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Come vivere nel terzo millennio

Giancarlo Calciolari
(16.12.2006)

Le idee portate all’azione non operano più alla conclusione delle cose alla qualità e alla verità ma proprio in quanto agite rovinano, non vanno da nessuna parte, s’interrompono.
Dire come fa Julia Kristeva che un certo umanesimo ha fallito per proporne un altro è non prendere in considerazione il nuovo fallimento a cui si vota. Sarebbe fallito così, secondo le parole di Julia Kristeva, l’umanesimo razionalista sfociato nel totalitarismo del XX secolo e rinnovatosi nel XXI secolo sfociando nell’automazione economica e biologica che minaccia la specie umana. Perché allora un’intellettuale, scrittrice e psicanalista, come Julia Kristeva intende costruire la rifondazione dell’umanesimo?

Riprendiamo il dibattito a cui Julia Kristeva porta il suo contributo, e che è quello tra Joseph Ratzinger e Jürgen Habermas, che sostengono che le nostre democrazie moderne sono disorientate a furia di non avere un’autorità “superiore” affidabile, l’unica in grado di normare la corsa sfrenata della libertà. S’imporrebbe il ritorno alla fede, quale unica via d’uscita in grado di garantire una stabilità morale di fronte ai rischi della libertà. Habermas parla di una coscienza conservatrice che si nutra della fede e Ratzinger di una coscienza che sia una correlazione tra ragione e fede. Questa fede data come indispensabile derivererebbe dal fatto che le democrazie costituzionali hanno bisogno di presupposti normativi per fondare il “diritto naturale” e lo Stato secolarizzato non dispone del legame che unifica.

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Opera di Hiko Yoshitaka

Julia Kristeva afferma che esistono già delle esperienze che rendono caduco ogni appello alla coscienza normativa e al binomio ragione-rivelazione e sono quelle che si incamminano verso una rifondazione dell’umanesimo nato dall’illuminismo, senza dovere fare ricorso all’irrazionale. Le acquisizioni di Julia Kristeva sono il pensiero teorico dell’esperienza letteraria e la scoperta freudiana dell’inconscio. È con queste che si accorge che chi la pensa come il filosofo e il teologo, oggi papa, vorrebbe farci credere allo scontro di religioni come un fatto fondamentale mentre invece è solo un fenomeno di superficie.
Julia Kristeva afferma che “il problema di questo inizio di terzo millennio non è la guerra di religioni, ma la faglia e il vuoto che dividono ormai coloro che vogliono sapere che Dio è inconscio e coloro che preferiscono non saperlo, per godere meglio dello spettacolo che annuncia che Egli esiste”.
Una lettura del libro di Julia Kristeva, Bisogno di credere. Un punto di vista laico (Donzelli, pp. 149, € 13,50) porta mille altre infinite occasioni di dibattito, sulla fede, sull’autorità, sulla promessa... Qui importa cogliere la trama di una questione che non trova soluzione nemmeno con Julia Kristeva.

L’analisi dello Stato d’eccezione, ossia della decisione nella situazione non compresa in una norma già scritta, da Carl Schmitt a Giorgio Agamben, non risponde alla questione della sovranità, sia della dittatura sia della democrazia che gestita come stato d’eccezione è una forma dissimulata di democrazia. E già Walter Benjamin aveva volto la teoria della sovranità di Schmitt nella teoria della sovranità popolare. Ma per l’appunto, Carl Schmitt si è accorto che risulta indecidibile la questione “chi decide?” Non una norma. Non una legge che non può includere il legislatore. La teoria della decisione (1922) sfocia nella teoria dell’indecidibilità di Kurt Gödel.
Se Schmitt ritiene che tutti i concetti moderni della teoria dello Stato sono dei concetti teologici secolarizzati la questione Dio non è stata spazzata via con Nietzsche, né con Heidegger e neanche prima con Dostoevskij. Dio non è morto! E tanto meno è inconscio, come sostiene Kristeva.
Schmitt poner la questione Dio. Nietzsche sostituisce a Cristo Dioniso, Heidegger reintroduce gli dèi del paganesimo dopo l’apostasia dal cattolicesimo. Dostoevskij cerca la logica divina e umana. Kristeva parla di dio inconscio per meglio parlare dell’uomo: cos’altro è l’umanesimo se non la centralità dell’uomo?
Non ha torto il teologo Jacob Taubes a leggere la modernità come il mantenimento di un pensiero greco, ossia pagano. E la teologia stessa è un compromesso con il pensiero greco, che si basava sui padroni e sugli schiavi, sui greci e sui barbari, sugli amici e sui nemici.
L’uomo moderno è così divino da svegliarsi metamorfizzato in animale, come insegna Kafka nella Metamorfosi.
Per un verso occorre notare che il continuo dio-demone-uomo-animale è greco e costituisce un problema teorico insolubile per chi sposa questo pensiero, e si tratta invece di elaborarne i paradossi. Per un altro verso i tre monoteismi (ebraismo, cristianesimo, islamismo) costituiscono un compromesso con il pensiero greco, ossia Dio sarebbe fatto a immagine e somiglianza degli uomini che lo pensano.
Rimane valida la domanda dei profeti? “Perché gli empi prosperano?
Non perché lo Stato secolarizzato non dispone del legame che unifica. Non perché “Dio esiste” o perché “Dio è morto”. Non perché è sovrano colui che decide nello stato d’emergenza e non perché chi non decide è schiavo. Non perché Freud ha scoperto l’inconscio. Non perché l’inconscio scoperto da Freud è rifiutato. Non perché la coppia oppositiva amico-nemico governa la politica sino ai forni crematori. Non perché la tecnica è la causa di tutti i mali moderni secondo Heidegger, che così sbianca la sua coscienza normativa avvalorata dalla coscienza decisionale di Schmitt.

Gli empi prosperano perché scelgono la via facile, quella della falsa vita. Tendere trappole e laccioli ai giusti è facilissimo. Anche la proposta dell’uomo nuovo è parente della proposta del dio nuovo delle sette. Quello che non viene avvertito se non come una sfortuna che poteva anche non colpire è che la padronanza e il controllo degli oggetti e dei soggetti incappa nel contrappasso e nel contraccolpo. Il male fatto agli altri diviene malattia del corpo e della psiche, come ogni pagina del libro dei libri insegna, e non certo in una lettura religiosa. Occorre la lettura laica, dove l’idea opera alla conclusione delle cose. Mentre la lettura religiosa e la lettura laicista servono a confermare una genealogia di potere sull’altra. È quella che Agamben, lettore di Schmitt, chiama guerra civile planetaria.
Che cosa accadrebbe se gli scribi del sistema e dell’antisistema trovassero la risposta che tanto li assilla? Avrebbero la chiave universale per liberarsi e per incatenare tutti gli altri.
Nemmeno Paolo, detto santo, l’aveva trovata la chiave: la sua promessa escatologica di salvezza si è secolarizzata nella chiesa. E in nome di Dio, anche in questo scorcio di terzo millennio, vengono perpetrati i peggiori misfatti.
Allora, come vivere nel terzo millennio? Intanto, non più sopravvivendo. Ovvero, occorre vivere facendo secondo un progetto e un programma di vita che risentono più dell’inconscio che di un suo presunto dio, che di una coscienza normativa o di una correlazione tra ragione e fede.


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