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La matematica della parola e non più applicata all’uomo

Dalla matematica alla cifrematica

Giancarlo Calciolari

Armando Verdiglione, sino dall’avvio dell’esperienza nel 1973, si è confrontato con la logica matematica, oltre che con altre scienze, proprio per riscontrare quali siano i termini dell’originario che intervengono nell’esplorazione della matematica.

(2.02.2004)

Où en sont les mathématiques? è un libro del 2002, a cura di Jean-Michel Kantor (Vuibert, Paris). A che punto sono le matematiche? Il libro è curato da un matematico, che una decina d’anni fa ha scritto un libro sulla topologia dei nodi, delle trecce, confrontandosi con l’elaborazione dello psicanalista Jacques Lacan, nel suo approccio con la matematica, in particolare intorno al nodo borromeo.

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Hiko Yoshitaka, "La materia intellettuale", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Il preambolo del libro è indicativo della rassegna delle matematiche cosiddette più avanzate. “Il sapere matematico è una malattia che si propaga a velocità variabile, a seconda delle sue forme, algebra e geometria, i periodi storici considerati, e i continenti percorsi.

Pierre De Fermat, per esempio non avrebbe potuto immaginare a quale velocità si è propagato l’annuncio di verità del suo teorema, la dimostrazione stessa metterà senza dubbio molto più tempo a diffondersi”.

E ancora pare che la dimostrazione data dal matematico inglese Andrew Wiles (1953-), qualche anno fa, mantenga il dubbio, perché quel che Pierre De Fermat (1601-1665) risolveva in una pagina, Wiles lo svolge in duecento pagine; e solo un comitato di cinque matematici è stato in condizione di decidere che la sua dimostrazione era giusta.

Wiles ha dovuto trarre vantaggio dalle matematiche più recenti per risolvere un problema che Pierre de Fermat aveva dato come risolto con i mezzi matematici del suo tempo; però non fornendo questa risoluzione alla famosa formula: Zn=Xn + Yn. I valori che soddisfano questa formula per qualsiasi grado degli esponenti erano forse racchiusi in un procedimento e non in una soluzione caso per caso.

Mentre il logico matematico, meglio noto come dissidente russo e scrittore, Aleksandr Zinov’ev, quando aveva trentacinque anni, ha scritto una dimostrazione d’indimostrabilità di questo ultimo teorema di Fermat.

“L’insegnamento - dice Jean-Michel Kantor in questo preambolo - non è che una via antica di trasmissione. Ce ne sono di meno dirette, e oggi ci sono nuove tecniche elettroniche che appaiono, senza che sia rimessa in causa la lettura dei maestri. Resta che il volume delle conoscenze matematiche non fa che aumentare, e diviene sempre più difficile padroneggiare nient’altro che un piccolo territorio”.

Leggendo i contributi del libro, per altro interessanti, si nota che nemmeno i piccoli territori sono padroneggiabili, e che risulta impossibile curare il proprio orticello matematico. Le questioni restano. E per esempio, dell’ultimo teorema di Fermat, dimostrato o indimostrabile, rimane sempre aperta la questione della presunzione di dimostrabilità della matematica, appena sfiorata da Albert Einstein (1879-1955) e da Kurt Gödel (1906-1978); e la questione che l’equazione implica l’azzeramento delle cose.

Certamente e localmente la cosa funziona, e si può vivere degnamente come esperti di topologia simpletica o del terzo problema di David Hilbert (1862-1943). Ma a chi non scherza con la vita, la cosa risulta impossibile, come testimonia la vita difficilissima di Georg Cantor (1845-1918), che si è posto e ha affrontato questioni essenziali.

Jean- Michel Kantor riprende con il termine di “insegnamento” l’etimo di “matematica”, perché matematica è quel che s’insegna. La prima formulazione di “matematica” è attribuita a Pitagora. Pitagora dice “matematica”, cioè la tecnica di quel che s’insegna; e il matema sarebbe quel che s’insegna, quel che si trasmette di un insegnamento. Matematica: come si insegnano le cose e come si trasmettono. Questione di capitale importanza per ciascuno. I totalitarismi cercano sempre il monopolio della trasmissione, dall’educazione ai media.

Armando Verdiglione, sino dall’avvio dell’esperienza nel 1973, si è confrontato con la logica matematica, oltre che con altre scienze, proprio per riscontrare quali siano i termini dell’originario che intervengono nell’esplorazione della matematica; e quindi, qual è la questione del numero, come il numero interviene nella vita, qual è la questione del matema, qual è la questione dell’insegnamento, qual è la questione dell’aritmetica.

