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L’invenzione della cifrematica

Leggere Verdiglione

Giancarlo Calciolari

Ciascuno ha da trarre la sua lezione dall’itinerario di Armando Verdiglione. Le acquisizioni della cifrematica sono alla punta dell’esperienza nel pianeta.

(11.03.2005)

C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
“Guarda questa è una novità”?
Proprio questa è già stata nei secoli
che ci hanno preceduto”.

Qoèlet, 10

Armando Verdiglione ha pubblicato di recente due libri dove la parola “cifrematica” interviene nel titolo: Il manifesto di cifrematica e La rivoluzione cifrematica, entrambi editi da Spirali.

La cifrematica, la scienza di vita, trova qui il suo statuto più semplice e chiaro. Ciascuno ha da trarre la sua lezione dall’itinerario di Armando Verdiglione. Le acquisizioni della cifrematica sono alla punta dell’esperienza nel pianeta.

Noi leggiamo i testi di Armando Verdiglione da quasi trent’anni. E per curiosità non esente da fraintendimento siamo andati a verificare le sue citazioni, a indagare come un significante reperito nell’insegnamento di Jacques Lacan o di Sigmund Freud sia giunto a ben altro statuto. E indaghiamo anche intorno ai termini che non si trovano nelle opere degli autori citati. Per esempio, il termine abduzione, che richiede la lettura del testo di Charles Sanders Peirce.

Hiko Yoshitaka, "La casta dei ciarlatani", 2004, acrilico su tavoletta

Funzionari universitari di filosofia ci hanno chiesto perché non insegniamo filosofia all’università. Ma non abbiamo nessun interesse per la filosofia in quanto tale. Leggiamo le opere di qualche autore per elaborare un dettaglio, una questione. E così per la linguistica, la teologia, l’arte, la letteratura, la matematica...

La traccia della nostra lettura di Verdiglione si trova in ciascuno dei nostri scritti. Anche la lettura di queste mille pagine si può reperire in questa nota.

Noi non siamo filosofi, non siamo esecutori testamentari. Non stabiliamo il testo e non lo destabiliamo. Il testo non è già dato. Non è invisibile e inviolabile, ovvero appannaggio di una casta di esegeti che nei limiti dell’interpretazione decifrerebbe il testo per gli analfabeti.

L’alfabetica e l’analfabetica, con le loro schiere, quella dei dotti e quella dei selvaggi, sono il ricordo di copertura della cifrematica. E a che cosa sarebbero introdotti coloro che condurrebbero fuori, che si pongono come guida? Introdotti e extrodotti? Dentro fuori? L’assemblea dei giusti o la crazìa degli empi? Compiere o trasgredire il dovere? Il maestro tiene dentro? Porta fuori? Indica la via? La retta via o la via retta? L’allievo è smarrito nei meandri del testo? Da solo, studia il testo tutta la vita, anche capendoci o non capendoci un’acca?

L’apertura o la genealogia? Come distinguere il giusto dall’empio? Ognuno s’accompagna al giusto per ritrovarsi a seguire obbligatoriamente l’empio? Quando come e perché il successo volge in rovina e la riuscita è un’altra cosa? Si tratta forse di distinguere come legge il giusto e come legge l’empio? O banalmente l’empio non legge? E perché ognuno non legge, anche quando ha l’impressione di leggere?

Perché un filosofo tra i più importanti degli anni Settanta, Louis Althusser, ha scritto un libro, Freud e Lacan, e poi ha dichiarato di non averli letti, con scandalo degli allievi che dicevano d’avere visto i suoi libri tutti sottolineati e annotati? Perché lo stesso filosofo ha condotto gli smarriti fuori dal testo di Marx, sconsigliando di leggere il primo libro del Capitale perché era difficilissimo, promettendo, senza poi farlo, di riscriverlo?

Perché quello che è considerato dai media il più grande filosofo della seconda parte del ventesimo secolo, Jacques Derrida, esegue il testo presunto di Platone, guidato dal questionamento di Heidegger (che si è preso per notorietà la prima parte del ventesimo secolo), che esegue le fiabe egizie, per esempio quelle sulla scrittura? Socrate è esecutore di Diotima di Mantinea?

