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Ida Travi, "La corsa dei fuochi. Poesie per la musica"

Giancarlo Calciolari
(27.05.2007)

Qualcosa comincia nel libro di Ida Travi "La corsa dei fuochi. Poesie per la musica" (Moretti e Vitali, 2007, pp. 117, € 18,00) con l’esergo di Antonin Artaud che dice che si tratta di dare alle parole, più o meno, l’importanza che hanno nei sogni, e con l’esergo di Simone Weil che indica come rimedio nell’attesa: trattare gli uomini come uno spettacolo. E questo accade prima che Guy Debord faccia dello spettacolo una società spettacolare da combattere.

E qual è l’importanza che hanno le parole nei sognise non quella di non essere soggette alla padronanza di un “io”? Ma non è solo la libertà della parola a essere ripresa da Ida Travi nei due eserghi, è in gioco la sua originarietà. La parola originaria è inconfiscabile, anche al colmo del martirio come nel mito di Gesù.

Come confiscare l’accesso originario se gli esseri umani si muovono come nel sonno di una sentinella?

Sentinella che è quella dell’Orestea di Eschilo, come indica l’autrice nella sua nota, che dice “...a chi sa io parlo volentieri, a chi non sa io taccio”.

“Su quel parlare e su quel tacere – scrive Ida Travi – corsi a scrivere la prima poesia, ma adesso so che voleva essere un canto”. Un canto al quale è giunta correndo.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Come comunicare, come scrivere, come poetare, come cantare? Come attribuire alle parole l’importanza che hanno nei sogni per non scostarsi dall’originario?

La corsa dei fuochi è la vita, come Ida Travi la percepisce e la intende; e c’è già, la vita, in quel correre a scrivere la sua prima poesia, che voleva essere un canto. Nel senso che La corsa dei fuochi non è una metafora della vita, non è un doppio di un testo non scritto. Le parole sono le cose perché le cose stanno nella parola, e non sono davanti a noi immobili per il beneficio dell’ontologia fondamentale.

Nessuna parola nella vita parallela di ogni vita compromessa con il suo duplicato sociale, oscillante tra l’imposizione e l’accettazione. Le citazioni non sono a caso rispetto alla singolarità degli autori citati. La poesia di Ida Travi è della stirpe impossibile di DinoCampana, di Antonin Artaud, e risalendo all’indietro è di William Blake: il granello di sabbia o la goccia di sangue sono lo specchio dell’umanità.

Si tratta di vera poesia della vera vita. Questa è la sensazione non solo della poesia di Ida Travi, ma anche della sua nota al libro. La forza delle parole che irrompono nella loro originarietà è coglibile anche negli altri registri della sua opera, da quella teorica de L’aspetto orale della poesia (Anterem Edizioni, Verona, 2000) a quella teatrale di Diotima e la suonatrice di flauto (La Tartaruga/Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004)

Il libro ha in allegato un CD in cui Ida Travi recita le sue poesie e Patrizia Simone ne volge alcune in tre canti. La musica è di Andrea Mannucci (Edizioni Suvini e Zerboni). Il risultato della permormance audio è intenso, bello, felice, pur nella nudità della vita senza orpelli.

L’originario Ida Travi lo formula così:

«È come se noi che guardiamo, qui e ora, nel tempo cosmico e per un soffio, fossimo ancora noi “gli antchi”.»

“Per un soffio” è l’originario. “Ancora” è la seconda volta, la nascita come rinascita. “Antichi” indica la classicità raggiunta nella modernità, quella dell’esigenza assoluta di Arthur Rimbaud.
Per un soffio, con lo sguardo degli antichi, possiamo ancora leggere cogliendo l’originario e restituirlo ancora in un altro testo.

In Sali sulla piccola altura:

Una voce: “Vedo il contadino che esce dal suo secolo

e piano fa ruotare il suo mantello

porta il lume”

Un’altra voce: “ Tu fingi di guardare e io ci credo,

voi del mondo siete tutti pazzi, voi del sogno

fate sempre così.”

Questa lettura dell’epoca è senza più complicità con i suoi presupposti. E ciascuna poesia ha questa forza, senza togliere l’ambiguità moderna che è posta per non richiedere la significabilità delle cose sin dal cominciamento, ossia il pregiudizio.

In Vengono a mangiare:

“I calchi imperatori spalncano la bocca, guai

se portassero la spada.”

Chi sono i clachi imperatori? Non gli altri e nemmeno l’Altro, ma ognuno nel suo farsi soggetto dell’epoca, marionetta sociale in corsa per un per una partira falloforica.

La forza delle idee, la forza delle immagini e la forza dei miti è costante nelle cinque raccolte che costituiscono La corsa dei fuochi con la quale Ida Travi parla volentieri a chi sa e a chi non sa tace.

In Fate un gesto di carità la voce narrante, che occorre distinguere da Ida Travi autrice, dice:
“Qualcuno dovrà pur venire, qualcuno alla fine
dovrà pur dirmi qualcosa.”

Sì, perché senza più dovere, volrere, potere, sapere come prerogative del soggetto, ci sono forniti dall’opera di Ida Travi gli strumenti per leggerla, anche per leggere la citazione della sentinella.

Noi parliamo volentieri all’interlocutore ignoto, dalla sessuazione impossibile. Mentre i non ignoti errano nello splendore dello spettacolo integrale, prestandosi come rimedio all’attesa, come indica la profezia di Simone Weil.


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30.07.2017