Nella Peste (1980), c’è un’esplorazione molto dettagliata della logica matematica, dalla quale Verdiglione trae molti elementi per precisare la sua tripartizione del numero in zero, uno e intervallo. Inoltre, Verdiglione ha dedicato un master, il 28/29 luglio 1990, alla questione, con il titolo: “Dalla logica matematica alla cifrematica” (inedito), dove in particolare legge il contributo di Giuseppe Peano (1858-1932) alla scienza, alla logica, alla matematica.

In effetti, questo termine di logica matematica, scrive Verdiglione, viaggia tra George Boole (1815-1864) e Giuseppe Peano.
Boole è l’inventore dell’algebra della logica, la logica binaria, dello “zero-uno”, che ha interessato anche Lacan, che ne ha fatto una questione di simbolizzazione della presenza-assenza della madre. È con l’algebra che Lacan struttura la catena significante e il simbolico (e anche il reale e l’immaginario).

Lacan s’interroga su come ciascuno s’introduce al simbolico nella vita, e dice che il simbolico non esiste per l’animale, ma esiste solo l’immaginario; l’animale sarebbe preso nell’immaginario, e definisce così la cattura immaginaria.
L’indagine di George Boole riguarda la logica della vita come logica generale e non particolare, è in questo senso che scrive, nel 1854, l’Indagine sulle leggi del pensiero.

Il testo del master di Armando Verdiglione, rispetto al contributo di Peano, fa risaltare come sia del matematico cuneese l’introduzione dello zero come numero. Lo zero si può dire che viaggia nella stessa matematica come un incubo: è stato preso dall’India e portato dagli arabi nell’occidente, e giunge in uno scrigno per un Papa, e rimane lì per secoli, perché permette di fare rapidamente i calcoli senza la progressione infinita d’elementi; e poi ha sempre funzionato senza che fosse teorizzato.

Giuseppe Peano, nel Formulario di matematica (1894-1908) lo introduce e lo formalizza dicendo proprio: zero è numero.
Si tratta d’intendere se la questione della matematica e poi della logica matematica riguarda la vita. La logica matematica come un aspetto della scienza di vita: questo è quello che c’interessa; non abbiamo nessun interesse per la matematica come disciplina universitaria, come forma di sapere. Oppure va valutato se la logica matematica sia presa nel fantasma, se non sia in gran parte un tentativo di padronanza sulla vita, come la logica di Aristotele, quale tentativo di padroneggiamento della vita attraverso il pensiero.

Verdiglione dice che “non c’è logica universale”, logica che valga per tutti. La logica particolare, che Freud chiama inconscio, è della parola. La logica aristotelica non è logica della parola, ma del discorso. Ovvero il discorso, che è un effetto, è preso come fondamentale, come causa. “La logica matematica, in qualche modo e man mano, sospende la logica predicativa. Si propone come logica delle proposizioni”.

La logica matematica oscilla tra la logica aristotelica e la logica della parola, ma non prosegue tuttavia nella logica della parola: arriva a sfiorare la logica degli enunciati o proposizioni, la logica del fantasma, la logica funzionale. “Quella logica che si chiama la frase”. Armando Verdiglione indica come il discorso occidentale, sistematizzato tra Platone e Aristotele, è un fantasma materno: un fantasma di padronanza sulla vita. Un’ipotesi non abduttiva.

Dopo il contributo di Georg Cantor e sulla sua scia, quasi un suo corollario, c’è quello di Kurt Gödel, che esplora i paradossi della logica aristotelica applicata alla vita, e si accorge che si tratta di una fantasia di padronanza, sopra tutto del tempo. Gödel analizza la formula dell’equazione di campo gravitazionale di Einsten e si accorge che se questa equazione matematica è vera - se questa è la logica - noi siamo in condizioni di andare avanti e indietro nel tempo, possiamo viaggiare nel tempo; addirittura, dice: potremo andare indietro nel tempo e uccidere nostro padre prima che ci procrei. Questione ironica, questione aperta.

Questione affrontata in letteratura da Franz Kafka nel Processo, dove, una pagina prima che il protagonista sia ucciso, dice che la logica è sì incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere.

