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"Elogio del corpo" di Francesco Ruchin

Giancarlo Calciolari
(16.12.2006)

Le parlêtre adore son corps, parce qu’il croit qu’il a. En réalité, il ne l’a pas, mais son corp est sa seule consistance – consistance mentale, bien entendu, car son corps fout le camp à tout instant.
Jacques Lacan, Le sinthome, 1975

Francesco Ruchin nel suo libro, L’elogio del corpo. Da Boccaccio al Rinascimento (Pentalinea, 2005, pp 48, € 8.00) procede da Boccaccio sino al rinascimento in una lettura dello statuto teorico del corpo, le cui implicazioni sono pragmatiche e non discorsive.

Cominciamo con il viaggio di Boccaccio che Francesco Ruchin chiama “analisi ironico-morale sul corpo dei personaggi colpiti dalla sete del ‘disio’” (8). E la partita pare giocarsi tra l’accettazione e il rifiuto passionali della carne. Quale carne? Quella che si contendono il briccone divino e la sua controfigura infernale.

Il corpo inarrestabile e incontrollabile è per Francesco Ruchin la macchina del desiderio (16). E la metafora del cibo sfiora un cannibalismo erotico fantastico che fa del corpo l’autentico e unico cibo d’amore. Ma la “macchina” corporea non è sostanziale, altrimenti ogni innamorato se ne ciberebbe rompendosi i denti. Sono immagini nel carnevale della vita quelle di Francesco Ruchin, che toglie l’ipoteca del corpo come soma, come bara del vuoto, cenotafio ambulante tanto amato dalle teoria dell’antivita.

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Opera di Carlo Tosin

Nel Decameron (III, 10, 13), Ruchin trova la resurrezione della carne per l’atto finale, chiamato amplesso: cibo divino che nutre il cuore. Non si tratta di una riscrittura dell’edonismo ma di un interessante percorso di lettura della lezione del rinascimento, che non è solo quello definito tale dagli storici. Del resto, ancora sino a Giacomo Leopardi era chiamato “risorgimento”.
C’è l’esigenza di una lettura laica dell’eucaristia, dove mangiare il corpo e bere il sangue non è più cannibalismo e vampirismo.

Il desiderio diviene il profeta dell’amore non più ideale e “predica l’erotismo quale lato luminoso e giocoso della vita, illuminando una realtà oscura e fredda ove il desiderio è emarginato, soffocato, represso, dal bianco angelo del pudore fisico” (17). Erotismo o sessualità? Questo erotismo, per Ruchin lettore di Georges Bataille e di Roland Barthes, è più vicino all’erotica di Diotima, come scienza sessuale, più che al discorso del rapporto sessuale, che Jacques Lacan tacciava provocatoriamente d’inesistenza. E gli angeli delle schiere bianche e nere sopravvivono senza stelle nel loro cieli, per questo non hanno desideri, ma solo bisogni conformisti o anticonformisti da esaudire, come il genio della lampada.

Francesco Ruchin legge i cantori della carne, i loro versi di un erotismo cortigiano e barocco chiamati blasons. C’è da chiedersi se la donna schermo in Dante, che non si lascia piegare alla rappresentazione, ossia all’ontologia dell’immagine del femminile, non divenga una schermata spettacolare delle corti, senza più distinzione tra l’esca e l’oggetto insituabile, che Dante chiama sembiante. Forse si tratta di un’impossibile rappresentazione del due, dell’apertura che non si lascia fissare nell’aperto delle corti del potere, dei cortili del sapere, dei piazzali delle armi o nel chiuso orto delle curie. Nel senso che Rabelais, scrittore di blasons, con la sua risata spalanca la vita all’infinito in atto.

Per Francesco Ruchin, “il blason è l’arma della donna: il suo stesso corpo che rappresenta l’emblema, il signum distintivo della sua bellezza” (23).

