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Carl Schmitt senza più fratricidio

Giancarlo Calciolari
(31.12.2006)

“Quel che oggi esplode è stato predisposto prima del 1848. Il fuoco che oggi divampa è stato appiccicato allora.”



Carl Schmitt, Ex Captivitate Salus, 1950





Come leggere? La parola logos è una risposta a questa domanda. E come leggere logos? Discorso o parola? Come scrivere? Giovanni scrive: In principio era la Parola. Logos. Giovanni scrive in greco. La suggestione dell’alfabeto greco, la chiama Jacob Taubes. I Vangeli sono scritti in greco, pur conservando traccia di prime stesure in aramaico e in ebraico. I Vangeli sono già un primo compromesso con il paganesimo. Sorge la teologia, che è propriamente assurda, poiché non si può tenere nessun discorso su Dio. Il tetragramma indica l’illeggibilità di Dio dietro i suoi nomi, che sono più di un centinaio nel Vecchio Testamento. Dio non è un nome di Dio, altrimenti sarebbe nominabile. Dio, theos, indica le divinità greche, ossia pagane.
Quando qualche scienziato della parola si pone dinanzi all’elemento nudo (ma la nudità è già una maschera), come fa Charles Sanders Peirce, lo legge come segno tripartito. Segno, tra lettura e scrittura. La serie degli oggetti che sono presunti stare sul tavolo dei filosofi che entrano nei loro trattati divengono narrazione, tra la lettura dell’oggetto e la sua scrittura.
La tecnica della parola, in greco è la logica, che pare oggi qualcosa di più preciso della logia che compone i termini di tante discipline: biolo-logia, antropo-logia, socio-logia, psico-logia... Il discorso scientifico, disciplinatosi con il positivismo di Auguste Comte, che conia il termine socio-logia (tra il latino e il greco) spinge a considerare una pseudo logica la astro-logia e opta per astro-nomia. Nomos, legge, sebbene in nomos Carl Schmitt legga più la questione del diritto che quella della legge. C’è solo omofonia tra legge e leggere? L’ebraismo è una lettura della vita. E la lettura di Mosè, il balbuziente, si scrive sulle tavole. Le tavole della Legge.

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Opera di Hiko Yoshitaka, terracotta

Anche la gastro-nomia sorge sull’onda del positivismo, che crede nella religione dell’Uomo. Auguste Comte, che oscilla tra la prostituzione profana e la prostituzione sacra, compie una secolarizzazione della teologia, che è già una secolarizzazione dell’annuncio del Testamento detto Vecchio, per sottolineare quanto sia negata la questione della parola originaria.
Per leggere e quindi per capire e intendere quanto scrivono oggi gli scribi della gastronomia occorre consultare i documenti di chi ha introdotto il termine di gastronomia: un giudice e un avvocato. Nel 1800 il giudice scrive una poesia nella quale introduce il neologismo e qualche anno dopo l’avvocato, che banchetta contro il padre, dichiarando di difendere l’orfano e la vedova (se ne occupano i giusti nella Bibbia), crea un giornale di gastronomia. Il nomos del ventre. Le leggi della pancia. Fallito il nomos della terra (che è anche il titolo di un’opera di Carl Schmitt del 1950) della rivoluzione francese, c’è chi si occupa di dettagli e cerca di disciplinare le frattaglie del colpo di stato. Per Auguste Comte infatti si è trattato di una rivoluzione negativa, al punto da proporre una rivoluzione positiva, e poi l’aggettivo, come spesso capita, diviene sostantivo con il termine positivismo.