La logica di base dell’equazione di Einstein proviene dal ricordo di copertura dell’insegnamento di Pitagora (570-497 a.C.) che ne ha Platone (427-347 a.C.), formalizzato da Aristotele (384-322 a.C.), incarnato come ideale di scientificità da Euclide (attivo intorno al 300 a.C.), e che viaggia sino all’invenzione dell’algebra di Al Khuwarismi intorno al IX secolo.

Geometria e algebra impossibili della vita che portano le nozioni di spazio e di tempo da Aristotele sino in Einstein. Con la teoria della relatività, spazio e tempo diventano indissolubili: avvicinandosi a velocità prossime a quelle della luce, il tempo si dilaterebbe, mentre lo spazio si accorcerebbe nella direzione del moto. A questo proposito, Paul Langevin (1872-1946) enuncia il celebre paradosso dei gemelli: se uno fra due gemelli intraprendesse un viaggio nel cosmo a velocità prossime a quelle della luce, e l’altro rimanesse sulla terra, dopo qualche anno, il primo sarebbe molto più giovane del secondo.

more geometrico (ancora in Spinoza) né more algebrico: la logica è particolare e non locale. E l’efficacia pragmatica della geometria e dell’algebra risulta da un dispositivo e non dalla logica fondamentale, che non esiste: tale è lo scacco dei tentativi di fondare la matematica, da Richard Dedekind (1831-1916) a Gottlob Frege (1848-1925), da Georg Cantor a Bertrand Russel (1872-1970).

Il paradosso dei gemelli è l’altra faccia del paradosso tra il figlio e il babbo: il figlio che potrebbe andare nel passato a uccidere il padre prima di essere generato. Entrambi sono un fantasma materno: un’impossibile rappresentazione o “mostrazione” della vita.
I matematici di genio, come Cantor (che all’impossibile dimostrazione dell’ipotesi del continuo oppone la dimostrazione dell’ipotesi del vero padre di Gesù e poi la dimostrazione che Francis Bacon è l’autore dei drammi di Shakespeare) e come Gödel trovano i paradossi lungo il filo dell’esplorazione, ma sempre oscillando tra la logica aristotelica e la logica matematica.

La logica delle idee indica che l’enunciato non è vero o falso. Mentre la logica aristotelica e la logica booleana è questa distinzione che cercano di fondare; inseguono quell’insieme di postulati che permetterebbe di dire che una cosa logicamente sia vera o falsa, che la verità sia logica e non giunga facendo, non sia un effetto, ma sia già data nella logica; e che quindi, affinché le cose siano logiche, occorre escludere la contraddizione, occorre escludere il termine contraddittorio: solo A è vero e non A, la negazione di A, deve assolutamente essere falsa. A questa credenza abbocca anche Kurt Gödel, che sino agli ultimi scritti, del 1974, oscilla nella credenza se esista o meno il continuo.

E è lungo l’esplorazione dell’ipotesi del continuo che Georg Cantor inventa il transfinito e i numeri transfiniti; e è lungo l’esplorazione dell’ipotesi del continuo di Cantor che Gödel giunge al teorema di incompletezza e al teorema di indecidibilità.

Gödel afferma “l’incompletezza dei sistemi assiomatici contenenti l’aritmetica”, cioè il sistema non può dire al suo interno che tutto sia vero o tutto sia falso, è incompleto, perché “ci sono degli enunciati che sono indecidibili”. E tale era già nell’esplorazione di Zenone il paradosso di Achille e la tartaruga. Indecidibile anche il paradosso del mentitore, il paradosso che si formula con la frase: “io dico il falso”.

Tra l’altro è con una variante di questo enunciato che Gödel pone la questione dell’indecibilità. Il paradosso del mentitore, o del cretese, afferma che tutti i cretesi mentono. La frase è paradossale, irrisolvibile, perché in quanto cretese avrebbe mentito, e allora la frase non sarebbe vera, e allora i cretesi direbbero il vero. Eccetera.

Ebbene, Gödel crede all’ipotesi del continuo, pur non dimostrandola mai, dicendo che è coerente, sia nel senso della validità che della non validità: in certi sistemi matematici si può mantenere l’ipotesi del continuo senza che il sistema matematico sia messo in discussione.
La conversazione tra Gödel e Einsten, la loro amicizia, si svolge dal 1938 al 1955, all’università di Princeton negli Stati Uniti, e fornisce anche l’occasione a Gödel di porre le sue obiezioni alla formula dell’equazione dell’universo di Einstein.

