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Come vivere senza affanno

Giancarlo Calciolari
(13.12.2010)

Il dibattito intellettuale è libero e sicuro e non nega la paura, ma non l’assume, non se ne fa carico, la ritrova come spia delle cose da leggere, da analizzare, da interpretare. Se si assumesse la paura, come fanno i più, il dibattito risulterebbe incatenato e insicuro, senza intellettualità. Il sapere, il senso e la verità presi come sostanze e mentalità appannaggio delle genealogie di potere mancherebbero a chi fosse ritenuto fuori dalla scala sociale e dal suo triangolo spirituale.
Al suo principio la parola è libera e risulta sicura nel suo compimento. Quindi la questione della sicurezza è quella del suo statuto nel progetto e nel programma di vita di ciascuno. Non c’è la sicurezza come concetto generale che l’universalità degli umani dovrebbe riconoscere per vivere in sicurezza e libertà. Inseguire un tale concetto di sicurezza (personale o di stato) assicura la minaccia di prigione e di morte per ogni soggetto.
Il dibattito su “Sicurezza e libertà?” e “Sicurezza o libertà?” precisa il contesto storico e linguistico che si è prodotto sinora. Ma non c’è sistema di questo sapere e sopra tutto non c’è da ricercare al suo interno un compromesso nella forma di un’equazione tra sicurezza e libertà che soddisfi il tiranno e il popolo. Non si tratta con i termini di sicurezza e libertà di due luoghi in cui l’aumento dell’uno andrebbe a discapito dell’altro.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Coloro che cercano sicurezza dove la trovano? Nelle chiese, nelle cappelle, nelle corti, nei sagrati, nelle cellule...
Quindi non si tratta d’argomentare per portare acqua al proprio mulino o a quello di qualcun altro. Nell’onda della vita e scrivendo sull’acqua, c’è da prendere in considerazione non solo la “sicurezza” ma anche la “non-sicurezza”, che il principio di non contraddizione e il principio del terzo escluso bollano come non esistente. Per esempio ciò che stiamo analizzando a proposito della sicurezza. E non basta. L’intero e l’integralità della parola (che non si lascia disintegrare dagli assalti del sistema delle parti) indicano che c’è anche “altro dalla sicurezza e dalla non-sicurezza”. Ovvero ciò che per ciascuno sono la sicurezza e la non-sicurezza influenzano il progetto e il programma di vita.
Se ne era già accorto Machiavelli che la più parte degli umani cerca di andare contro il proprio tempo, contro il ritmo delle cose, contro l’aritmetica per difendere algebre e geometrie di parte, ognuna tesa a divorare l’altra parte, sino all’autodivoramento.
Il fare è sicuro e sospende il cannibalismo sociale. Mentre ogni promessa di sicurezza a discapito della libertà è marchio di fabbrica del sistema cannibale e spettacolare. Ogni algebra e geometria della sicurezza & libertà è una tentazione del serpente, dell’ordine dell’animalizzazione degli umani, la cui altra faccia è l’adorazione dell’animale. I nomi del vitello d’oro e le sue sembianze sono legione.
Il teismo e l’ateismo rincorrono la sicurezza di un percorso di appropriazione e di eliminazione: padronanza sul pianeta ottenuta con l’annientamento del fratello nemico. La certezza di questa sicurezza è la punizione sociale di Caino. E credenti e miscredenti non capiscono perché nella Bibbia ci sia l’ingiunzione, prima, di non uccidere l’uccisore e poi di porgere l’altra guancia.
San Paolo nella sua prima lettera ai Tessalonicesi scrive: "Quando diranno: pace e sicurezza, allora improvvisa si abbatterà su di essi la distruzione". La cura non è ontologica né teologica. La cura ontologica trova la sua apologia nel suicidio, nell’eutanasia di Seneca; la cura teologica si occupa della pagliuzza del fratello, dal rogo al forno. L’altro nome di queste due cure è “inquisizione”.
Il principio della sicurezza offre la certezza dell’esecuzione della sentenza dell’inquisitore.
I bisogni spasmodici di sicurezza derivano dalla certezza della pena e della morte, della prigione e del cimitero (tali sono gli esiti di ogni guerra, anche umanitaria, giusta, di liberazione, di non aggressione...). Certezza del pericolo di soffrire e di morire, e quindi il sentimento e il risentimento per la sopravvivenza nella valle di lacrime e sangue.
Per motivi di sicurezza, agli umani è permesso o proibito di circolare. Il circo della vita, tra comico e tragico, è indagato nei termini della società dello spettacolo integrale da Guy Debord, che ancora ritiene di difendersi dal pericolo dell’Altro, spettatore innocente del suo male, del suo negativo, del suo traffico erotico.
Sicurezza è da intendere non come l’assenza di cura ma come quella cura che procede dalla bottega dell’artista, dall’officina di scrittura, dall’industria della parola. Occorre la sicurezza che viene dalla cura intellettuale: artistica, culturale e scientifica. Non la cura del governo nazionale o mondiale. Non lo stato terapeutico, non il partito terapeutico, non la chiesa terapeutica. Non la guerra per estirpare il male dell’altro. Sicurezza. Securitas. Senza affanno. Tranquillità. Non è qualcosa di astratto o di teorico: è quanto di più pragmatico in ciascuno nostro atto.

Giancarlo Calciolari, direttore di Transfinito


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14.02.2017