Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

pp. 740
formato 15,24x22,86

euro 35,00
acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

pp. 244
formato 10,7x17,4

euro 24,00
acquista

libro


Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

pp. 450
formato 15,24x22,86

euro 22,00
acquista

libro


Fulvio Caccia
Rain bird

pp. 232
formato 15,59x23,39

euro 15,00
acquista

libro


Jasper Wilson
Burger King

pp. 96
formato 14,2x20,5

euro 10,00
acquista

libro


Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

pp. 58

ill. colori 57

formato

cm 33x33

acquista

libro


Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

pp. 380
formato 15x23

euro 14,00
euro 6,34

(e-book)

acquista

libro

e-book


Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

pp. 96
formato cartaceo 15,2x22,8

euro 9,00
e-book

euro 6,00

acquista

libro

e-book


Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

pp. 86
formato 10,8x17,5

euro 7,20
carrello


Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

pp. 98
formato 10,8x17,5

euro 7,60
carrello


Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

pp. 230
formato 15,24x22,86

euro 12,00
carrello


TRANSFINITO International Webzine

Alumina. I gioielli del transfinito di Mara Garbin

Giancarlo Calciolari
(5.11.2006)

Alumine è il termine introdotto nel 1782 dal chimico Guyton de Morveau, collaboratore di Lavoisier, a partire dal latino alumen, aluminis: una sostanza minerale utilizzata in tintura e nella farmacopea come astringente. E siamo già entrati nella galassia Mara Garbin, nel palinsesto della sua arte.
Proseguendo nell’analisi linguistica, l’alun, termine tecnico di origine oscura, termine introdotto in Francia nel 1148, diviene poi alunite, il materiale dal quale si estrae l’alluminio. L’alun contiene un solfato dal quale si produce un idrossido che è stato chiamato in italiano allumina. Il metodo corrispondente a questo corpo, scoperto da H. Day nel 1808, è stato chiamato aluminium in inglese nel 1812.

Quindi, tintura e farmacopea. Colore e farmaco. Arte e farmacia. Bottega dell’arte e bottega della farmacia. Non nel senso usuale. Con Quintilliano ars in latino traduce techne dal greco. L’articolazione di vita, la sua tecnica, la sua scienza. Le desinenze in “tica”, da matematica a cifrematica, indicano piuttosto la scienza che la tecnica, che è una delle due facce della scienza, l’altra è l’invenzione, la machina.

Farmaco è l’altro nome del figlio, dell’uomo, generalmente inteso come quella sostanza legale che è condizione di salute (mentre la sostanza illegale come condizione di salute sarebbe la droga). Il farmaco non muta, non si trasforma, si divide da sé e differisce da sé. Se mutasse allora circolerebbe, nella prigione universale, di mutazione in mutazione.

Pharma, colpo. È lo stesso etimo che appare in latino come forma, formula. In tal senso il farmaco è formatore, non divino, nel senso di non creatore. Mentre ognuno si prende come divino per ritrovarsi a sopravvivere nell’infernale. Ciascun elemento è un colpo di dadi, senza più credere nel dio maggiore o nel dio minore. Quel Dio che secondo Einstein non gioca ai dadi, ma potrebbe anche giocarci. Il Figlio, il colpo che l’occidente non può più evitare. La parola si è fatta carne. Colpo.

L’incarnazione, quanto di più astratto arrivi dai Vangeli, è l’irruzione dell’Uno, detto il Figlio, sulla scena occidentale. Disletto dai più, il monotesimo sembra offrire solo l’esca alla spartizione del pianeta in nome di Dio. Invece indica pure che non intesa l’incarnazione — il Verbo si è fatto Carne — allora gli umani si scarnano, si massacrano, si tagliuzzano, si tatuano... Ecco anche la body-art. La carne si fa parola, chiacchiera, parolotta, il corpo significa, muta in tutta la sostanza e la mentalità dell’AntiCristo.

Mara Garbin, dopo la maturità artistica, si è formata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, in particolare con Francesca Alfano Miglietti, teorica delle mutazioni legate ai linguaggi visivi, esperta della body-art. Dal 1997 al 1999, Mara Garbin partecipa a mostre e a eventi, e il suo corpo diviene anche la superficie sulla quale scrivere. In collaborazione con Francesca Caraffini e Cristiano Gugusi, Mara Garbin ha ideato e realizzato serate tematiche con happening di body-painting.
Ma sarebbe ora troppo facile dire che si è distolta da quella esperienza a causa del suo lavoro, di disegnatrice di gioielli, che ha coltivato a partire da un corso di design del gioiello presso la “Scuola d’Arte e Mestieri” di Vicenza, nel 1991.
La giovane artista, nata a San Bonifacio, in provincia di Verona, nel 1972, integra ciascun elemento nel suo itinerario, senza più volgere in ritualismo un’acquisizione dell’esperienza, come la body-art.

