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Dalla filosofia alla cifrematica

Giancarlo Calciolari
(17.10.2010)

Ecco il mito della caverna, nella Repubblica di Platone, libro settimo: “assomiglia tu la nostra natura, per quanto riguarda sapienza e ignoranza, a un fenomeno di questo genere: considera degli uomini chiusi in una specie di dimora sotterranea a mo’ di caverna, avente l’ingresso aperto alla luce e lungo per tutta la lunghezza dell’antro, e quivi essi racchiusi sin da fanciulli con le gambe e il collo in catene, sì da dover star fermi e guardar solo dinanzi a sé, ma impossibilitati per i vincoli a muovere in giro la testa; e che la luce di un fuoco arda dietro di loro, in alto e lontano, e che tra il fuoco e i prigionieri corra in alto una strada, lungo la qual è costruito un muricciolo, come quegli schermi che hanno i giocolieri a nascondere le figure, e sui quali esibiscono i loro spettacoli.”
Quella di Platone è un’indagine intorno alla natura dell’uomo, e questa indagine la svolge con il mito della caverna, con il mito della prigione, degli umani nati in catene, che vedrebbero delle falsi immagini.
Quindi Platone per intendere la natura dell’uomo richiede l’uomo prigioniero. La conoscenza richiede la prigione. La liberazione della prigione darebbe la conoscenza vera rispetto alla finta conoscenza delle ombre riflesse dal fuoco, sulla parete dell’antro di fronte ai prigionieri.

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Fotografia di Alena Fialová

I filosofi, i sofisti, in effetti sono questi i filosofi, quelli che vennero dopo furono i post sofisti, i post filosofi, cominciano l’indagine con il chiedersi se il principio della vita, della materia, della natura delle cose, sia dato dall’acqua. Tale è l’avvio di Talete (624 ca-546 ca a.C.). Poi, Anassimandro (610 ca-546 ca a.C.) pone una sostanza indeterminata, apéiron, dove all’interno ci sarebbero i principi contrari, il caldo, il freddo, il secco, l’umido. Anissemene (586 ca-528 ca a.C.) riporta dall’astratto a qualcosa di materiale come l’aria. L’aria come principio.
Eraclito pone come principio il fuoco (540 ca-475 ca a.C.). È Eraclito che ci lascia questa frase enigmatica: “ Noi siamo e non siamo” , rispetto alla questione dell’essere. Parmenide (520-440 a.C.) pone piuttosto l’illusiorietà del divenire, mentre per Eraclito la vita sarebbe in divenire, senza circolarità. Sua è la frase che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. E gia è interessante rispetto all’idea di cerchio, di circolarità che emerge poi dalla filosofia di Aristotele. La filosofia è greca, il pensiero orientale non è filosofia, non c’è il sistema, sono altre le questioni.
Poi proprio rispetto a questa illusorietà del divenire c’è Zenone di Elea (490 ca.-? a.C.), che verifica come sia paradossale l’ipotesi della vita come un continuo, che la sostanza sia divisibile all’infinito. Il suo paradosso sarebbe che se fosse così, appunto, per andare da A a B bisognerebbe prima arrivare al punto medio, per arrivare da A al punto medio bisognerebbe arrivare prima al punto medio e con questa struttura paradossale Achille non raggiungerebbe mai la tartaruga per quanto sia piu veloce, perché dovrebbe sempre fare la metà della metà della metà…
La realtà per Zenone è data come un insieme di punti, e troviamo questo insieme di punti anche leggendo le questioni poste dalle scienze, dalla logica matematica, dall’astrofisica, dalla teoria della relatività e dalla teoria dei quanti. Nella teoria dei quanti c’è ancora questa questione del discreto e del continuo, quindi se la natura sia discreta, sia per atomi, o se sia un continuo e quindi in quel caso è piuttosto la teoria delle onde, e nessuna delle due esclude l’altra teoria.
Poi c’è Empedocle (483 ca.- 423 ca. a.C.) di Agrigento che ritiene che la materia della vita venga da una combinazione di quattro elementi: aria, acqua, fuoco e terra. Siamo nell’epoca di Anassimene, abbiamo Pitagora (570 ca.-497 ca. a.C.) di cui è rimasta traccia nelle scritti di altri, di Aristotele; tra l’altro il libro che aveva scritto sui pitagorici non è rimasto. Per Pitagora la materia, la vita, è secondo il numero. Questo è stato letto come una numerologia. Tale è la lettura che ne ha dato la filosofia, appunto che ne ha dato Aristotele rispetto alla sua sistematizzazione teorica. Cioè intendere oggi qual è stato il contributo di Pitagora, richiede una nuova lettura. Diciamo che Pitagora introduce l’indagine intorno a qual è il numero della vita. Le cose accadono a ognuno secondo un’aritmetica universale? Qual è il numero? Qual è la logica particolare? Questa è l’indagine che comincia, quindi l’indagine è sulla matematica della vita, e non la matematica locale, la matematica applicata e portata tra l’altro al paradosso da Zenone, perché la matematica locale sarebbe quella che ci permetterebbe di andare da A a B, con tutti paradossi che implica un A stabile, un B stabile, e un itinerario visibile da A a B, visibile con tanto di Achille, di tartaruga e di terzo escluso.