In alcune lettere scritte alla madre, nel 1961, si trova l’esca del realismo matematico di Gödel. La madre gli pone alcune questioni intorno a Dio, al paradiso, alla vita dopo la morte. E lui si chiede in che modo si entrerebbe in quest’altra vita, e dice che non avremo iniziato la nostra seconda vita, la vita eterna, in un analogo stato d’ignoranza a quello della prima; al contrario, non solo saremo nati nel prossimo mondo con ricordi latenti del primo, ma la nuova dimora sarebbe stata un eterno paradiso intellettuale.

E qual è l’eterno paradiso intellettuale di Kurt Gödel? Quello in cui “ogni cosa importante sarebbe stata percepita con la stessa certezza infallibile di 2x2=4”. Qual è il sogno del 2x2=4? È il sogno del realismo senza pragmatismo, ovvero del naturalismo che viene attribuito a Pitagora, che la scienza della vita sia la scienza del numero “naturale”, che le cose si svolgano secondo il numero razionale (per questo sarebbe stato ucciso l’allievo che aveva scoperto l’incommensurabile diagonale del quadrato); ma ritenendo che la scienza sia conoscenza matematica, ovvero che l’esperienza s’insegni geometricamente e algebricamente. L’ipotesi è quella dell’esperienza insegnabile e quindi trasmissibile da soggetto a soggetto.

L’esperienza matematizzabile, completamente o incompletamente. Questo è il sogno della matematica come tecnica d’insegnamento quale facoltà umana. Tra l’altro, è curioso come nella Repubblica Platone, nella settima lettera, non dia il matema agli umani, e come quasi duemila anni dopo Leonardo non dia la formula del sommergibile agli umani.
Platone non dando il matema, non trasmettere la sua autentica scienza? C’è chi ha scritto che tutto ciò che ha lasciato Platone era l’aspetto essoterico dell’elaborazione e che la dottrina autentica di Platone, quella esoterica, non è stata data. La dottrina stava nel matema, nella possibilità stessa di trasmetterla? I dialoghi di Platone erano il preambolo? E perché gli umani non sarebbero in condizione di ricevere questo insegnamento? L’equivoco, la menzogna e il malinteso sono fraintendimenti fantasmatici o hanno uno statuto intellettuale? Platone non ha trovato il modo di dare il matema, il modo dell’insegnamento efficace che fugasse l’illusione, la parvenza, il negativo, la contraddizione, l’Altro.

In effetti è paradossale la questione di come trasmettere il matema. Come insegnare l’insegnamento, come trasmettere ciò che si trasmette? Questo sogno giunge sino a Lacan, che scrive i matemi dell’inconscio, presupponendo che questi matemi possano trasmettersi tali e quali per ciascuno, quindi che ci sia qualcosa al di là del malinteso, dell’equivoco, della menzogna della parola che possa trasmettersi, qualcosa che chi si trova senza pregiudizi sia in condizione d’intendere, di ammettere nella propria vita. E invece capita che Jacques Lacan scriva Altro con la maiuscola e ci sia chi intende che sta parlando della madre cattiva in Melanie Klein.

La matematica richiede un’esplorazione immensa rispetto a molti elementi, dall’analisi dell’uno di Aristotele e poi di Plotino (205-270) alla monade di Leibniz (1646-1716) e al molteplice di Gilles Deleuze (1925-1995). E confrontandosi con la cifrematica di Armando Verdiglione si trovano i termini intellettuali delle questioni essenziali poste dalla matematica e dall’aritmetica, e non solo di quelle date per non risolte. Il testo della matematica rimane da restituire in qualità. I migliori testi matematici sullo zero e sull’infinito sono le aste sui quaderni dell’asilo rispetto ai testi dell’università del secondo rinascimento fondata da Armando Verdiglione.

Come entra la matematica nella psicanalisi? Freud non è interessato alla logica matematica, eppure è di quel periodo l’emergenza della logica matematica, con Cantor, con Dedekind, con Frege, con Hilbert, con Peano, con Russell. È piuttosto la termodinamica a funzionare come modello impossibile per Freud, che si pone la questione della trasmissione.