Nel 1999 con “Bodily” espone a Bologna, presso lo spazio espositivo “Le Giraffe”, una serie fotografica con stampa su alluminio. E dal 2000 la ricerca artistica di Mara Garbin si sposta verso la produzione di gioielli, ossia di sculture. E il corpo della scrittura è sembiante, non è mai quello che si presume di vedere dinnanzi, non è il proprio. L’alluminio è sia corpo, sia luce, sia colore, sia elemento. Dal gioiello di “lavoro” al gioiello di “gioco”, dall’oro all’alluminio, la questione è che ciascun elemento s’incarna, e non è identico a sé, come vorrebbe la filosofia. L’arte di Mara Garbin s’accorge che cangia: l’alluminio da supporto diviene portatore di luce. Da “soggetto” si fa “oggetto”, ob jectum, si getta dinnanzi, fa ostacolo, ma non è più da aggirare, ma risulta condizione del viaggio.

L’alluminio è un punto d’identificazione impossibile, nella sembianza di un prodotto di “scarto” industriale, destinato alla rottamazione e al riciclo? In un’altra scena (la freudiana eine andere Schauplatz) si tratterebbe di leggere convenzionalmente la conclusione dell’esperienza di body-art come l’uscita dal giro dei prodotti incartati e confezionati? Mara Garbin si è forse riciclata disegnando per lavoro gioielli d’oro e per gioco gioielli d’alluminio? No.
È l’alluminio come punto d’astrazione (come voce, ecco la vocazione artistica di Mara) condizione di integrare in un dispositivo artistico le varie declinazioni dell’alluminio. Il viaggio artistico prosegue. E vari sono i pretesti.

Mara Garbin, perché l’alluminio?

L’alluminio è un materiale povero, facilmente reperibile, e leggero, che trovo con facilità presso alcuni rotamai, luoghi dove avviene la ricerca dei pezzi per realizzare i miei gioielli. Trovo interessante trasformare questi prodotti di scarto in qualcosa di diverso, mantenendone le caratteristiche quali graffi o ammaccature che ne raccontano la storia.

Povero/ricco è ironia di vita. Per ciascuno la distinzione non è sociale, non grava come predestinazione. In che modo l’alluminio gode della sua libertà rispetto all’oro?

Un gioiello nuovo in oro o argento, tutto lucido e appena uscito dala fabbrica, non avrà mai per me lo stesso calore e fascino che può avere un girocollo realizzato, per esempio, utilizzando un frammento di pentola in alluminio schiacciata dalla gru del rotamaio.
Le forme che si creano, a volte, sono quindi frutto di incidenti, e della casualità: altro particolare che distingue questi pezzi da altri in metallo prezioso. Inoltre conosco bene, avendo lavorato presso un’azienda orafa, i limiti creativi legati al peso specifico dell’oggetto. L’alluminio è molto leggero e mi permette di creare gioielli dalle dimensioni importanti, ha una luce e un bagliore pallido che trovo molto affascinante. Un gioiello d’oro presuppone la fusione, la lavorazione e la lucidatura del metallo al fine di ottenere il modello desiderato.

Come procede con l’alluminio?

Per creare i miei gioielli l’approccio è più immediato: trovo un pezzo di alluminio dalla forma interessante e me ne innamoro, esiste già, lo scelgo soltanto. Mi incuriosisce la forma e mi chiedo: a cosa sarà servito in precedenza? Di chi sarà stato? Ma perché l’hanno buttato? Il metallo prezioso
al contrario si piega alla mia volontà, è la conseguenza di un progetto, non ha segni della sua storia precedente, si trasforma e non è qualcosa che siste già come i pezzi che trovo.

