Transfinito edizioni

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La luce di Luca D’Amore

Giancarlo Calciolari
(8.12.2007)

Luca D’Amore, insegnante e suonatore di liuto, si è sempre attenuto all’apporto della sua bella famiglia artistica, il padre pittore e la madre musicista. La prima formazione è artistica e poi il lavoro si è rivolto alla musica, senza mai però lasciare perdere la pittura, che dopo gli studi lo spingerà a proseguire la sua formazione nell’atelier di alcuni pittori affermati.

La sua prima pittura, di una sicura classicità, acquisisce i modi e le tecniche del bello, senza lasciarsi tentare dalle fughe in avanti dell’avanguardismo artistico. E dal paesaggio bellissimo della Toscana, matrice di infinita pittura, Luca D’Amore trae la materia essenziale del suo viaggio artistico. Anche dopo che la sua pittura è diventata più astratta, per asciuttezza e semplicità dei tratti del paesaggio, i motivi più recenti dell’acqua, che sono l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo della sua attuale ricerca, si trovano nel ritratto, nel paese, nella scena di una trasmutata regione, che è pur sempre un indizio di Toscana.

Nel suo atelier, non lontano da Anghiari, il luogo della mitica battaglia che costò un errore tecnico nell’operato di Leonardo, che esplorava sempre nuove tecniche, Luca D’Amore avrebbe, forse, proseguito a proporre i suoi paesaggi e a far vedere a pochi amici e intenditori le opere più recenti dove l’acqua è materia di vita e superfice onirica, dove si scrivono le cose che restano, come quelle del padre, del nonno e del prozio. Ma l’Etruria è un luogo di ricerca, e non solo di svago, anche per Gi Morandini, direttore della galleria d’arte “La Parada” di Brescia, che incuriosito dal lavoro di Luca D’Amore lo iinvita a tenere una sua prima personale, dopo quasi trent’anni da quando a cominciato a dipingere.

Il lascito dalla parte paterna rispetto alle arti figurative è tale che il titolo della mostra proposto da Morandini è “Arte D’Amore”, invitando, nell’ambiguità di un cognome che sembra un tema, a scoprire una generazione artistica. E forse la riservatezza di Luca D’Amore si è aperta all’invito e l’ha accolto perché nel contempo ha rivalutato e rimesso in gioco la produzione di suo padre Francesco D’Amore, pittore, in particolare di smalti su rame, del nonno paterno Salvatore D’Amore, xilografo, e del fratello del nonno, Benedetto D’Amore, scultore.

Luca D’Amore con la sua prima personale, oltre alla sue opere, che vanno da un lavoro di scuola del 1981 all’attuale, espone delle xilografie del nonno Salvatore, che riguardano i mestieri dei primi del secolo scorso, delle sculture del prozio Benedetto e delle acqueforti del padre Francesco, a partire dalle lastre di rame incise che incompiute sono rimaste senza smalti, e si prestano per una tiratura a specchio.
Si tratta di un omaggio schivo alla “bella famiglia” che tanto gli ha dato artisticamente e culturalmente. E annotiamo come per una volta non ci imbattiamo nel pseudo romanzo familiare dell’orfano assoluto che ha fatto tutto da solo, ma nell’artista che procede dalla tradizione come via dell’invenzione.

Sì, ciascuna via è degna, non solo quella dell’antipittura che è oggi la via facile, per un fraintendimento che nemmeno Marcel Duchamp è riuscito a chiarire. Già nella prima opera che Luca D’Amore ha messo in mostra, quella citata del 1981, si nota la classicità della sua pittura, anche nelle citazioni moderne, da Salvador Dalì a Marx Ernst.

C’è un’integrazione specifica nell’operare artistico di Luca D’Amore tra la pittura e la musica. Tra la pittura come più alta forma di scrittura dell’esperienza e la musica come arte dell’ascolto. In tal senso i paesaggi, molto belli nella loro moderna classicità (perché la classicità riguarda l’atto e quindi si conquista facendo, e non imitando modelli del passato), e risultano un’esplorazione della luce, quello che Dante “vede” quando “ode” Dio nel paradiso.

I paesaggi di Luca D’Amore sono un’opera musicale, e in tal senso si ascoltano più che essere visti, e spiazzano il presunto punto di vista relativo che non può che scivolare su tutto quello che esula dal suo codice di estetica personale, ricalcato su quello sociale, fornito dalla nomenclatura degli interpreti al potere.

Il ritmo dai paesaggi si traspone in altro ritmo nelle opere recenti in cui l’acqua è il nuovo elemento di vita che richiede l’esplorazione artistica. Questione anche della piega, proprio perché la superficie dell’acqua non è piatta, e il ritmo non si azzera mai.


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30.07.2017