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Adriana Cavarero, "Orrorismo, ovvero della violenza sull’inerme"

Giancarlo Calciolari
(13.06.2010)

Adriana Cavarero, Orrorismo, ovvero della violenza sull’inerme, Feltrinelli, 2007, pp. 171, € 14,00

La distinzione tra terrore e orrore non è direttamente in questione, ma quella tra terrorismo e orrorismo. C’è un contributo alla dissipazione del terrore e dell’orrore? C’è la fenomenologia dell’orrore, anche dichiarata dall’autrice, come se la fenomenologia andasse da sé. Mentre l’ontologia sacralizza l’esistente, sotto il segno del realismo politico. E in contrasto con il pragmatismo diretto da uomo a uomo sorgono il terrore e l’orrore, il panico e lo spavento. Contro l’idea di bene come idea politica, filosofica, religiosa e militare.
L’incubo della fine del tempo nella lotta tra fratelli si dilegua nella politica dell’ascolto, nella politica dell’ospite.
La fenomenologia è la contemplazione laicista.

Il voto di Atena può sancire il regno del terrore o del panico. Il volto di Medusa può sancire il regno dell’orrore e dello spavento. Tali sono l’algebra e la geometria della vita.

Allora, qual è la partita del florilegio dell’orrore? E perché non il panicismo o lo spaventismo?

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Opera di Hiko Yoshitaka

Medusa è un’impossibile maschera del tempo?

L’attenzione alla morte è il prodotto della paura. La fenomenologia della paura è paura.

Distinguere tra il terrore e l’orrore può appartenere ancora alla distinzione sociale, che regge sul monopolio della paura. Ovvero distinguere tra terrore e orrore può ancora essere una reazione alla paura, presa per la sua coda.
Certamente, leggendo si distingue tra terrore, orrore, spavento e panico e si può fornire un contributo alla dissoluzione della paura.
La fenomenologia della paura è la paura ontologica, fenomenologica. La paura visibile. La paura spettacolare. L’anatema sullo spettacolo per conquistare nuovi scanni nei primi posti.
Adriana Cavarero distingue tra la violenza tra due parti in contesa e la violenza sull’inerme, colui che non è in condizioni di difendersi, chi è senza armi. E sebbene non accetti la versione vittimistica delle donne bomba islamiche, succubi del loro sistema, occorre notare che la nozione di “inerme è la nozione di vittima”. E la liberazione dell’inerme dall’incubo dell’orrorismo potrebbe persino diventare una nuova ideologia per non variare le regole dell’ingaggio, ossia per proseguire a fare guerre giuste, umanitarie, preventive. Fare la guerra.

Come cessa la guerra? Come cessa la credenza nella vittima? Come si fuga il terrore, come si dilegua l’orrore, come svanisce il panico, come si vanifica lo spavento?

Qual è la tentazione dell’atto di nominazione? Una breccia per il dibattito o la chiusura con l’avanzata graduale interna nella comunità dei fenomenologi sociali? Orrorismo è come tautismo, coniato tra tautologia e autismo? È un termine che fa bello nel consesso universitario?

Se l’orrore non qualifica già la violenza sull’inerme, perché la qualificherebbe quella di orrorismo? Per la sua serializzazione? Per la sua estensione? Per la sua diffusione mondiale? Può darsi.

E quando la fenomenologia vede, che cosa resta di quello che occorre leggere?

Il discorso della guerra, il discorso della morte, anche nei suoi aggiornamenti del terrorismo e dell’orrorismo, non si vanifica con la fenomenologia, cha addirittura, nel caso di Heidegger serve da lessiva occidentale per delegare al nuovo Leviatano, la “Tecnica”, il dominio. Diciamo chiaramente, che la tecnica è il pessimo autoritratto che Heidegger dà di sé. Infatti è una caricatura. La tecnica come arte è tolta. Ma sopra tutto è tolta la madre (c’è una lettura di Heidegger e la madre?): e la morte è ovunque, che la si guardi in faccia o in altri posti dove magari non vorrebbe essere vista.

Nessuna lettura dell’orrore se non si riprende quella di Freud che lo qualifica come orrore dell’incesto?

La fisica del terrore.

Qual è lo statuto dell’orrore senza più fisica né metafisica.