Perché Martin Heidegger crede di trovare l’originario e invece toglie un’unità da enne per realizzare l’ennesima copia dell’originale che non c’è? L’esegeta è il seguace?
L’acquisizione dell’esperienza, per altro rarissima, vale da introduzione al testo? L’esecutore è testamentario perché dà per morto l’autore del testo?

La lezione di Verdiglione indica che il testo non è già scritto e quello che conta è la sua restituzione in qualità, in cifra.
La restituzione del testo non è l’esecuzione del testo dell’altro. Né esecuzione per via algebrica, né esecuzione per via geometrica.

Occorre leggere l’opera di Verdiglione con estrema ingenuità, come un giovanetto che intenda l’essenziale di un’esperienza che rimane fuori dalla portata delle professioni e dei funzionariati di morte. Perché chi si fonda sulla morte non s’imbatte mai nella vita originaria, ma nella sensazione di vivere una vita già vissuta o in quella di non vivere affatto.

Ognuno legge Verdiglione secondo il canone occidentale, tra osservanza e disobbedienza, che è una superosservanza. Ognuno attribuisce qualcosa di suo a Verdiglione per amarlo o per odiarlo. Ovvero, in ogni caso, si tratterebbe di un personaggio chiamato Verdiglione fatto a propria immagine e somiglianza.

Ognuno infatti si prende per dio, per demone, per uomo o per animale: è la stessa cosa. Ognuno si conosce, ha la sua idea, e questo basta. Ognuno può essere molto euforico quando si trova come dio in cima alla scala, e disforico quando si trova come bestia giù in fondo, poiché questa scala all’infinito è un cerchio, una linea retta chiusa.

È la tentazione di Satana: ognuno, pio o empio, se si sottomette, al dio superiore o al dio inferiore, avrà il regno su tutte le cose. Il regno della circolazione e della circolarità con la sua corte di funzionari e di professionisti, i suoi giganti della montagna e i suoi nani della pianura.

Jacques Lacan introduce il nodo borromeo, che non è una catena a tre, come contributo per vanificare la credenza nel cerchio. La sua opera sfiora il due, il tre, lo zero, l’uno, e come Sigmund Freud non affronta lo statuto dell’infinito attuale. Quasi fossero in parte filosofi e s’interessassero all’essere e non al fare. Kein machen! Aveva lanciato Heidegger rispetto all’uomo, scoprendo la circolarità dell’essere.

Scrive Armando Verdiglione nel Manifesto di cifrematica:
“Ciò che abbiamo scritto e ciò che abbiamo ancora da scrivere serviranno per alcuni millenni, se capiterà, per caso, che siano letti” (p. 219).

Se capiterà? Allora non è ancora capitato. Nessuno starebbe leggendo ciò che ha scritto Verdiglione? Nessuno lo legge, per caso? Nemmeno la moglie, i figli, i nipoti, gli allievi, gli amici...? In tal senso noi scriviamo altrove che non leggiamo Verdiglione? Perché questa non lettura? Chi non legge? O chi legge?

Jung non è riuscito a leggere Freud? Lacan, qua e là è riuscito delle schegge di Freud? Derrida non è riuscito a leggere Platone? E le legioni degli esempi di non lettura offrono minore interesse? Nessun freudiano è riuscito a leggere Freud? Nessun lacaniano è riuscito a leggere Lacan? Nessun filosofo è riuscito a leggere Aristotele? Ovvero, ognuno chiama letteratura l’esecuzione della non lettura di un personaggio di maestro rivestito dei propri panni.

Forse, rispetto alla lettura, la disperazione di Armando Verdiglione è estrema? Se Charles Sanders Peirce ha la sensazione di scrivere solo per il lettore di bozze, Alessandro Manzoni per venticinque lettori, Philippe Sollers per cinque lettori, allora Armando Verdiglione non ammette nemmeno questa chance?

Il tabù della non lettura è il tabù principale? Le caste di esegeti di curia, di corte, di accademia, di università: remano contro la lettura?

