caso di sovranità “leggermente” allargata. La sovranità di ciascuno è considerata un caso ideale.
Passare dalla sovranità al sovrano vale già a porre la questione della minaccia, quello che Agamben chiama il paradigma della sicurezza. Ognuno è minacciato dal sovrano perché è minacciata la sicurezza pubblica che non si tratti di un despota, di un tiranno o di un vampiro.
Il paradigma dell’amico/nemico di Schmitt (tratto dalla Repubblica di Platone, nel dialogo di Socrate con Cefalo e suo figlio Polemarco) è una variante dello stesso paradigma: la minaccia risiede nell’ipotesi che il sovrano non sia buono.
Occorrerebbe fare come Machiavelli, non occuparsi di come l’uomo dovrebbe essere ma di come è.
Occorre fugare l’ipotesi della minaccia. L’ipotesi Caino.

Forse la Bibbia è da leggere come testo ironico, l’ipotesi per assurdo, come quella dell’albero della conoscenza del bene e del male (che prosopopea rispetto al semplice “albero della vita”: è in questo che la Bibbia è apertura, ironia) è data come reale. E così Caino e Abele. L’insegnamento non è che Caino uccide Abele, eccetera, ma che se Caino uccidesse Abele andrebbe nel senso narrato. L’ironia non viene più colta.

Il dispositivo della guerra convenzionale, divenuto discorso della guerra a partire dal pensiero filosofico, è quello della minaccia di morte. Sun Tsu ne L’arte della guerra narra del come la guerra poggi sulla minaccia di morte e sulla sua amministrazione.

Dalla dichiarazione dello stato di eccezione alla promulgazione di leggi eccezionali il diritto viene abolito in alcuni casi.

“Bush sta cercando di produrre una situazione in cui l’emergenza diventa la regola e in cui la stessa distinzione fra la pace e la guerra (e fra guerra esterna e guerra civile mondiale) risulta impossibile” (32). Quindi se Bush poggia il suo ragionamento sulla guerra civile mondiale non fa altro che sposare la teoria del diritto di Carl Schmitt. In tal senso anche Bush andrebbe denazificato.
I logici matematici ragionano in questo modo. Kurt Gödel quando sostiene l’esame per ottenere la green card, alla domanda se si potesse produrre negli States un fenomeno come quello del nazismo comincia a rispondere di sì, argomentando sulla costituzione americana. L’amico Einstein fa passare la sua risposta come una battutaccia e arrangia il colpo.
Secondo Agamben la costituzione di Weimar “permetteva” la nascita del nazismo, per un articolo che introduce lo stato di eccezione.

Lo stato di emergenza quale stato di necessità si situa nel realismo pragmatico, nella psicotizzazione standard degli umani. Lo stato di emergenza conferma la paura. Stato di paura. Stato di terrore. Stato di orrore. Stato di panico. Stato di spavento. Ossia quattro modi correnti di negare lo stato come eccezione.

Qual è lo stato e qual è l’emergenza che non sospendono il diritto? Questa è la domanda essenziale al dibattito di vita. Mentre partecipa ancora alla gnosi, ovvero al dibattito di alternativa alla vita, la domanda. “Se il proprio dello stato di eccezione è una sospensione (totale o parziale) dell’ordinamento giuridico, come può tale sospensione essere compresa nell’ordine legale?” (33). In effetti Agamben non può rispondere al quesito della legalità illegale. Come Cantor non può rispondere all’ipotesi del continuo. Come Kandinskij, Agamben non può rispondere alle sue stesse domande ironiche: “quando il punto diventa linea? “quando la linea diventa superficie?”

La teoria della necessità abbraccia la paura e risulta una teoria del principio di eccezione per sottrarre il caso all’obbligo dell’osservanza, e non fa altro che scivolare nel caso psicopatologico, criminologico e incestagogico, in altri termini nella guerra civile mondiale.