C’è stata una certa influenza di Pitagora su Platone, su Aristotele, diciamo l’aspetto della matematica è stato preso come formalizzazione delle questioni, ma appunto qual è l’apporto di Platone, e l’apporto di Aristotele rispetto alla logica di vita, se è di questo che si tratta?
Da un allievo di Zenone, Leucippo, si è formato Democrito. Sua è la teoria dell’atomismo, la teoria dell’atomo. Atomo: indivisibile. C’è qualcosa che è indivisibile.

Tali idee aporetiche giungono sino alla meccanica quantistica, alla teoria della relatività. Da una parte che c’è qualcosa che è indivisibile, atomo, senza taglio, senza divisione, e da un’altra parte c’è l’idea, che è anche di Aristotele, che la sostanza sia divisibile e su questa divisibilità viene fondato anche il principio d’identità, il principio di non contraddizione, e il principio del terzo escluso. Con Democrito c’è le teoria dell’atomismo, quindi la teoria del discreto più che del discontinuo. Tutt’oggi in matematica, l’ipotesi del continuo e del discontinuo è ancora oggetto di ricerca.

Per assomiglianza al vero, Platone indaga intorno alla “nostra natura”. Nel mito della caverna gli umani prigionieri vedrebbero nient’altro che “le ombre riflesse dal fuoco sulla parete dell’antro di fronte a loro”.
Tale mito della caverna di Platone diventa un sistema filosofico con il suo allievo Aristotele. La parola “sistema” è impiegata da Aristotele, e arriva sino alla semiotica, sino a varie teorie che tutt’oggi si rifanno al “sistema”. Mentre i geometristi esecutori di questa algebra ante litteram sono legione: da Alessandro a ogni titolare di imperi più o meno planetari.

Per introdurre la via di un’altra filosofia, ecco una questione. Nella Metafisica di Aristotele, c’è la dimostrazione per via di confutazione del principio del terzo escluso. Il terzo escluso dalla logica è incluso in prigione, come già nella caverna platonica. Aristotele dice: “e non neppure è possibile che fra i due contraddittori ci sia un termine medio, ma è necessario o affermare o negare di un medesimo oggetto uno solo dei contraddittori, qualunque esso sia”. In questo caso, non ci sarebbe nemmeno una questione etica, perché si tratterebbe di negarne almeno uno dei due. Prosegue Aristotele: “questo risulta evidente non appena si sia definito che cosa è il vero e il falso: falso è dire che l’essere non è o che il non-essere è; vero, invece, è dire che l’essere è e che il non-essere non è”.

Svolgendo tale questione Aristotele da a suo modo una lettura di Eraclito e di Anassagora, dice: “sembra che la dottrina d’Eraclito, il quale dice che tutte le cose sono e non sono”… Eraclito dice: “Noi siamo e non siamo”, infatti la filosofia è diventata una filosofia dell’essere, dove c’è solo la questione dell’essere, viene tolto il non siamo, viene tolta la contraddizione, appunto, viene tolta con questo sistema. Occorre intendere se è più interessante Eraclito o Aristotele. “Il quale dice che tutte le cose sono e non sono, e quindi che questa dottrina faccia essere vere tutte le cose, dato che connette il vero a ciò che è, e ciò che non è, è falso. Invece quella d’Anassagora, secondo la quale c’è un termine medio fra i contradditori (questioni sviluppate anche in filosofie recenti, in psicanalisi recenti. Deleuze e Guattari avevano una nozione di trasversalità che era il tentativo di venirsi fuori dalla questione dei contraddittori e delle opposizioni).