“Un’intenzionale offesa alla dignità ontologica della vittima” (16). E che differenza c’è tra la dignità originaria è la dignità ontologica? L’ontologia è il discorso della morte, anche quando si aggiorna come ultima minima morte necessaria, condensata nell’ultima goccia di sangue, come nell’analisi della crudeltà di Jacques Derrida. E poi, un’offesa inintenzionale alla dignità, sarebbe da considerare minore rispetto a quella intenzionale?
L’ontologia è l’algebra e la geometria della vita. In tal senso, lo smembramento della persona è della stessa sostanza e della stessa mentalità dello smembramento del pianeta, che è l’altra parte del “membramento” del pianeta, ossia delle genealogie di potere. Dal principio di non contraddizione e dal principio di identità si erige il membramento delle cose, degli umani, del cielo, e dal principio del terzo escluso si erige lo smembramento, dal duello alla guerra civile, dal terrorismo all’orrorismo.

Senza una lettura della fenomenologia, che non sappiamo quanto ironicamente Peirce chiamasse “faneroscopia”, la paura è garantita. Occorre restituire la fenomenologia alla sua natura di ipotesi deduttiva, di fantasia di desiderio, ossia di padronanza e di controllo sulla vita. Com’è stato per la credenza nella chimera o nell’etere, o la credenza nel continente nero per Freud e la credenza nel buco nero di Lacan. Nell’occidente, e non solo, la formazione delle élite è filosofica, e quindi ognuno è “naturalmente” fenomenologo, sia quando affronta il vertice che quando si occupa dei margini inquieti della terra di nessuno, perché l’altra se la sono fregata i “tutti”, dei quali fanno parte ogni uno.

Come leggere Carl Schmitt, citato più volte da Adriana Cavarero per la sua “lucidità”, che ha analizzato il vertice, mantenendo la categoria di amico/nemico, ovvero quella di guerra civile fondamentale? La lettura di Abele e di Caino implicita in Schmitt è lucida?

Medusa e Medea come le icone antiche dell’orrorismo (41).

“L’orrorismo è caratterizzato da una forma particolare di violenza che eccede la morte stessa” (44). Senza per questo colludere con la riflessione sull’orrore che indulge a toni estetizzanti. Ma non solo non c’è l’estetica dell’orrore, non c’è nemmeno l’etica dell’orrore e neanche la clinica dell’orrore. E la fenomenologia dell’orrore è una clinica psicopatologica.

“Il crimine si rivela più profondo e va alle radici stesse di una condizione umana che viene offesa a livello ontologico” (45). La fenomenologia della vivisezione è vivisezione.

La storia universale come un lugubre mattatoio dove si succedono stragi e massacri (Arendt)? E qual è il contributo alla sua dissipazione? Guardare in faccia il male assoluto? Credere di avere il male di fronte vale a proseguire nella mattanza.
Cavarero annota che Hannah Arendt indica con chiarezza “il nodo ontologico che lega la sfera dell’orrore a quella del male radicale” (57).

Bataille indugia sull’orrore, secondo Arendt e per Cavarero l’erotizza. Esatto.
La contaminazione voluttuosa tra morte e eros di Bataille è un aggiornamento della mitologia di Eros. E certamente la cosa volge nella ricerca del sublime nell’infame, come annota Arendt, citata da Cavarero.
E quale sarebbe il soggetto “sovrano” di Bataille: “colui che, in contrasto con l’individuo servile, non segue il principio (borghese) dell’utile e dell’autoconservazione, bensì quello della perdita e dell’autodistruzione, sperimentandone tutta l’ebbrezza erotica” (69). E Michel Foucault, con il suo godimento più intenso connesso alla morte, aggiorna Bataille.

La pulsione di morte introdotta da Freud non è ancora per Cavarero, lettrice di Arendt, una passione di dare e di ricevere la morte. Non c’era bisogno di Freud per questa lettura, basta il paganesimo formalizzato da Aristotele, l’algebrista avant la lettre, che ha trovato esecuzione nel geometra Alessandro, detto per questo il grande. Introduce, Cavarero, appena un dubbio sul desiderio di morte, come istinto di aggressione, come lo elabora Hannah Arendt. E si accorge che la psicanalisi, anche a proposito della pulsione di morte, è oggi una “vulgata nella forma dello stereotipo e dell’ovvio” (89).