La cifrematica è una novità assoluta, come afferma Verdiglione? Oppure è già stata nei secoli con altri nomi? Consideriamo uno scritto che forse è tra quelli che servono da più millenni. Il libro della Genesi.

Chi legge il Genesi? Forse nessuno? Chi distingue tra l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male? L’arte? E allora perché Adamo e Eva sono sempre rappresentati davanti all’albero della tentazione? Perché anche le varie chiese cristiane ingaggiano la battaglia per estirpare il male e tenersi l’albero del bene che non è nemmeno la pallida copia dell’albero della vita?

Chi si accorge dell’immenso compromesso tra filosofia e ebraismo, tra filosofia e cristianesimo e tra filosofia e islamismo?

Dio innominabile, irrappresentabile, al punto che Dio non è il nome di Dio, perché sarebbe connesso all’essere, più che a un altro verbo? Perché Dio sarebbe preda dell’ossimoro alto/basso? Chi si accorge che il dio altissimo e il dio bassissimo appartengono al politeismo, al paganesimo?

Genesi. Bereshit, in testa, in capo, in cima, da rosh: testa. Perché la generazione, forse la genealogia divina-umana-bestiale, e non la testa, il cervello intellettuale?

Noi leggiamo una Bibbia tradotta dal greco, e non solo per i Vangeli, che sono stati scritti in questa lingua.
La difficoltà di lettura è insormontabile.

Chi ha letto gli scritti che servono da millenni? Gesù legge e porta a compimento le scritture. E non c’è imitatio Christi che soccorra nella lettura. Non c’è lettura che non implichi il compimento, il fare. Ma ognuno legge “porgi l’altra guancia”, evitando il compimento, che non consiste nella sua esecuzione letterale, come avevamo creduto da bambini.

Testimoniare della nostra lettura degli scritti di Armando Verdiglione comporta di affrontare la questione: come leggere. Leggendo anche le indicazioni di lettura di Verdiglione. Indice senza più semiologia e lettura originaria che richiede l’atto di parola e non il fatto discorsivo, caro a Wittgenstein.

Nessuna algebra e nessuna geometria del testo? Nessuna mimesi che come Pierre Menard riscriva il testo dell’altro sino a scrivere lo stesso testo?

L’algebra corrisponde a distillare formule che dovrebbero contenere la quintessenza del testo nella sua purezza. La geometria corrisponde a applicare la formula algebrica dettata da altri. Da sempre l’algebra e la geometria si abbracciano lanciandosi nel futuro e ritornando dal passato giusto in tempo per mordersi la coda nel presente.

L’algebra e la geometria sono due forme di esecuzione, due modalità di agire in quanto copia, fantasma (copia di copia): in modo fantastico.

Le varie forme di conoscenza, anche le discipline universitarie, sono un miscuglio di algebra e di geometria impossibili della vita. Per esempio, anche l’esperto mondiale di un autore, non arriva a leggerne il testo, a farne una restituzione in qualità, oscillando tra la possibilità di una decifrazione completa e l’impossibilità di decifrare un solo rigo o un termine, e conserva musealmente i suoi scritti, sempre tentato, e talvolta soccombente alla tentazione, di distruggerne alcuni, quando non li traduce nella sua lingua personale.

La lezione di Armando Verdiglione è la cifrematica, la scienza di vita. La logica, la procedura, l’esperienza di vita. E ciascun elemento entra nella parola e nel suo viaggio. La psicanalisi è un aspetto essenziale dell’esperienza originaria e la cifrematica inventata da Verdiglione le dà oggi il suo statuto, quasi un preambolo: la dissipazione del fantasma, la vanificazione della credenza nella pseudovita, nella vita come copia di un’altra vita, tenuta sempre come ideale.

Non è questione di fantasma materno o paterno (tale è la metafora paterna del lacanismo), perché il fantasma, lo indica già l’etimo, è copia, precisamente copia di copia. Non c’è più il fantasma perché non c’è mai stato. Svanito il fantasma, che non ha casa, resta l’idea, l’operatore. Nessuna idea per l’azione, ma l’operazione in direzione della qualità.