È il nostro un modo di leggere un po’ strano? La nostra nota di lettura di Ex Captivitate Salus di Carl Schmitt (Greven Verlag Köln, 1950, trad. it. Adelphi, 1987, pp. 142, € 9,00), scritto tra il 1945 e il 1947, e non più ripubblicato per volontà dell’autore perché nessuno è riuscito a leggerlo, divaga nella storia di Grimod de le Reynière, che leggendo la vita con la sua disciplina positiva dormirà per venticinque anni con un porco nel letto (non è una metafora) e inviterà gli amici al suo banchetto funebre venticinque anni prima di morire, ossia distingue il ventre e le sue leggi ma confonde le superfici (la terra?): la tavola del letto con la tavola di cucina con la tavola dell’obitorio con la tavola dello scrittorio... Il creatore della gastronomia non è riuscito a svolgere un’indagine sull’elemento linguistico “tavola”. Nel 1825, Anthelme Brillat-Savarin aveva tentato la fisiologia del gusto, suggestionato da Grimod e dall’alfabeto greco e non da quello ebraico. Legge il gusto con la teologia pagana e non con quella monoteistico-trinitaria. Non legge l’eucaristia per intendere qualcosa del gusto ma legge la divinizzazione pagana dell’ex animale uomo, che era già sulla buona strada con Aristotele: zoon politicon. Animale politico. Da questa radice sorge l’antropo-logia di Lévi-Strauss in cui il cibo segue la storia dell’ominizzazione. “Dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei” risale a Brillat-Savarin, che fa la caricatura della filosofia per nobilitare la “bricconcella” di Pellegrino Artusi, la cucina, con le sue “meditazioni di gastronomia trascendente”. Ma questa appunto è un’altra storia.
Carl Schmitt legge tutto quello che c’è da leggere sul diritto, sulla legge, sullo stato, sulla sovranità, sulla guerra, confrontandosi e formandosi con la sociologia, in particolare di Max Weber, per la sua analisi del carisma. Trova che i termini della politica e del diritto sono la secolarizzazione dei termini della teologia, e solo in tal senso si interessa di teologia. È lungo questa via che conia il termine di teologia politica, che è anche il titolo del suo libro forse più noto, del 1922. Schmitt prova a rispondere alla questione “chi decide”, che come per l’ipotesi del continuo in matematica non ha mai trovato risposta. Il suo decisionismo l’ha portato a abbracciare il nazismo, e teoricamente anche il fascismo. Altri decisionismi portano a abbracciare il comunismo e altri totalitarismi. Apparentemente la questione è se decide il sovrano o il popolo. La questione della sovranità tra il principe e il popolo non trova risoluzione in Machiavelli, che utilizza come apertura la figura ossimorica principe/popolo e non si fonda mai sulla coppia amico/nemico.
Carl Schmitt s’accorge e lo scrive in Ex Captivitate Salus che “oggi si va ripetendo, con parole d’ordine secolarizzate e in dimensioni globali, quel genere di guerra civile sostenuto in Europa e nei territori coloniali durante le guerre di religione dei secoli XVI e XVII”. Quello di cui non s’accorge è che la sua lettura partecipa “anche” a questa guerra civile, e sopra tutto ha partecipato alla guerra civile detta seconda guerra mondiale. Perché guerra civile? Perché ogni guerra è un fratricidio. Non solo la guerra di religione tra monoteismi, ma all’interno di ciascun monoteismo, che si richama allo stesso padre, Abramo, Abraham, Ibrahim. Nell’islamismo, la fitna è la guerra tra fratelli: tra i seguaci dei primi tre califfi e i seguagi del quarto califfo, Ali, che è il genero di Maometto.
Come se n’è accorto Jacob Taubes, lettore di Schmitt, al punto da scrivere La teologia politica di Paolo, l’islamismo è un’eresia greca che procede dalla gnosi ebreico-cristiana, e si tratta di un monoteismo non trinitario.
Noi abbiamo infinite cose da trarre da ciascun monoteismo e da ciascun dispositivo di vita che gli umani hanno costruito nel pianeta, quindi anche da ciascun politeismo, e pure da quella forma che apparentemente nega l’esistenza dei monoteismi, l’ateismo. La formula “i tre monoteismi” potrebbe spingere qualche logico matematico a porre delle questioni paradossali come ha fatto Gödel con la formula matematica dell’universo del suo amico Einstein. E rimane la questione di intendere “come legge un logico?”.
Una prima lettura dei monoteismi occorre per affrontare la lettura di Carl Schmitt perché i suoi paradossi, come l’adesione al nazismo, vengono dalla sua assiomatica che gli altri leggono come assiologia fondamentale per essere d’accordo o contro. L’assiomatica di Carl Schmitt si alvea nel monoteismo trinitario. Il tempo è quello tra la prima venuta e la seconda venuta di Cristo. L’eone di tempo cristiano.