E dice appunto che “invece quella di Anassagora, secondo la quale c’è un termine medio fra i contradditori, fa essere false tutte le cose, infatti, quando tutto è mescolato, il miscuglio non è né buono né non buono e di conseguenza non si può dire nulla di vero”. Ma sfiora il teorema qui, che non c’è nulla che sia vero secondo questa sistematica, il miscuglio non è né buono né non buono. E l’arte della combinazione? Perché la filosofia dell’essere è una filosofia della logica, dove la logica arriva sino alla verità, e la verità è verità logica, questo arriva sino alla matematica con Tarski, e sino a Heidegger, arriva sino ai postfilosofi odierni.

Aristotele dice altrove, sempre nella Metafisica (che forse era semplicemente il libro che veniva dopo la Fisica: non aveva un’altro statuto): “se neppure l’essenza dell’essere esiste, non esisterà neppure alcuna delle altre essenze”. E sembra un grande problema, ma la questione è che sfiora un teorema, che non c’è più essenza, che non c’è più ontologia. Non c’è mai stata l’essenza del segno. Come si crea questa ontologia? Si crea con l’attribuzione dell’essere, con la sistematizzazione dell’essere, che in Eraclito non c’è.
Noi leggiamo la filosofia con la psicanalisi di Freud e di Lacan e con la cifrematica di Armando Verdiglione. Non ci arriviamo per altre vie. Non ci siamo arrivati per altre vie. Ma la nostra non è la scienza di Freud né quella di Lacan né quella di Verdiglione. Noi leggiamo, semplicemente.

Ci sono tre funzioni: funzione di resistenza, funzione temporale e funzione di rimozione, questa terza funzione è per Freud la “pietra miliare della psicanalisi”.
La funzione di rimozione è qualche cosa che rispetto a un elemento che viene dato alla vita come supposto, come convenzionale, come acquisito, questa supposizione fa entrare questo elemento nella funzione, viene rimosso, questa rimozione fa sì che questo elemento non esista in quanto tale, non sia identico a sé, non sia indivisibile, non sia una monade, non sia un uno, unico, unificante, che diventa poi la nozione di soggetto nella filosofia.
Questa funzione che Freud chiama di rimozione, introduce un non rispetto alle cose, introduce il non dell’avere: non c’è possessione delle cose. Qualcuno pensa d’avere qualcosa e questo qualcosa precipita nel lapsus, precipita nel qui pro quo; lo scambio, il commercio è fatto di questo, la vendita è fatta perché c’è il non dell’avere, altrimenti ognuno avrebbe, e sarebbe un’umanità tutta nel baratto, non ci sarebbe il commercio, non si sarebbe il mercato.
La funzione di resistenza è la funzione del non dell’essere, quindi non si tratta di essere, c’è qualcosa che impedisce all’uno (di cui è questione con Plotino, di cui è questione con Aristotele) di essere unico, unificante, unario, uniano, indivisibile, di essere tagliato in un pezzo solo.
Dov’è l’essere? Nella pratica, nella vita c’è qualcosa che funziona come non dell’essere, non che nega l’essere a chi si crede di essere, ma che qualcosa di strutturale funziona, resiste. Che cosa resiste? Che cosa è questa resistenza? Resiste al tentativo di fondarsi sull’uno indivisibile, ossia sull’uno che si divide in due, in quattro...
Se la filosofia avesse ragione e le cose procedessero dall’uno, l’uno si dividerebbe in due, e ci sarebbe per esempio il corpo mortale e l’anima immortale, un contenuto e un contenitore, ci sarebbe il prigioniero e la prigione, il dentro e il fuori. Non che non esistano, ma la filosofia li erige a sistema. L’ipotesi che l’uomo sia prigioniero è l’ipotesi della creatura gnostica di Cartesio, che si chiama soggetto, anche nella riformulazione di Heidegger come Dasein. Per questo il “ritorno” è stato letto dai teologi e dai filosofi come “salvezza”.

Allora, “noi siamo e non siamo” sta qui, questa funzione procede dall’apertura, cioè dal due che è strutturale. Il due non viene dall’uno più uno, ma è l’apertura stessa delle cose, è inconciabilità, è un due che non fa sistema. E il tentativo di racchiudere in sistema di alto e di basso, di fuoco e di aria, di terra e di acqua… non riesce. Per questo la banda di Möbius, che dissolve l’opposizione dentro/fuori, è una figura cara a Lacan, che si confronta con l’ordine rotatorio del sintomo e quindi con il suo dissolvimento.