Non siamo lontani dal gesto inaugurale di Marcel Duchamps del ready-made, che tendeva a ironizzare sull’arte accademica. César fa la stessa cosa con le sue rotamazioni d’auto. Non contaminazioni di ambiti di creazione e di linguaggi di confine, mettendo in relazione stati di trasformazione e creazione di nuove direzioni dell’immaginario della ribellione, ma l’immagine originaria nella sua semovenza, libera e quindi esente dall’obbligo all’osservazione e alla disobbedienza. Nessun conformismo e nessun anticonformismo, perché l’alluminio come colore è formatore, causa di verità e non di doxa servile o ribellista.
Oltre l’umano, il transumano, il postumano, il disumano, oltre l’umanesimo e l’antiumanesimo, ossia oltre la zoo-teo-antropo-sociologia, i “prodotti” di Mara Garbin si stagliano come gioielli del paradiso, che per l’appunto non conosce distinzioni di casta, di ceto, di gruppo, di partito e di cappella.
Il corpo come un sistema di comunicazione dotato di codici di accesso, il luogo dell’umano? E per umane si intendono tutte le mutazioni? Ma si tratta di trasformazione, artistica, culturale e scientifica.La mutazione è ciò su cui ironizza don Fabrizio nel Gattopardo, quando dice che occorre che tutto cambi affinché tutto resti come prima. La mutazione è metempsicotica: è la psicotizzazione stessa. Il realismo pragmatico, la direzione forzata dei sogni.
La sostantificazione e la mentalizzazione del corpo (chiamato “soma” per indicarlo già in uno statuto mortale) valgono appunto per toglierlo dalla parola. Basta dire “il corpo del gioiello” per introdurre un’astrazione assoluta che non richiede l’ideologia per l’azione, perseguita non a caso anche dalla action-painting. Conta invece l’atto di pittura, l’atto di scultura, l’atto di scrittura: il fare senza più totem né tabù, senza più corporazioni, che sono anche “psicherazioni”. E occorre leggere ciascun contributo artistico in questa direzione e non nel verso dell’ideologia o della mentalità o psichismo.
I gioielli del transfinito di Mara Garbin sono interi, integri, integrali, più che “pezzi unici”! Talvolta si sviluppano in serie che concludono al piacere: si tratta di serie originaria e non più limitata. Serie senza più serializzazione all’infinito potenziale, anche nel ricorso duchampiano ai prodotti di scarto industriali.
Pretesti del viaggio che approdano al caso dell’unico: scarti di tranciatura, lastre d’acciaio tagliate al laser dalle forme insolite, a volte il semplice frutto di un errore, pezzi difettosi o particolari di oggetti smontati, come ad esempio piccoli pezzi di un aereo militare in lega superleggera, sono i componenti di questi monili che vengono assemblati ad altri materiali come pelle, caucciù, lattice...
Un modo di enunciare il numero, l’intero (pleonastica è la formula matematica “numero intero”), la logica, l’inconscio è raccontare, narrare senza più rispetto per i tre principi dell’antivita di Aristotele, in particolare non attenendosi allo pseudo gioco dell’inclusione e dell’esclusione, ossia al principio del terzo escluso. Narra infatti Mara Garbin di non buttare via le cose, di avere ancora qualche perla dell’esperienza della nonna. Quello che gli altri scartano a lei vanno bene.

Il cambio di destinazione d’uso, come l’antenna tv che diventa collana, l’aero militare che si trasforma in pettorale, il catarifrangente di un’automobile incidentata che diventa anello, la lastra antiscivolo d’alluminio che si trasforma in ciondolo di collana, è uno dei perni del lavoro artistico di Mara Garbin, è un modo della trasposizione, dell’abduzione pragmatica. Indeducibile e inintelleggibile dalle schiere di pseudo artisti che non hanno mai compiuto il balzo fuori dalla fila degli assassini, quello spronato da Franz Kafka.
Ironica è l’indicazione del cambio di destinazione d’uso, quasi biblica: umani, la luce sta in “Alumina” non negli ammassi d’oro dei bottini di guerra. Effimera è la riuscita sociale. Ognuno è in grado di capire che se in un film Monica Bellucci indossasse qualche gioiello di Mara Garbin, in un attimo sarebbe nota e avrebbe qualche opportunità in più anche per la sua arte. Eppure l’essenziale sta proprio nel bagliore pallido dell’alluminio, raggio di luce che Dante trova in paradiso. Appunto non c’è elemento che sia escluso dal viaggio. Quelli di Mara Garbin sono gioielli come indici dell’infinito del viaggio.


Gli altri articoli della rubrica Arte :












| 1 | 2 | 3 | 4 | 5 | 6 | 7 | 8 |

30.07.2017