Noi possiamo leggere in altro modo la Bibbia, e lo facciamo. Altri hanno già letto la seconda venuta nel Cristo risorto. Apocalisse è la rivelazione, è questa rivelazione, non la rivelazione che verrà in una periodizzazione del va e vieni del Figlio. Che disastro se Cristo non venisse nuovamente in carne sulla terra. Lo afferma Taubes, che gli pare di non avere vissuto se questa ipotesi non è valida. Ci sono umani che si sono uccisi e si uccidono ogni giorno per ipotesi molto più deboli.
Il postulato di trovarsi in questo tempo circolare, che è quello di Aristotele e non quello di Gesù, comporta ogni altro corollario, anche quello dell’amico/nemico che in effetti segue a quello di dentro/fuori dal cerchio. La nozione di spazio di Schmitt non è tratta da Hitler, com’è stato scritto, ma dall’alfabeto greco. La nozione di terra de Il nomos della terra è quella di spazio globale, della quantità della terra da spartire. Certamente, come ognuno, Hitler vuole aumentare la quantità credendo che tale accumulo possa sostituire la qualità. La maggior parte dei libri scritti dai politici dell’occidente assomigliano al libretto di Hitler: poche briciole di idee di altri agglomerate per i bisogni didattici del momento. La “nobile” menzogna del tiranno, che sa quel che mangiano i suoi sudditi e quindi sa chi sono.
Chi sei? chiede il filosofo e pedagogista Eduard Spranger a Carl Schmitt nel 1945, che la trova una domanda abissale. E non gli dice quel che mangia, a meno di non intendere che il nutrimento in questo caso è la sua produzione intellettuale. Ma si chiede Schmitt : “ A che servono le più belle lezioni, a che giovano i più nitidi concetti, a che serve l’intelligenza?” Bella questione. Schmitt non si giustifica per avere aderito al nazismo e scrive Ex Captivitate Salus. E abbiamo cominciato a leggerlo, come le sue più belle lezioni.
Carl Schmitt non bara, come Louis Althusser che poco prima di strangolare la moglie ancora crede di avere dei consigli essenziali da fornire al Papa. È un aspetto della suggestione dell’alfabeto greco. Aristotele è il suggeritore di Alessandro e della sua legione di epigoni.
La tesi di Emmanuel Faye e di Michel Bel è che il più grande suggeritore di Hitler sia stato Heidegger. E forse è questo il caso. La differenza tra i due è tuttavia notevole per un aspetto: il cattolicesimo di Schmitt e l’apostasia di Heidegger. Jacob Taubes capisce che il tentativo di Heidegger è di liquidare la teologia, oltre che la stessa filosofia, poiché il logos di Heidegger è completamente un’altra cosa. Non sfugge che il cattolicesimo dell’uno e il politeismo senza più dèi dell’altro sono all’origine del loro antisemitismo. Nel loro pensiero, l’ebreo è il nemico pubblico interno al loro spazio. È il fratello che ha sbagliato e sbaglia e quindi va tolto di mezzo per avere i favori di Dio, per essere il nuovo fratello eletto (per “pudore” viene usato il plurale). Hitler scrive nel libro della sua battaglia che la missione planetaria del popolo tedesco viene da Dio, ossia afferma che il popolo tedesco è il nuovo popolo eletto.
Il primo fratricidio mitico è quello di Abele, ucciso da Caino. La lettura di questa narrazione permette d’intendere molti aspetti della modernità, anche dell’emergenza odierna della Cina. Dire che la Cina è un pericolo (l’aveva già affermato Mussolini) è dire che nostro fratello cinese Abele con la sua produzione è una minaccia per la nostra caccia e per il suo territorio. Caino l’occidentale (ma è una tentazione anche cinese) annette ogni angolo dell’universo come suo spazio, e prima o poi si mangia Abele, e il suo delegato superiore (anche i suoi nomi sono legione, ma “anche”) sa chi è. Anche Schmitt legge il fratricidio di Caino come reale.
Noi leggiamo queste favole come la finzione che dice che cosa succederebbe se l’idea fosse portata all’azione. Ma scrivere la storia della chimera come se la chimera esistesse veramente non per tanto favorisce la sua incarnazione, anzi si scrive la sua realizzazione come incubo, disastro, massacro, strage, guerra civile, fratricidio. Ogni omicidio e suicidio hanno come ipotesi una chimera.
In nome di Dio e in nome del popolo, quale suo corollario secolarizzato, si compiono le guerre giuste che risultano sempre un massacro. Quindi si potrebbe leggere altrimenti quello che ha scritto Agostino secoli e secoli fa sulla guerra giusta.
E non c’è distinzione tra fratelli. Nell’ultimo assalto all’ultima roccaforte dei catari (oggi non né esiste uno: i catari non hanno avuto nemmeno l’esigua chance dei valdesi, in parte scampati ai massacri), c’è chi si chiese come avrebbero fatto i miliziani cristiani a distinguere tra i catari e la minoranza cristiana che viveva nel castello. Il comandante rispose “Dieu reconnaîtra les siens” e fu strage degli uni e degli altri.