Ora, tra il non dell’essere e il non dell’avere c’è il tempo, che implica anche la questione posta da Eraclito del divenire, questo per accennare come tutti i tentativi di fondare la filosofia, sopra tutto dell’essere, ma anche la filosofia dell’avere (che sta nel tentativo di mettere tra parentesi il non), e di fondare un’ideologia dell’avere, degli abbienti e dei non abbienti, e di come la guerra sia tra gli abbienti e i non abbienti, come la rivoluzione dei non abbienti con il tribuno dei non abbienti comporti attraverso la dittatura la restituzione del cielo e del paradiso, cioè sempre l’ultima carneficina.

Non si tratta di avere o di essere, come scrisse Erich Fromm, perché in ciascun caso c’è qualcosa che funziona strutturalmente per non ammettere queste cose.
Le filosofie dell’essere che cosa fanno? Le filosofie dell’essere sono filosofie dell’uno senza lo zero, sono filosofie dove l’uno – dal big-bang al buco nero - circola…

Ecco quale sarebbe la grande questione, la sistemazione d’Aristotele. Abbiamo A diverso da non A, il non A escluso, principio d’identità A=A, quindi uno è eguale a uno, A non può essere eguale a non A, quindi A diverso da non A, e il non A non è ammesso, la negatività non è ammessa. Che cosa dice questa questione del terzo escluso? Dice: “falso è dire che l’essere non è, o che il non essere è”. Quindi Aristotele dice che è falso dire che il non A esiste, ma la questione non è ontologica, non è dell’essere, è del funzionamento delle cose. La questione è funzionale. Qual è il funzionamento di ciascun elemento? Tre funzioni: due identificate da Freud e una identificata da Verdiglione. Cioè funzione di rimozione che introduce questo come funzionale, il non A è funzionale, potremo scriverla così la formula, F(non-A) A, qualche cosa che noi diamo per scontato viene rimosso e funziona adiacente a un’altra cosa, che magari daremo per scontato, e questa è la funzione di rimozione: l’elemento rimosso ritorna, questo sarebbe il ritorno del rimosso di Freud. Non c’è modo di fondarsi su A=A.
Ecco la formula di tutte le fregature degli umani, non abbiamo avuto questa grande risposta dagli addetti alla filosofia perché sono questioni difficili. La difficoltà di filosofia non c’è, c’è solo la facoltà di filosofia.
La filosofia fonda l’identità, la non contraddizione e il terzo escluso con A, che compie tutto il suo viaggio della vita e quando termina si doppia sul punto di partenza. La filosofia ha una passione estrema per il cerchio, per la circolarità, passione che ha anche il discorso paranoico, tra l’altro, ma che arriva a teorizzarsi nel ventesimo secolo con Martin Heidegger, che arriva ha dire che l’essere è circolare. Certo che è circolare, se fosse così. La parte esterna del quadrato che ha inscritto un triangolo per metà della sua superficie è tutta popolata da non-A, questo è tutto ciò che viene escluso dalla vita, l’itinerario è gia visto, è circolare, quadrato. La quadratura del cerchio offre metà subito e la certezza che non c’è Altro, neanche l’altra metà.
Che cosa dà questo? Che questo viaggia in letteratura sino a chi? A Dostoevskij, per esempio, al Sosia. Cioè, per dire che esiste l’identità viene creato il doppio. Perché la formula è questa: A=A, e io ho due A. Per dire che A è identico a sé ho due A; quindi ho A che per dire che è identico, si divide in due, e dividendosi in due si fa in quattro, e presume di essere tagliato, anche per fare qualcosa. Per esempio la sua vita è in questa circolarità: è nato rotondo, oppure è nato quadrato, oppure è nato triangolare, cioè l’idea della genealogia. E la sua vita si svolgerà dalla culla alla tomba sviluppando questa genealogia. Se questo fosse vero l’umano nascerebbe già perdente, nella caverna e anche se uscisse rimarrebbe fregato, perché escirebbe con il suo doppio. Ma non esce proprio: è la nozione stessa di doppio.
I tre principi di Aristotele sono i tre postulati del prigioniero. Tale è la formalizzazione del prigioniero nella caverna platonica, che dovrebbe distinguere l’apparenza dal vero; l’ombra dalla cosa. Giordano Bruno ha scritto “l’ombra delle idee”. Se l’ombra sta dinanzi, il prigioniero deve capire qual sia l’ombra buona e qual sia l’ombra cattiva. Capirebbe se uscisse? Non vede la vera realtà, vede le ombre proiettate.
Perché i prigionieri non sanno che qui avrebbero tutte le immagini false, infatti, Platone dice solo che se usciamo potremmo capire qual sia l’immagine vera e qual sia l’immagine falsa, e poi fa altri esempi che possiamo leggere in un altro modo. Ma è stato formalizzato in questo modo. Perché dice: “la maggior parte degli umani ritiene di avere che fare…”, “ritiene di essere fuori…”, “Noi ci trascinano nei tribunali, e dobbiamo discutere come se parlassimo d’ombre, quando invece noi parliamo di una realtà più alta”, dice Platone, che non ha tutti torti, per nulla.
Galileo Galilei viene tirato in tribunale a parlare delle ombre degli altri, e non di ciò che ha visto in cielo, che viene sconfessato.
Quindi, l’ombra buona, l’ombra cattiva, ma sempre che c’è qualcosa che è escluso dall’esperienza, e è quest’esclusione che fa sì che la vita non sia un itinerario che di fronte abbia la qualità, ma sarebbe un itinerario che ha sempre questo soggetto che diventa, non a caso, soggetto alla morte in Heidegger, essere per la morte, soggetto alla morte, a che cosa è soggetto? Che caverna si porta a spasso questo soggetto? Ha l’ombra dinanzi.