Come trasmettere la psicanalisi? Freud ha inteso qualcosa d’essenziale nella clinica, nelle infinite combinazioni dell’esperienza, che Epicuro (341-270 a.C.) scrive parénklisis, e che Lucrezio (98-55 a.C.) traduce con clinamen, da dove viene clinica, la piega delle cose. Nell’esperienza, quando le cose giungono alla piega, alla loro qualità, Freud acquisisce qualcosa che inventa con un termine: rimozione; e in un lettura non proprio distratta del suo testo, ci si accorge che è rispetto allo statuto di questo termine che interviene Freud a proposito degli “errori tecnici” degli allievi, anche nel caso di Jung. Quando la rimozione, per esempio, è intesa come repressione sessuale, Freud non se n’è interessa, se non come una fantasmatica da esplorare.

Come trasmettere la psicanalisi? Si trasmette in una pratica? Si trasmette solo da psicanalista a paziente, da analista a analizzante, da cifrante a cifratore? C’è trasmissione tra maestro e allievo? E se ci fosse, di che trasmissione si tratta? L’unica cosa che si trasmette secondo il sogno degli umani è il luogo comune, ossia la negazione dell’esperienza, quello che Freud chiama ricordo di copertura.

Freud pone i termini per l’avvio di un istituto di psicanalisi dove si insegna e si esplora la religione, la filosofia, le varie scienze; e questo è l’aspetto ufficiale. Poi c’è la tentazione di costituire una setta segreta, magari con ironia; e sette psicanalisti portano che lo stesso anello, e sarebbero coloro che secondo Freud avrebbero acquisito qualcosa della psicanalisi.
La trasmissione avviene di padre in figlio, di padre in figlia, di mamma in figlio, di mamma in figlia? A leggere ciò che ha scritto Anna Freud non pare, proprio per nulla. Anna Freud non giunge alla psicanalisi, rimane una psicologa infarinata di termini psicanalitici.

Jacques Lacan (1901-1981) è confrontato con lo scacco dell’insegnamento e della trasmissione della psicanalisi, che al colmo del suo successo è azzerata, come è accaduto negli Stati Uniti. L’analisi dell’egopsychologie, della psicanalisi all’americana, che fa Lacan è lucida, è l’analisi di un deragliamento infinito, e è curioso che il trionfo della psicanalisi abbia come altra faccia la sua cancellazione.

Lacan affida la trasmissione alla scuola (inventa l’École freudienne de Paris) dove c’è ancora il dispositivo maestro allievo, che occorre valutare se sia un dispositivo originario, o se sia un dispositivo convenzionale, e avvia una procedura che è l’esperienza di passe, dove verifica qual è il passo che compie lo psicanalizzante che comincia a praticare come psicanalista.

Lacan instaura dei dispositivi, e la trasmissione non è lasciata alla formula convenzionale delle società psicanalitiche internazionali, che è basata sul tempo aristotelico, sulla durata: un’analisi di sette anni, poi per i primi sei mesi un paziente, poi se n’è aggiunge un altro e per due anni si “lavora” con questi due pazienti (che devono proprio essere molto pazienti), poi viene portata una tesina, avviene l’iscrizione, comincia la pratica, c’è la supervisione dei casi. Lo psicanalista ortodosso o eterodosso vede il caso, poi ha il supervisore e una pratica d’associazione in qui vengono esposte le visioni.

Lacan s’accorge che, nonostante i matemi e la scuola, l’insegnamento non passa, al punto che nel 1980 chiude la scuola freudiana e affida la pubblicazione dei suoi scritti al genero, Jacques-Alain Miller, in particolare la trascrizione dei seminari, che sono ventisette (dal 1953 al 1979), perché il ventottesimo, il seminario sui Nomi del padre, non andrà oltre il primo incontro. E a leggere gli scritti del gestore delle spoglie dell’estinto Jacques Lacan, si riscontra, come per Anna Freud, che la trasmissione domestica non funziona: non garantisce nulla la famiglia rispetto alla trasmissione.

Armando Verdiglione, anche per un’analisi della modalità di trasmissione in seno all’École freudienne, e quindi per un’analisi della formazione dello psicanalista, avvia un’innovativa pratica di collettivo nel 1973 a Milano, il collettivo “Semiotica e psicanalisi”, e prosegue a inventare sempre altri dispositivi.
Quel che si trasmette non si trasmette in un istituto, non si trasmette in una famiglia, non si trasmette da Tizio o Caio, non si trasmette tra soggetti. Non c’è soggetto della trasmissione: non c’è chi abbia la trasmissione e chi la trasmetta a qualcun altro. E il comitato dei matematici non mantiene nessun sapere sacrale sul matema, che rimane ideale per meglio veicolare i matemi reali, ovvero i luoghi comuni.