Dagli allegri di morte del terrorismo ai tristi di morte dell’orrorismo, qual è il contributo alla dissipazione del discorso della guerra? Non si trova il fenomenologo nello stesso posto in cui Heidegger trova il fisico?
La fenomenologia è una versione della discorso della guerra, sia in caso di deiezione della morte che nel caso si abbia la perversione di guardarla in faccia.
La fenomenologia vede davanti a sé l’albero della conoscenza del bene e del male. E deve fare l’economia dell’ultimo male, prima dell’avvento del bene, un istante dopo aver ucciso l’ultimo nemico. E distinguere tutti i mali che stanno di fronte, l’orrore dal panico, l’angoscia dallo spavento, appartiene alla fenomenologia e non alla missione intellettuale di restituire il testo dell’esperienza, senza più gnosi. Anche accorgersi dell’aggressività planetaria, trampolino di lancio per quella delle galassie.

La distinzione tra guerra e terrorismo è convenzionale.

Due i “lucidi” di Adriana Cavarero: Carl Schmitt e Karl von Clausewitz. Clausewitz “sta tra gli analisti più lucidi del fenomeno della guerra” (93). E Carl Schmitt è doppiamente lucido (95), e la sua ipotesi che la regola dell’ingaggio non sia più la categoria del nemico ma quella di un’imposizione oggettiva dei valori più alti è “a dire poco, interessante, se non profetica” (97). Questa non è la profezia – che richiede l’ipotesi abduttiva - ma un’ipotesi deduttiva, interna alla logica ipotetico-deduttiva, che è oggi data come una fenomenologica.
Qual è l’ipotesi dell’essere per la morte? Ammazzo tutti i nemici e poi mi ammazzo perché sono il peggior nemico di me stesso. Tra i più noti logici matematici del secolo scorso è noto la sua prova Hitler. “Nonostante possa apparire paradossale, sterminare tutti, indiscriminatamente, costituisce il segreto ideale di ogni opera del terrore” (118). In modo narrativo, Cavarero indica il principio del terzo escluso.

Dal criterio del guerriero al criterio dell’inerme (98), tale è il lavoro teorico di Adriana Cavarero. Ma qualsiasi algebra della guerra conferma la guerra e l’algebra e lascia solo spazio, infinito, all’esecuzione, che è sempre e solo interna al discorso della guerra eretto a sistema. Mentre potrebbe vanificarsi come fantasia di padronanza e di controllo sulla vita.

Adriana Cavarero indica chiaramente che è in nome del bene superiore, “in nome di fini più alti e più giusti” che si compiono “vere e proprie mattanze degli inermi o stragi su larga scala” (102). Ma non viene intercettata la fenomenologia che ha di fronte il fattuale albero della conoscenza del bene superno e del male inferno.

Il termine orrorismo ambisce “a guardare il fenomeno da un’altra prospettiva. Da tale prospettiva, oggi tragicamente plausibile, l’orrore appare più cospicuo del terrore” (119). Guardare il fenomeno? Leggere è guardare? Chi guarda? Il soggetto? O l’oggetto è sguardo, punto di fuga?

Le ideologie messianiche di distruzione che caratterizzano l’orrorismo moderno (124).

“Il fenomeno crescente, ma non cospicuo, del mero corpo disposto a farsi esplodere dovunque vanifica, insieme ai sogni onnipotenti dell’ipertecnologia bellica, il concetto stesso della guerra che i combattenti regolari pur sostengono ancora di combattere” (131). E dissolto il concetto? Si apre la gara a chi troverà il nuovo concetto per l’aggiornamento dell’ultima guerra? Orrorismo è un eccellente candidato…

Terrorismo omicida e orrorismo suicida?

Dignità ontologica (152).

“La figura tradizionale del nemico ha lasciato definitivamente il posto all’inerme come vittima casuale” (154).

“La fenomenologia dell’orrorismo” (154).

“Festino generale della violenza sugli inermi” (154).

“La dimensione del conoscere assurge così a una assoluta pienezza e al controllo totale” (164), dove il controllore risulta controllato dal controllo che ha istituito: lettura del film Le uova del serpente di Ingmar Bergman del 1977.

“Come se la storia della distruzione abbisognasse di immagini e nomi che, rinunciando alla semplicità dell’omicidio, la spingano verso altri giri di senso” (165). Elica del senso di ogni metastoria, poiché la storia è ricerca, labirinto, ma senza più circolarità. La storia della distruzione non esiste, è solo un pendant fantastico della fenomenologia. La fenomenologia propone lo stesso inghippo di Georges Bataille, l’erotismo. Erotismo magico dell’ipostasi del fenomeno e erotismo ipnotico della sua durata. La fenomenologia è un’escatologia. E il tempo che resta spinge all’azione, cancellando il fare.




25 agosto 2007


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