Dinanzi i prigionieri hanno le ombre riflesse dal fuoco sulla parete dell’antro. Le ombre, quindi hanno l’ombra dinanzi. La formalizzazione dell’ombra dinanzi è la formalizzazione di quel che non esiste, e che curiosamente tutt’oggi viene dato per vero, addirittura secondo la stessa teoria di Platone sarebbe dato per falso ciò che è vero e verrebbe preso per vero ciò che è falso. Ovvero, viene formalizzato quel che già nel Genesi è dissipato, e nonostante nel Genesi sia dissipato, è un esercizio ancora importante da fare come lettura, perché abbocca anche la morale cattolica, non il cattolicesimo, non l’istanza del monoteismo del cristianesimo, abbocca a questo albero del bene e del male, alla formalizzazione dell’ombra. Che cos’è l’albero del bene e del male davanti agli uomini? L’ombra.
Ognuno deve decidere che cosa è buono e che cosa è cattivo, dovrebbe decidere sul due, cioè da che parte è nato, se dalla parte degli A o dalla parte degli non-A, di quelli che esistono o dalla parte di quelli che non esistono. Queste tesi sono razziste. Perché è chiaro che i non-A sono gli ebrei, i negri, i bambini, le donne, anche quelli che sono colpiti dal mobbing negli uffici. Stiamo facendo un’introduzione teoricissima? No, stiamo parlando della vita di ciascuno, stiamo parlando della nostra vita.
Si ritiene che l’albero non stia alle spalle, e che ciascuno proceda dall’albero della vita, che sta nel giardino, e che invece gli umani procedano dall’albero che non sta nel giardino. Siamo andati a rileggere ancora il Genesi. Il Genesi ha questa formulazione curiosa, dice: “mangerete i frutti dall’albero della vita di tutti gli alberi del giardino, non mangerete dall’albero della conoscenza del bene e del male”. C’è scritto “tutti”, quindi se dice “tutti”, mangerete da “tutti” gli alberi del giardino, quindi anche per un aspetto logico, se esistesse l’albero del bene e del male non starebbe nel giardino. Chiaro. Non c’è scritto “mangerete tutti gli alberi meno uno”. Non c’è nessuna interdizione a mangiare secondo l’aritmetica del paradiso.
Ritenere che l’albero stia dinanzi corrisponde a ritenersi prigionieri e a dovere fare l’economia di ciò che fa bene al prigioniero o di ciò che farebbe male. Il bene è posto come ideale, per cui ideale è la liberazione. Ideale il cibo del prigioniero che lo renderebbe libero. Il cibo rende libero? Per esempio: qual è il cibo di Marinetti? Marinetti scrive del 1936 un manifesto, Abbasso la pasta, e sprona gli italiani a mangiare riso, perché l’uso della pasta asciutta renderebbe gli italiani più pesanti, meno abili alla guerra, il riso invece, più digeribile, farebbe l’uomo guerriero. È applicata questa banalità. Dato come ideale che l’uomo debba essere guerriero, per difendere la sua patria, di fronte si trova un altro guerriero, un’altra patria, che avrebbe la stessa logica, per cui si trova sempre in una logica di conflitto.
Nell’ideologia marinettiana era una mortificazione mangiare riso, sebbene un risotto sia una cosa eccellentissima, ma posto in questa modalità sostitutiva era una mortificazione. L’uomo tagliato in due deve avere la sua dietetica.
La dietetica che emerge dal Repubblica di Platone e dalla sistemazione che ne da Aristotele, è una dietetica della mortificazione. Il banchetto platonico è il banchetto della mortificazione. Questo banchetto arriva sino a Hegel e oltre. Hegel dice che per abituarsi alla morte bisogna mangiare ogni giorno particelle di morte. Bel pranzo! Questa dietetica arriva sino agli artisti della eat-art che fanno il pranzo funebre in occasione della morte dell’arte. Negli anni 70 a Milano ci fu un pranzo di Daniel Spœrri con tale pretesto della morte dell’arte. Sempre l’ultima cena, nel senso della cena ultima, della cena della fine delle cose; anche la cena di Trimalcione nel Satyricon di Petronio è data come cena funebre: “mangiate come se domani fossi morto”. Anche colui che ha promosso il termine “gastronomia”, Grimod de la Reynière, un avvocato (mentre l’inventore del termine gastronomia era un magistrato: entrambi interessati alla questione della legge), 25 anni prima del trapasso, annuncia ai suoi amici e conoscenti che è morto, e ognuno di loro viene invitato al suo pranzo funebre.