Qualcosa si trasmette di un effetto, e non più come causa. Il matema è l’effetto di sapere, l’effetto della seduzione dell’uno, del significante, del figlio. Nella parola, lungo la funzione di resistenza, il significante - quel che è supposto significare - si divide da sé e differisce da sé e in questo spostamento, come lo chiama Freud nell’Interpretazione dei sogni - rilascia una lettera, rilascia il matema, rilascia un effetto: questo è quello che si trasmette, e non è padroneggiabile e non fonda nessun sistema.

Che cosa comporta l’effetto di padronanza? Se il figlio fosse uno unico unificato e unificante, in altri termini se fosse padrone del suo sapere, e ritenesse di averlo ereditato dai padri (ma potrebbe anche pensare di averlo rubato ai padri, potrebbe anche pensare d’esserselo creato da solo senza padri, come Louis Althusser), avrebbe come sua altra faccia di essere anche schiavo di questo sapere. Ovvero l’uno che non si divide da sé e non differisce da sé si divide in due, e si serializza, come nella fantasmatica delle personalità multiple e dei dei serial-killers.
Di che sapere si tratta? Dei luoghi comuni, di qualsiasi cosa che sia data per scontata come scienza di vita. Noi possiamo interpellare ognuno in quest’epoca e riscontrare che sa tutto.

Ognuno sa come funzionano le cose, e come non funzionano, sa come funziona la vita, sa come funzionano gli uomini, come funzionano le donne, come funzionano i bambini, come funzionano gli animali, e come funziona la politica, come funziona il calcio, come funzionano gli investimenti, e anche come funziona la lotteria. Ognuno sa e il suo sapere come scienza di vita non è altro che il luogo comune. Quello che ognuno dà come scienza di vita sono proprio i pregiudizi, sono i fantasmi che sbarrano la strada che è stretta, che sbarrano la strada alla vita originaria, all’autentico, al piacere, al profitto intellettuale. Infatti, ognuno che sa come va la vita mangia la morte e sopravvive - a seconda delle formule retoriche - di spavento, di panico, di terrore o di orrore.

E ognuno ha la certezza infallibile di vivere nell’incubo dell’orrore, di vivere nell’incubo del terrore, di vivere nell’incubo dello spavento e di vivere nell’incubo del panico, perché questa certezza infallibile è quella del 2+2=4. Tra l’altro, Kurt Gödel viveva nel terrore di essere avvelenato. E ciascuno che si trova in un itinerario intellettuale riceve continue lezioni di sopravvivenza dal popolo dei realisti.

La matematica non sta nel pragma, non è pragmatica, e quel che si insegna non è pragmatico. Il fare poggia sulla logica, ma il fare non è logico, la verità non è logica, come presume anche Alfred Tarski (1902-1983) in Verità e dimostrazione del 1969, e quindi non c’è solo l’impossibile che portato a realizzazione dà l’incubo della certezza della morte, quella del 2+2=4; ma c’è l’originario, dove il dieci non è dato dalla somma di dieci uno, ma già 1+1 è eguale a dieci, ossia può giungere alla qualità. La formula di Armando Verdiglione: 2+2=10. Estrema ironia.

Secondo il numero, secondo la logica singolare e triale, secondo l’idioma, le cose approdano al dieci; quando approdano al quattro è il discorso della morte, il discorso dell’impero sulla vita. Non a caso anche l’imperatore Napoleone affermava che quando doveva stroncare qualcuno in un dibattito lui diceva: “come 2+2=4”; e questo sarebbe il realismo stremato, il realismo della guerra necessaria, oggi data come preventiva.

Dalla geometria di Talete di Mileto (VII-VI a.C.) alla geometria non commutativa d’Alain Connes (1994), e dall’algebra della logica alla geometria dell’algebra (meglio nota come topologia), il contributo di Armando Verdiglione, dopo alcune annotazioni di Leonardo da Vinci (1452-1519), pone la questione della scienza di vita senza più nessun debito con la gnosi, con l’impossibile rappresentazione delle cose, e quindi senza più nessuna credenza di poter trasmettere qualcosa in modo automatico. Dal quanto al quale, il matema è ciò che si trasmette dell’esperienza originaria, in ciascun caso.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017