I colpi di stato, chiamati rivoluzioni, sono negazione della rivoluzione della parola. Dittature, ribellioni, rivolte, ammutinamenti. Il colpo di stato violento, è il colpo di paura, il colpo di morte. Il colpo senza grazia. E la violenza non può essere giuridicamente organizzata. Gli eserciti sono illegali pur nel legalismo dichiarato dalle oligarchie, apparentemente dalla parte del popolo perché temono l’ammutinamento di massa, la guerra civile, per altro perseguiti a fini economico-finanziari.

Agamben insegue la teoria generale dello stato d’eccezione (62). Generale non singolare.

“Lo stato di necessità non è uno stato di diritto, ma uno spazio senza diritto” (66). Esatto, ma col sospetto dello spazio di diritto, ossia la spazializzazione del diritto, la stessa inseguita dal principio d’autorità.

“Guerra civile e violenza rivoluzionaria, cioè un’azione umana che ha deposto ogni relazione col diritto” (77). Il discorso della morte in due versioni canoniche.

“All’essere puro, alla pura esistenza come posta metafisica ultima, fa qui riscontro la violenza pura come oggetto politico estremo, come “cosa” della politica; alla strategia onto-teo-logica, volta a catturare l’essere puro nelle maglie del logos, fa riscontro la strategia dell’eccezione, che deve assicurare la relazione fra violenza anomica e diritto.
Tutto avviene, cioè, come se tanto il diritto che il logos avessero bisogno di una zona anomica (o alogica) di sospensione per poter fondare il loro riferimento al mondo della vita” (77-8).
Il logos, anche nella sua variante di discorso del diritto, è il “come se”, la pseudo vita (per quello cercano di fondare il “loro” riferimento alla vita, perché non stanno nella vita originaria. Infatti, chi si trova nella vita originaria non deve fondare nessun rapporto con la vita e neanche con il suo presunto mondo), la paralogica dell’esistenza. In tal senso va l’indicazione formale di Heidegger al posto dell’ipotesi pragmatica.

Il logos è la strategia dell’eccezione, è lo stato di necessità, quella dei tre principi contro la vita originaria. I principi della pseudo vita sono: quello di non contraddizione, quello d’identità e quello del terzo escluso.

La posta in gioco nel conflitto sullo stato di eccezione è convenzionale. La lingua dei litiganti, da ambo le parti, è quella del discorso della guerra, e ogni parte fa pesare sull’altro l’accusa d’essere il nemico. Lingua pura contro lingua impura (da ambo le parti). Lingua interna fluente e lingua esterna disfluente. La lingua nazionale e la lingua barbara.

“L’implicazione fra violenza pura e violenza giuridica, fra stato di eccezione e violenza rivoluzionaria si fa così stretta che i due giocatori che si fronteggiano sulla scacchiera della storia sembrano muovere una stessa pedina” (81).
Ognuno è il doppio dell’altro. Nulla di originario, di irripetibile, di incancellabile.

Ovunque assistiamo a un temporaneo capovolgimento dell’umano nel non-umano, del culturale nel naturale (visto come la sua controparte negativa), del cosmos nel chaos e dell’eunomia nell’anomia? Altri capovolgimaneti sono quelli dell’umano nel divino (superominismo) e dell’umano nell’animale e dell’animale nell’umano. In particolare è sempre valida l’annotazione della Bibbia, quella dell’animale divinizzato, base del paganesimo.

La sovranità è senza soggetto. Per questo “Il sovrano, in quanto è una legge vivente, è intimamente anomos” (90). Sovranità festiva quella dell’occupante definito sovrano.
La questione della festa, dell’obbligo alla ferialità: l’anomia è festiva. Si tratta della libertà a capinculo, quella del carnevale.

Il sistema e l’antisistema (il carnevale: il levare la carne, l’incarnazione, l’eccezione) sono lo stato di eccezione effettivo. Eccezione alla vita. Sistema di morte. Discorso della morte, discorso della festa. Le feste nomiche e le feste anomiche sono lo stato di eccezione alla festa della parola. Come l’albero della conoscenza del bene e del male è lo stato d’eccezione all’albero della vita. Come la malattia mentale è lo stato di eccezione a un errore tecnico non analizzato.