Verdiglione letto con il canone, con il rispetto delle genealogie di potere e d’impotenza, quindi con l’algebra e con la geometria, è illeggibile. Comporta l’esecuzione. Anche l’accusa antica d’illeggibilità di Verdiglione è scelta obbligata per il formismo, sia conformismo che anticonformismo.

Ciascun testo è illeggibile per chi l’affronta con il canone. Schiere infinite potenziali di osservanti e di praticanti evitano per paura la lettura, affidandosi all’esegesi di maestri convenzionali o anticonvenzionali, buoni o cattivi, maggiori o minori, che dimostrino la giustezza della delega.

Testo da textum, tessere, tela, trama.
Testis, testimone.
Testes, testicolo. È Plauto che gioca su testicolo chiamandolo testimone, implicando la formula inversa.
Testa, conchiglia, vaso di terra cotta e poi la testa come vaso.
Testes, conchiglie.
Testicoli come conchiglie.
Tre etimi differenti, sebbene sempre intrecciati per omofonia.

Siamo testimoni o testicoli? Siamo vicini o siamo lontani da Verdiglione? C’è chi dice che siamo legati a Verdiglione e altri che afferma la nostra infinita lontananza (ma solo per confermare una sua prossimità asintotica).

Per ciascuno, lettore d’infiniti libri, occorre la restituzione del testo di Verdiglione. Perché? Senza la restituzione del testo governa l’algebra e la geometria. Chi legge le note di viaggio di Verdiglione e affina la sua lettura e finalmente dopo poco o molto tempo capisce cosa Verdiglione intende per zero o per cifra, continuando a circolare all’interno del suo testo, giungendo a mimarlo fino a scrivere lo stesso testo, secondo l’ironia di Borges, applicando la formula “l’altro sono io”, è invischiato fantasmaticamente nell’impossibile conoscenza del testo della sua vita.

Chi non legge le note di viaggio di Verdiglione, e sono i più, sebbene come per Freud la società cambierà pagina e non ci sarà chi non avrà ben esposti i suoi libri nella biblioteca, è perché a modo suo l’ha già letto, senza affrontare la difficoltà.

La naturale non lettura degli umani, che impensierisce il business editoriale, è l’apogeo della conoscenza. Non è per ignoranza che non si legge, ma perché la dotta e la selvaggia schiera sanno già tutto quel che occorre per sopravvivere. La gnoranza è del bene e del male. Con il sistema di benattia e di malattia. Ecco un bene: no, era un male!

Senza la restituzione, il testo di Verdiglione si presterebbe solo all’esecuzione, per mantenerlo come invisibile o visibile, inviolabile o violabile, come ognuno fa per ogni testo.

Non si tratta di aggiunte o di supplementi di scrittura, come ha cercato di fare Jacques Derrida, perché sarebbero sempre riferiti a un testo fatto a immagine e somiglianza dell’algebrista o del geometra.

Se noi siamo incantati o affascinati a capire questo o quel dettaglio dell’opera di Verdiglione, si tratta di algebra della conoscenza (formulazione pleonastica: la conoscenza è algebra e geometria della vita) che all’infinito presume di potere capire tutto Verdiglione.

Se siamo incantati dalle conseguenze pragmatiche del nostro capire questo o quel dettaglio dell’opera di Verdiglione, si tratta di geometria della conoscenza. Quella cara a Cartesio, e lontana dalla geometria impossibile di Spinoza.

Leggere Freud e Lacan non è facile. Non è per tutti. La banalizzazione del testo di Freud è l’altra faccia della sua diffusione mondiale. E il lacanismo sembra porre quasi le stesse questioni al testo di Lacan.

La questione non è che i libri di Armando Verdiglione siano letti da tutti. E nemmeno che siano i ricercatori alla punta nei vari settori a confrontarsi con il suo testo, sebbene ciascuno abbia da trarre un guadagno incalcolabile dal cimentarsi. Quello che conta è ciò che resta, l’acquisizione perenne, l’irriducibile, l’indistruttibile, l’integro, l’intero. L’originario.

Senza la lettura, la logica e l’industria del raccolto, non resta nulla.

E forse non siamo riusciti a leggere che una briciola. O neanche quella?

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito"


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23.01.2019