La filosofia è un pranzo funebre, una sistematizzazione del discorso della morte, del discorso della guerra. Il discorso della chiusura.
Le cose non vengono dalla chiusura, ma la filosofia fa come se…
Occorre procedere dall’apertura se vogliamo intendere le filosofie odierne, anche quella della decostruzione. Non ci basta l’esplorazione del metodo deduttivo, che pur ha dato i suoi frutti con Peirce.
Qual è l’ipotesi decostruttiva? Si suppone che all’origine le cose procedano dalla chiusura, e quindi occorra trapanare, occorra lo squarcio, la rottura, la declosione, l’archeologia, la decostruzione, occorra fare il buco affinché le cose procedano dalla chiusura. L’uno procederebbe dalla chiusura, che è formulato con A=A.
Altra cosa l’apertura, il principio del due: le cose procedono dall’apertura. Il principio dell’uno: l’uno si divide da sé e dividendosi da sé differisce, quindi non è che l’uno è uguale all’uno, ma nemmeno che l’uno si sdoppierebbe in A e non-A, non è nemmeno che esista una funzione di quel che non è uno senza l’uno, o una funzione di quel che è il non uno senza l’uno.
C’è la funzione di “non uno” con l’uno fuori dalla parentesi, f0(1), e c’è la funzione di uno con il non uno, zero, con il non uno fuori dalla parentesi f1(0). Il principio di contraddizione, questo è Eraclito: noi siamo e non siamo. Nessuna paura dell’essere e del non dell’essere; e nessuna paura del miscuglio, semmai c’è da leggere una teoria del dispositivo, dell’arte della combinazione, della politica delle cose, non del miscuglio.
Principio del tre: il terzo è dato.
“Noi siamo e non siamo”, principio del due, per esempio se le cose procedessero dall’uno e ognuno fosse tagliato per fare qualcosa non dovremmo occuparci di filosofia visto che di professione non siamo filosofi, e invece le cose procedono dal due, quindi ci occupiamo anche di filosofia. Ciascuno può occuparsi di tante cose, non ha da appartenere a una casta, una classe, un ceto. Il figlio del non illustre può diventare il presidente degli Stati Uniti, com’è successo. E viceversa, il presidente degli Stati Uniti può lasciarsi andare e si merita poi uno scritto di Freud. È il caso del presidente Wilson.