Auctor da augeo, chi aumenta, accresce o perfeziona l’atto di un altro. Per Benveniste augeo non è semplicemente accrescere qualcosa che già esiste, ma produrre qualcosa dal proprio seno, far esistere. E questo è l’etimo inseguito nella ricerca di Giuseppe Pontiggia, che ha lasciato solo tre pagine compiute della sua ventennale ricerca sull’autorità.

“Ma da dove proviene la «forza» dell’auctor? E che cos’è questo potere di augere?” (98). Bellissime questioni. Si tratta della funzione di nome, di zero, di padre, quella che Freud chiama funzione di rimozione. Il lievito della vita. Qualcosa di impadroneggiabile, niente di soggettivo, nessuna facoltà né investitura: “non tanto l’esercizio volontario di un diritto, quanto il realizzarsi di una potenza impersonale nella persona stessa dell’auctor” (99). Non è da cercare lontano il tievito, sta nel pane della parola.

Non che l’autorità romana e il diritto romano valgano in quanto originariamente romani, ma la restituzione del testo dell’autorità e del diritto richiedono la lettura di come l’autorità e il diritto siano sorti a Roma. Nella bella definizione a cui giunge Agamben, l’autorità “è ciò che resta del diritto se si sospende integralmente il diritto” (103) non è il diritto a essere sospeso ma il suo principio. L’autorità della parola non sospende il diritto, ma risulta essenziale alla sua instaurazione come diritto dell’Altro, irrappresentabile. L’autorità delle parole di Gesù nel tempio (l’esempio paolino citato da Pontiggia) instaura il diritto dell’Altro, non il suo di figlio. Il Figlio, come il Padre e lo Spirito, procede dalla croce. Se bada ai suoi diritti, il figlio finisce in croce.

Caino è per il suo diritto di figlio che uccide il fratello Abele. Dalla lettura di questo mito, più ancora che di quello trinitario, si decide la credenza nella guerra civile mondiale. Ebrei e Arabi sono fratelli. Isacco e Ismaele sono fratelli. Abramo è il padre di entrambi.
La coppia amico/nemico è da leggere restituendo il testo di Caino e Abele senza più lo stato di necessità del fratricidio.

L’autorità come principio è il principio autoritario e il suo colmo, quello antiautoritario.

C’è un caso che non possa riguardare un altro caso? In che termini la bella differenza non è abuso di potere, abuso d’autorità, abuso di responsabilità... Qual è la bella differenza che non richiede più l’applicazione del principio del terzo escluso?

Certamente il Duce fascista e il Führer nazista si attengono al principio di autorità, ossia sono nella vita parallela e imitano l’autorità del principe: sono esseri per la morte e così è stato.
Il principio d’autorità non sa cosa sia l’autorità della parola. C’è invece la credenza nella parola magica e ipnotica. L’idea di spostare le montagne e gli umani.

L’autorità non è collegata al potere originario e personale di un capo, che è la dottrina del Führertum di Carl Schmitt, il principio dell’identità di stirpe fra capo e seguito.
Credere nella guerra civile mondiale come fa Schmitt e Agamben (che vuole interrompere il suo funzionamento) viene dall’accettazione della predestinazione, del principio di identità di stirpe tra capo e seguito. L’ipotesi Caino non è fugata ma assunta. La finzione prenderebbe il posto della sembianza. L’apparenza della pseudovita viene presa come reale, vera, certa, tangibile, indiscutibile.

L’auctoritas è ciò che sospende la genealogia di potere. Introduce il non del volere e del potere: non c’è potis, chi vuole. L’auctoritas di Gesù sospende le genealogie di potere del tempio.