Si tratta della donna nella sua nudità pagana, squisitamente classica o si tratta del nudo “cattolico” che non è mai erotico? Ruchin annota come nel caso dei blasonneurs e del loro artigianato artistico su mosaico sia in questione “un curioso feticismo iniziatico carico di sacralità e profanità insieme” (30).

Forse da Boccaccio al Rinascimento la sacralità e la profanità si dissolvono per l’instaurazione del sacro, della parola. E il corpo è il corpo della parola non il corpo del discorso erotico o tanatofilo. Mentre non a caso, come annota Francesco Ruchin, i blasonneurs passarono dalla lode alla denigrazione: “dall’incantazione si passava al vituperio; un evidente spostamento o rovesciamento dal mistico al profano” (31). “Carnascialismo e spiritualismo”, “scontro tra classicismo e anticlassicismo” (32).

Sì, leggendo l’intenso e breve libro di Francesco Ruchin, emerge la querelle tra due correnti che si contendono la padronanza e il controllo sulle donne. La prima irruzione delle donne nel rinascimento integra anche i cenni di apertura che emergono dalle varie istanze della poesia, ma per andare in direzione di una qualità assoluta, per una novità non più deducibile neanche dalle premesse della poesia.
Mentre, per lo meno oggi dopo più di cent’anni di psicanalisi, si può dedurre dalle premesse della venerazione della donna come idolo la sua successiva esecrazione (35). Il blason non può che comportare il contreblason: “dal componimento descrittivo ed amoroso, si passa a quello dispregiativo ed odioso”. Ruchin annota “un rapporto ludico ma ancestrale fra il grottesco e il sublime” (36).

Forse parlare dell’eterna battaglia dei corpi tra l’amata e il principe-giullare (37) vale ad avvicinarsi in modo ironico alla questione aperta.

Nel terzo e ultimo capitolo, “La rivoluzione della carne”, Ruchin narra la storia di come la parola non più sommersa dalla musica nelle chiese esca da queste trovando la sua strada in quel “favellar cantando” che giunge sino al melodramma e alla sceneggiata. Insomma, l’arte non più di cappella, trova le vie della laicità, senza il laicismo che come pernacchia del potere si conferma schiavo.

Non che sia agevole la partita di instaurare una nozione di corpo, di piacere, di desiderio, di godimento, che non siano più in debito con il discorso della morte e del corpo come tomba della vita. Anche noi siamo tentati dal “criptolinguaggio composto di parole inventate, neologismi provocatori, matrici bordellesche...” (42). Ma il corpo della parola sta proprio qui, nell’inesistenza del codice linguistico.

Certamente per Francesco Ruchin attenersi alla lezione di Ferdinand de Saussure che fa della langue “la somma d’impronte depositate in ciascun cervello” è l’occasione per un’altra lettura dalla presunta padronanza della lingua, che per esempio ancora oggi affigge Noam Chomsky. Dice infatti Ruchin che la langue “l’individuo non può né crearla né modificarla”. In altri termini non c’è l’algebra delle impronte depositate proprio perché non c’è la geometria del cervello come deposito. Per questo Jacques Lacan arriva alla nozione di lalangue e Armando Verdiglione a quella di l’alangue.

La vita come numero e come aritmetica, come parricidio e come sessualità, come logica e come procedura delle cose, è solo allusa dal discorso erotico, che dice il vero come erotizzazione del discorso, mancando l’aritmetica del fare che dopo Freud si chiama sessualità, prima c’era solo la sensualità, come testimonia l’opera di Gabriele D’Annunzio.

Per Francesco Ruchin erotismo e sessualità sono sinonimi e quindi occorre distinguere nel suo intenso testo la direzione della parola di vita e non quella del discorso erotico che è una variante del discorso della morte. L’erotismo ha due facce, la magia e l’ipnosi, ossia l’erotismo dell’oggetto e
l’erotismo del soggetto, in altri termini il controllo degli oggetti e la padronanza degli umani. L’erotismo è l’impossibile rappresentazione della sessualità, che è quello che a ciascuno “resta” da fare.