La contraddizione è proprio del non dell’avere e del non-uno, funzione del non-uno con l’uno non preso nella stessa funzione.
Principio dell’uno che si divide da sé e differisce da sé. E il principio del tempo, sta qui l’Altro. Principio dell’Altro, quello che Lacan scrive con la maiuscola, ma intendendo ben altro. E il terzo è dato, non è escluso, il tempo è una funzione, non è per nulla escluso. Questo è l’ospite. Altro che le frontiere, le dogane… qui sta l’ospite. Di certo qui non stanno le ideologie politiche che mettono l’ospite fuori dalla porta, fuori dalle frontiere, fuori dalla sfera in cui tutti sono uguali, in cui apparentemente ogni A=A, però per ironia questo cerchio che ha la sua quadratura e che ha la sua rappresentazione sociale, permette di dire che se nel centro dell’opera Imperium di Hiko Yoshitaka ci stanno gli A, che sono uguali a A, sicuramente ai margini ci sono i “non esseri” direbbe Aristotele, e tutta via, c’è qualcuno che è più A e più si va su sembra che sia più A, e più va giù sembra che sia meno-A, al punto che se la società è fatta a strati come la millefoglie, e noi mettessimo che le categorie dei professionisti, degli insegnanti fossero qui, è chiaro che se qualcuno si trova qui all’esterno della piramide e si occupasse di cose che stanno all’interno, viene escluso. Nome e cognome: Antonio Roselli.
Roselli, quello che i sociologi, gli antropologi, gli psicologi, i filosofi direbbero “un type quelconque”, un tipo qualsiasi, Roselli si mette a leggere per conto suo la Bibbia, all’epoca, nel 1500, e è bruciato vivo. Per secoli non si poteva leggere la Bibbia, la Bibbia era riservata agli esegeti, alla classe sacerdotale. È stata la rivoluzione di Gutemberg a diffondere la Bibbia. Prima erano solo i preti che la leggevano e i grandi ricercatori, ma con quanti arrangiamenti, tutti i libri portavano gli omaggi al principe. Se noi andiamo a leggere la difesa di Galileo Galilei, Il Saggiatore, gli scritti sono dedicati. Solo negli ultimi cent’anni, alcuni scritti non sono più dedicati ai potentati, oppure sono ironici. Dino Campana dedica i suoi Canti orfici all’imperatore dei germani, Armando Verdiglione dedica il suo Leonardo al papa.

Freud non si attiene alla filosofia, ha letto i testi, Al di là del principio del piacere risponde a Al di là del bene e del male di Nietzsche, ma il suo approccio è rispetto all’esperienza, non parte da una sistematica. In effetti noi potremmo dire che non è la globalità, ma ampi cammini della filosofia oggi sono per lo più il tentativo di acclimatare, di tradurre, l’esperienza freudiana in filosofia. Il tentativo di Gilles Deleuze è stato questo, ma anche il confronto più serrato che abbia uno dei filosofi che è ritenuto tra i più importanti nel pianeta oggi, Jacques Derrida, è il confronto con la psicanalisi, in particolare il confronto con Lacan.
Lacan si poneva la questione, addirittura si allarmò un giorno quando ebbe la sensazione che la sua elaborazione potesse dare l’idea d’avere effetti di filosofia, per non dire effetti universitari. Lacan aveva varie questioni da porre ai filosofi, anche a chi come Jacques Derrida o come Louis Althusser gli dette una mano quando fu scomunicato. Nel 1964 fu ospitato all’École normale supérieure della rue d’Ulm ed è per questo che ha potuto in quel periodo proseguire i seminari.

Quanto a Verdiglione e alla cifrematica, cioè alla scienza di vita e non alla scienza dell’essere: è una scienza dove non c’è più ontologia, non ha debiti rispetto a ontologie forti o deboli che siano. Questa è l’epoca dell’ontologia debole, del soggetto debole, della crisi della ragione. Un libro recente con un titolo di tal fatta, che non ho letto, non mi ricordo l’autore, era “La filosofia povera”; poi uscirà la filosofia stracciona... L’aveva già scritto il marchese de Sade, La philosophie dans le boudoir, la questione rimane quella.
Verdiglione, sin da primi scritti, dove in particolare è questione della lettura Nietzsche, di Marx, parla dei filosofi, e poi dei sofisti, dei filosofi antichi; c’è la restituzione del testo (quello che non è mai stato letto prima), perché si tratta di intendere dai paradossi e dai fiaschi della filosofia quali siano le questioni che ci vengono poste, quali siano le questioni da elaborare, e quindi quale sia appunto lo statuto del due, dell’uno, del terzo. Nella filosofia pare che tutto proceda dall’uno e ritorni all’uno.
Paradossi ce ne sono a bizzeffe, come quello di Zenone: X non può fare neanche un passo da A verso B, perché prima di fare un passo, deve fare prima mezzo passo, poi un quarto e via così fino all’impossibilità del movimento. Ma quella di Zenone è un’irrisione della teoria del continuo, che nella logica matematica viene introdotta da Gödel, che si accorge della circolarità in cui è presa la linea dell’universo nella formula di Einstein; e dice che è curioso che più andiamo avanti nel futuro e più ritorneremo dal passato. Un paradosso bellissimo, che Gödel conclude dicendo che si potrebbe giungere nel presente giusto in tempo per uccidere il proprio padre prima d’essere generato (senza pertanto esplorare il paradosso del pater certus e la posizione della madre in questa fantasia).