Non ci sono coloro che siano tagliati o non tagliati per l’autorità, per il potere. L’importante non è dominare o essere dominati, ma quali sono il progetto e il programma di vita.

Chi riconosce la superiorità di valore? Chi intende l’autorità delle parole di Gesù? Le genealogie di potere romane e ebraiche mettono a morte Gesù. Chi intende l’eccellenza di Gesù? Non di certo il sistema e il suo colmo, l’antisistema.

“L’autorità del ductor o del Führer non può mai essere derivata, ma è sempre originaria e scaturisce dalla sua persona [...] si fonda [...] sul consenso e sul libero riconoscimento di una «superiorità di valore»” (108). Ci sono i due aspetti, quello originario e quello derivato. In particolare primeggia quello derivato: il ductor e il Führer sono i delegati superiori del soggetto universale come delegante. Nella stirpe il dux è il primo capo del gregge. Quindi è derivata e proiettata sul capo la sua superiorità, che è l’altra faccia dell’inferiorità, che poi spesso (ma “sempre” nella logica dell’inconscio) si realizza: inferiorità e inferno dell’omicidio di Mussolini e del suicidio di Hitler.

“Il carisma [...] coincide con la neutralizzazione della legge e non con una figura più originaria del potere” (108). Il carisma infatti è neutralizzazione, toglimento del neutro. E le cosiddette figure del potere sono altre neutralizzazioni della legge della parola.

Il diritto privato e pubblico ha da risultare identico alla vita o immediatamente articolato ad essa perché corre parallelo all’essenziale, il diritto di vita come diritto dell’Altro, anche diritto di fare senza totem né tabù. Mentre il principio del diritto, che dovrebbe implicarsi strettamente in una reciproca fondazione con la vita, è posto come diritto dell’uno, di ogni uno, di ognuno.

“Lo stato di eccezione è il dispositivo che deve, in ultima istanza, articolare e tenere insieme i due aspetti della macchina giuridico-politica, istituendo una soglia di indecidibilità fra anomia e nomos, fra vita e diritto, fra auctoritas e potestas” (110).
Anomia e nomos implicano la legge della legge. Il legalismo e l’illegalismo.

Finzione essenziale: l’anomia nella forma dell’auctoritas, della legge vivente o della forza di legge, è in presa immediata sulla vita. Ossia la presa della vita, la vita originaria è elusa. La vita non è mai presa: questa è la presa della vita.

Se si tratta di finzione, come la chiama Agamben, ossia di pseudovita, di vita parallela che nemmeno all’infinito raggiunge la vita originaria, perché accettarla ancora lottandole contro? Scagliarsi contro i mulini a vento li rende più veri e concreti?

“Ma quando [auctoritas e potestas] tendono a coincidere in una sola persona, quando lo stato di eccezione, in cui essi si legano e si indeterminano, diventa la regola, allora il sistema giuridico-politico si trasforma in una macchina letale” (110). Chiaramente e semplicemente Agamben non può che proporre di andare contro la macchina letale per fermarla. Don Chisciotte di Cervantes è il testo sulla guerra che né Machiavelli né Clausewitz sono riusciti a scrivere.
Inoltre, secondo un approccio logico, se Agamben accetta la “finzione essenziale”, andando contro tale finzione resta all’interno della finzione, della vita parallela. L’autorità senza finzione né infingimenti non è quella del principio di autorità, ma quella che emerge dal lapsus. Le cose crescono, aumentano perché il lapsus, il sintomo è il metodo.

“Scopo di questa indagine – nell’urgenza dello stato di eccezione «in cui viviamo» - era di portare alla luce la finzione che governa questo arcanum imperii per eccellenza del nostro tempo. Ciò che l’«arca» del potere contiene al suo centro è lo stato di eccezione – ma questo è essenzialmente uno spazio vuoto, in cui un’azione umana senza rapporto col diritto ha di fronte una norma senza rapporto con la vita” (110). Dissipando la finzione, il fantasma materno di padronanza e controllo sulla vita, lo stato non è più spazio vuoto ma punto vuoto. Punto d’identificazione. Condizione del viaggio di ciascuno e non condizionamento di tutti divisi in due genealogie: quella degli inclusi e quella degli esclusi.