Il priapismo e la frigidità sono due aspetti dell’erotismo. Per questo i poeti priapei cantano quando per le “loro” donne c’è poco da cantare. Il cerchio magico e ipnotico che incatena il soggetto del desiderio e del godimento è l’anello che l’uroboro fa divorando la propria coda. È il cerchio del desiderio e del godimento frazionato, dove “l’infrazione consente di passare dall’universo dei dis-piaceri a quello dei piaceri” (43).

L’istanta posta da Francesco Ruchin è cardinale, straordinaria: la festa del corpo e della parola, che è anche un titolo bellissimo per un libro. C’è nel suo testo la non accettazione dei pesanti involucri della castità presa come principio, la non accettazione delle ideologie della mortificazione del corpo e della parola, assieme a elementi che richiedono di spingere ancora più avanti nell’analisi linguistica.

Direbbe il teologo Jacob Taubes che lo spirito “greco” di Fabrizio Ruchin gli occlude quell’infinitesimo spiraglio che dissolve l’ultimo velo della credenza nel cerchio per procedere dall’apertura nel disegno di incommensurabili spirali nelle galassie della parola.

Francesco Ruchin coglie “l’oscillamento tra due stremi” (44), tra l’edonismo e il misticismo, tra il paganesimo e il cristianesimo, tra Cristo-Croce e Satana-Fallo, tra Eros e Thanatos. Queste coppie oppositive, dicotomie filosofiche e aporie teologiche vanno dalla coppia amico/nemico di Platone alla rinnovata coppia amico/nemico di Schmitt (per questa annotazione siamo debitori del filosofo Carlo Sini).

Lo stesso Nietzsche che sostituisce poi Dioniso a Cristo (e l’ultimo corpo che abbraccia è quello di un cavallo) avverte l’istanza non di una terza via (che sarebbe un compromesso sull’esistente) ma dell’altra cosa, non più presa nell’oscillazione tra due ma procedente dal due come apertura al di là del bene e del male. Come annota precisamente Taubes, a partire da Aurora i cannoni di Nietzsche sono puntati contro Paolo, e non perché ha fondato la chiesa (peraltro vero) ma perché ha dissolto le coppie oppositive gentile/ebreo, padrone/schiavo, uomo /donna, in un modo impensabile anche duemila anni dopo per un filosofo come Hegel. I contraccolpi del culto fallico e delle sue contrapposizioni più o meno dialettiche sono nell’epoca moderna curati dagli psichiatri: da Nietzsche a Heidegger, da Taubes a Althusser. Il fallicismo cerca spesso un fallo più grosso che gli assegni uno choc. E quando lo cerca lo trova. Anche questo dice Paolo nella lettera ai Romani, 14,17 : “nulla è immondo in se stesso; ma se uno ritiene qualcosa come immondo, per lui è immondo”.

Apparentemente Francesco Ruchin decide e quindi recide l’oscillamento e guadagna in carne ciò che perde in spirito, ma chiama “tentativi” quelli dei poeti priapei. All’orizzone si profila l’altra cosa, la cosa sessuale, non più erotica.
È esatta l’annotazione di Francesco Ruchin, che è anche la chiusa del suo libro: “Con il Concilio di Trento e la Controriforma, la poesia italiana perderà il sorriso e la gioia per indossare la sacrificale maschera della malinconia: la dissociazione fra vita e cultura è ormai una ferita insanabile che nessun altro ‘linguaggio amoroso’ avrà la forza di curare” (47).
Ecco la nostra ipotesi abduttica che scommette sulla cura intelletuale: il due come apertura – e non come due parti ottenute per divisione dell’uno – è l’al di là di ogni coppia oppositiva. L’esigenza è quella dell’altra lingua e della lingua altra. L’etrusco e il fiorentino.


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19.05.2017