Noi abbiamo da confrontarci con quello che ci viene dato come documento d’archivio, perché è questo che entra nella formazione, e quindi entra anche nella vita di ciascuno. Pare che ognuno filosofeggi se comincia a discutere di vita; apparentemente ognuno si occupa di calcio, di soldi, di uomini, di donne, ma quando è interpellato sulla questione di vita incomincia a fare capolino la filosofia nelle sue varie forme, che sono fantasmatiche da esplorare.

Non affrontando la questione di vita, la riuscita non c’è. Ci sono vari tunnel sociali, nel senso di molto affollati.
Ci accontentiamo dell’ombra davanti? Accettiamo il tunnel platonico? Basta porre il bene come ideale, fare l’economia del male, un ultimo sforzo, un’ultima sofferenza, “français, ça ira”, no, era un colpo di stato. La rivoluzione è cifrematica, la rivoluzione è della parola, non è degli umani. Gli umani non possono padroneggiare la rivoluzione della parola. Voluzione, rivoluzione, in direzione della qualità, non in direzione dell’ombra dinanzi, non l’ombra dei prigionieri. Dinanzi non c’è l’ombra, gli umani non vanno a infognarsi nell’ombra, non vanno contro l’albero, non vanno a spiaccicarsi contro i platani. Può capitare di andare fuori strada per evitare un platano, ma l’albero non sta dinanzi, dinanzi c’è la qualità, non c’è la strada barrata o sbarrata, mezza aperta, mezza chiusa, stretta, larga, non c’è proprio quella strada. La strada come direbbe l’Esodo, non è rappresentabile, le cose non sono rappresentabili, né le cose del cielo, né le cose della terra, né le cose sott’acqua. Non solo Dio non è rappresentabile e non è nominabile; ma anche le cose non sono nominabili, non hanno il nome. E quanto di più improprio risulta il nome proprio.
La tesi che già dissipa Ferdinand de Saussures inventando la linguistica è quella del nomenclaturismo, che ogni cosa avrebbe il suo nome, sarebbe attaccato alla cosa, sarebbe l’etichetta.

Quando qualche bambino intende qualche parola anagrammata, come Magadascar al posto di Madagascar, è difficilissimo ritrovare la parola senza più anagramma. Il materiale linguistico è essenziale. È curioso come Ferdinand de Saussure era interessatissimo a Giovanni Pascoli perché nelle sue poesie in latino c’erano degli anagrammi. De Saussure era incuriosito dagli anagrammi, e voleva sapere se questi anagrammi erano voluti o non voluti.
La volontà è un inciampo, ma rimane quale sia la questione dell’anagramma, connessa a quella della paronimia: perché in una poesia ci si trova con jeune, jaune, gène, perché qualcosa rimosso, ritorna adiacente a un altro significante. Quel qualcosa che funziona come nome intesse tutta questa vicenda, c’è qualche cosa che non è giunto alla sua cifra, che torna come simbolo e che intesse la struttura letteraria dell’esperienza con questa serie di significanti, che apparentemente hanno qualcosa che si assomigliano.

Ferdinand de Saussure si avvicina alla questione del nome, e la questione del nome è quella che Freud chiama funzione di rimozione. La funzione del non-A, cioè di un uno che è nome, in quanto non-uno, c’è qualcosa che nella serie degli uno introduce la differenza da sé del significante, dell’uno, che differisce da sé e si divide da sé.
È per questa via e non un’altra che la filosofia e anche i filosofi possono smettere di girare in tondo, imbattendosi nello zero, che solo ora può giungere anche a Atene.

Trascrizione di una conferenza del 2003


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14.02.2017