I postulati ossia le chimere di Carl Schmitt sono l’eone di tempo cristiano e una favola del potere di Platone. Ma la sua lettura radicale porta un contributo essenziale all’analisi del diritto, dell’autorità, della sovranità, della legge... e occorre leggere l’illeggibile, i suoi postulati e restituire quello che della scienza della parola emerge qua e là tra le righe. Per esempio che il pensiero contro Carl Schmitt è una variante della sua teologia politica, ossia è un ennesimo fratricidio, che oggi pare oscuro e che un domani sarà chiarissimo. Non c’è stata la Norimberga del comunismo e oggi è possibile ancora rifondare il comunismo, con sofismi solitamente rimproverati ai bizantini, che mentre l’impero crollava discutevano sul sesso degli angeli. Distinguere tra comunismologia e comunismatica è quello che fanno molti trombetti, ritenendo che il comunismo realizzato sia un errore tecnico di una scienza del comunismo in sé valida (techne è tradotto con arte ma anche con scienza). E quindi rimane implicita l’ipotesi chimerica e non abduttiva che il comunismo possa realizzare il regno della libertà degli umani. Regno in cui i barbari, i berberi, i tartari, i balbuzienti (stessa etimologia) non hanno spazio, se non quello della prigione, a meno di non perseguire la chimera nazista della maggioranza dei tedeschi tra il 1933 e il 1945 di far sparire le costose carceri con l’uccisione definitiva del nemico.
A che servono le lezioni più belle, i concetti più nitidi? È anche una nostra domanda.
C’è una guerra civile planetaria (che non racchiude “tutta” l’esperienza come sospettava il disperato Taubes, apocalittico della rivoluzione, e il disperato Schmitt, apocalittico della controrivoluzione: i termini sono di Taubes), c’è un fratricidio su scala globale che viene perseguito in ogni angolo del pianeta, quasi in ogni casa, quasi in ogni “coscienza” (tra virgolette perché questa scienza comune è un’altra chimera). Cosa valida anche per noi che diciamo, citando altri, che il peggiore nemico di noi stessi siamo noi. Si tratta di una parodia della gnosi, che è il più grande apparato per l’impossibile gestione della paura. Quale paura? Il fratricidio? Temiamo la ritorsione per la nostra parola che si attiene alla libertà della parola?
Noi non partecipiamo alla totalità e quindi al totalitarismo perché la totalità è una chimera, poiché non contiene se stessa e quindi è parziale. Non c’è totalità che sia completa. Non c’è totalità che resista alla letteratura, all’arte, alla poesia, alla logica ironica. Come ha indicato Gödel riformulando il paradosso del mentitore, la frase “io dico il falso” scardina ogni presunto sistema, ogni presunta totalità. Su quest’onda di pensiero, si chiede Carl Schmitt: “Sarebbe da domandarsi in qual misura, in generale, sia possibile a un dittatore politico prendere in mano la produttività spirituale di un intero popolo sino a far sì che non sopravviva alcun libero pensiero, né sussista alcuna riserva nei suoi confronti”.
Infatti, malgrado l’Italia sia governata da un blocco di potere, con una guerra interna tra le famiglie dell’oligarchia per la leadership, ciò che noi scriviamo non è il riflesso di questo sistema di potere.
Non abbiamo nessuna sensazione di portare inciviltà con i nostri scritti, e non passiamo il tempo a etichettare l’inciviltà del sistema, come non l’ha fatto il balbuziente Manzoni e neanche la bellissima e infelice balbuziente Marilyn.

Gli empi prosperano? È un problema che riguarda gli empi, come i contraccolpi dell’empietà, che vengono scambiati per fatalità inevitabili (malattie del corpo e della psiche), mentre sono controchimere, ossia chimere dagli effetti reali, come insegna Paolo.

A proposito, Carl Schmitt non era balbuziente? No? Neanche una piccola afasia? Un balbettio su una parola? Ah, se sapessimo su quale parola in privato o in pubblico arrossiva o s’irrigidiva, si schiariva la voce o degluttiva, sudava sotto le ascelle o gli prudeva il naso... Perché c’è lo squarcio della parola originaria in Carl Schmitt, che mette in discussione tutto ciò che “altro non sarebbe che un’atroce teoria della guerra civile”. E forse anche lui, come Jean Bodin e Thomas Hobbes, si è schierato a fianco dello Stato non per tracotanza ma per disperazione.
Ma non avremmo risolto, per i puristi, d’aver associato il nome di Schmitt al nome di Marilyn. Mentre si tratta ciascuna volta della questione di vita e di morte posta in modo radicale.


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30.07.2017