La macchina letale ha giustamente l’efficacia della morte: “Lo stato di eccezione ha anzi raggiunto oggi il suo massimo dispiegamento planetario” (111), infatti è arrivato all’interno della teorizzazione di Giorgio Agamben, che santifica la macchina demonica contrastandola. Attaccare il mulino a vento vale a fargli girare le pale. Non c’è traccia della vita originaria nel testo di Agamben: c’è solo la lotta contro la finzione, la contro-finzione. Non dice che la vita procede dall’apertura originaria, ma heideggerianamente deve divellere la chiusura che all’origine condanna gli umani alla finzione, che è sempre quella della caverna di Platone.

“Dallo stato di eccezione effettivo in cui viviamo non è possibile il ritorno allo stato di diritto, poiché in questione ora sono i concetti stessi di «stato» e di «diritto»” (111). Ma non mette neanche in questione la nozione di “concetto”.

“Vi è un contromovimento che, operando in senso inverso nel diritto e nella vita, cerca ogni volta di sciogliere ciò che è stato artificiosamente e violentemente negato” (111). Controfinzione. Agamben cerca di sciogliere il bene dal male, di tagliare in due l’albero della conoscenza e mondarsi dal male.
Freud inventa l’analisi. Non c’è più nulla da sciogliere, nessuna soluzione.
“Nel campo di tensione della nostra cultura agiscono due forze opposte” (111), questa è la gnosi.
Occorrerebbe secondo Agamben “incessantemente provarsi a interrompere il funzionamento della macchina che sta conducendo l’Occidente verso la guerra civile mondiale” (111). Come insegna Carl Schmitt. Ovviamente Agamben è schierato dalla buona parte e interrompe il funzionamento della macchina di distruzione.

“Non vi sono prima, la vita come dato biologico naturale e l’anomia come stato di natura e, poi, la loro implicazione nel diritto attraverso lo stato di eccezione” . [...] La nuda vita è un prodotto della macchina e non qualcosa che preesiste ad essa, così come il diritto non ha alcuna assise nella natura o nella mente divina” (112). Tale è la teorematica negativa di Agamben: non c’è la nuda vita, non c’è l’anomia come stato di natura... Non arriva a formulare “non c’è più la nuda vita”, perché non c’è mai stata se non come chimera.

“Il disincanto non restituisce l’incantato al suo stato originario” (112). Quindi “non c’è” lo stato originario. E la nostalgia per l’origine diventa azione di apertura, dischiusura. Finzione contro l’apertura originaria.
“Esibire il diritto nella sua non-relazione alla vita e la vita nella sua non-relazione al diritto significa aprire fra di essi uno spazio per l’azione umana” (112). L’ideologia dell’azione di aprire è antropologia applicata, che in altri testi di Agamben diviene zoologia applicata.
“Politica è soltanto quell’azione che recide il nesso fra violenza e diritto” (112), che per ammissione di Agamben è un nesso fittizio. Perché recidere il fittizio? Perché è una macchina letale? Letale è recidere il letale. Occorre non il rifiuto del letale ma la non accettazione del letale. Non è la stessa cosa: c’è lo scarto tra la vita fittizia e la vita autentica.

Eppure, felicemente, la conclusione è una ipotiposi dell’apertura: “A una parola non obbligatoria, che non comanda né proibisce nulla, ma dice soltanto se stessa, corrisponderebbe un’azione come mezzo puro che mostra soltanto se stessa senza relazione a uno scopo. E, tra le due, non un perduto stato originario, ma soltanto l’uso e la prassi umana che le potenze del diritto e del mito avevano cercato di catturare nello stato di eccezione” (113). Il pragma procede non tra le due ma dal due, dall’apertura.


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30.07.2017