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La libertà senza più paura

Giancarlo Calciolari
(24.06.2007)

Gli umani sopravvivono divorando la morte, assumendola con i farmaci legali o con le droghe illegali. Legalismo e illegalismo appartengono alla sopravvivenza. Non alla vita. La legge della vita è al di là del legalismo e dell’illegalismo.
Farmaci o droghe. Colpi buoni o colpi cattivi. Dalla caverna dei colpi all’armadietto dei colpi. Farma in greco è colpo. Il colpo del veleno come rimedio. Apologia del dosaggio. Tra colpi e contraccolpi.
Oggi la farmacologia mondiale, nella forma di oligarchie terapeutiche, ognuna contro il male dell’Altro, è giunta alla lettura. C’è chi intende, come Thomas Szasz, che ha scritto il libro Farmacrazia (Spirali) sullo stato terapeuta americano.

È un obbligo assumere farmaci e droghe? La scelta è obbligata. Non è libera. E il libero arbitrio sarebbe quello di ricorrere o meno all’armadietto, ma non di vanificarne l’esistenza. Perché? Per paura. Quale paura? Quella di morte. La minaccia di prigione e la minaccia di morte vanno in questa direzione, sistematizzando la paura.
Cosa farsene della libertà quando ognuno è morto di paura o quando ognuno può affermare la sua libertà solo dandosi la morte, da Socrate in poi? A proposito, la famosa cicuta di Socrate viene dalla traduzione differente della stessa parola che altrove è tradotta con farmaco.

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Opera di Alessandro Taglioni

E come sorge la sensazione di paura? In relazione al nome. Leggendo il primo libro della Bibbia, il Genesi, senza prenderlo come libro di riferimento per consacrarlo o esecrarlo (per non leggerlo) la paura emerge con Adamo quando Dio gli chiede “Dove stai?” E poi interviene nel mito di Babele: è per paura che gli umani – ovvero per farsi un nome per non essere dispersi sulla faccia della terra – edificano la torre che dovrebbe congiungere terra e cielo. Bab el. La porta del cielo.
Per farsi un nome? Leggendo tra le righe, troviamo che tolto il nome, gli umani edificano quelle che il poeta Flavio Ermini chiama le torri dell’antivita. Infatti, il nome originario, al quale allude il nome di Dio, è innominabile. Il nome presunto nominabile è il nome del nome. In nome del nome. Per esempio, in nome di Dio, con il corollario di massacri tutt’oggi in corso.
Paura d’essere dispersi. Paura d’essere. Paura. E piuttosto di morire anonimi: “facciamoci un nome”. Il nome del nome. Il nome senza libertà. Il nome dello schiavo. Il nome del padrone. Il nome della libertà. In nome della libertà.
Il nome? Crescita, lievito, autorità, cominciamento, aumento, ritorno, erranza, non dell’avere...
Il nome del nome? Il soggetto. Il soggetto della libertà. Il soggetto alla morte. Il concetto di droga. Curioso che il soggetto per eccellenza della liberazione sia l’uomo in ceppi nella caverna platonica. Il soggetto che ovunque guarda vede la prigione o la foresta o il deserto o la palude o la valle di lacrime.

Ecco la questione: la libertà è la proprietà di ciascun elemento della vita. Non è una proprietà del soggetto. Libertà del nome. Libero il nome. Non qualcuno. Non chi lo vuole, potendo, dovendo e sapendo.
L’instaurazione del nome, in ciascun istante di vita, sancisce la libertà. Cominciando, il nome risulta indelegabile. Mentre, che cosa fa il soggetto che si attribuisce la libertà e pensa di detenere il suo concetto? La guerra ai fratelli. Il fratricidio. La guerra civile. E torna al punto di partenza, dove l’origine è condivisa e contesa. Come a Gerusalemme per i tre monoteismi. Ecco perché la teorizzazione del fratricidio con la coppia amico-nemico di Carl Schmitt non è gran cosa. E non a torto Taubes abbraccia Caino.
Ecco perché la circolarità dell’essere per la morte di Heidegger non è gran cosa. Ecco perché l’ultima goccia di sangue (della minima comune ultima crudeltà) di Derrida non è gran cosa.

La libertà non s’instaura uccidendo fino all’ultimo il nemico, che è sempre l’altro fratello. La libertà è proprietà inalienabile di ciascun elemento. Elemento libero, anche dalla pretesa di entrare in un sistema semiologico, come invece fanno tutti coloro che si credono tutti.
E ciascuno? Si attiene alla libertà della parola, in ciascun istante. La libertà senza più la paura. Facendo. Non c’è paura, facendo. Distinguendo tra fare e affaccendarsi. Pirandello: i morti [di paura] affaccendati.


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30.07.2017