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Furio Drago, "Passi e voli sul deserto"

Giancarlo Calciolari
(23.11.2006)

Furio Drago ha scritto il libro Passi e voli nel deserto all’età di ventinove anni, nel 1929, dopo l’anno passato in missione nell’Africa sahariana, a sedare sommosse e tumulti di coloro che non si lasciavano colonizzare.
La guerra non è una parentesi della vita di Furio Drago, che ci va con grandi ideali e non potrà evitare la strage delle illusioni a cui accenna Giacomo Leopardi. L’unica figlia che ha lasciato Drago, Furia, nasce scendendo rapidamente da un sorvolo aereo in direzione della Cirenaica. La mamma, Ernesta, fa tappa a Belvedere Marittimo per partorirla e poi la lascerà alla balia, Filippina, sperando che per qualche anno la vita in Italia fosse più “vivibile” rispetto a Tripoli.
Furio Drago, collaboratore di Italo Balbo, non s’inganna nel leggere diversamente l’uccisione del suo comandante, abbattuto in volo per sbaglio dal fuoco amico. Lavora per il controspionaggio inglese, per divergenza rispetto all’amicizia italo-tedesca. E come militare sta al gioco e alla responsabilità. Inviato in missione dopo la guerra, è abbattuto nei cieli di Spagna. Non avrà più il tempo di sposarsi, di dare il suo nome alla figlia.
Il libro di Furio Drago ha il pregio di essere autentico, chiaro, e scritto in una lingua d’artista. E richiede di essere letto, a distanza di settantasette anni dalla sua prima pubblicazione, presso i Fratelli Ribet, editori a Torino.
Se, per intendere, il modello è Caino, che si propone di proteggere Abele e invece l’ammazza, per esempio nella pretesa di “insegnare agli arabi l’agricoltura. Una missione di alta idealità”, nel caso di Furio Drago è ancora leggibile la tentazione di Caino, mentre oggi Caino è pressoché invisibile: ha indossato per intero i panni di Abele, con l’ideologia dell’altruismo, della guerra giusta e dell’antiguerra altrettanto giusta. Tutti hanno ragione e per questo si scannano.

L’epoca sarebbe contenta se Furio Drago, fascista, fosse rimasto fascista, oppure fosse diventato antifascista. In entrambi i casi si potrebbe non leggerlo. Poiché il caso sarebbe già chiuso. Per questo occorre prendere al volo l’occasione di lettura. Ciascun libro non sta appeso all’albero del bene del male. Non leggere un libro vale a riprodurre la non lettura su larga scala.
L’adesione all’ideologia è valutabile anche nel caso opposto. La questione non è quella del fascismo o del comunismo, ma quella del totalitarismo in tutto il suo colorismo.
Certo c’è l’ideologia fascista nella testimonianza letteraria dell’esperienza di Furio Drago, che volutamente non è proposta dall’autore come un romanzo, sebbene letterariamente lo sia. Nel capitolo finale c’è un’assunzione quasi giubilatoria del fascismo riguardo alla missione di civiltà tra i popoli.
Andava censurato? Era meglio non pubblicarlo?
Dovremmo forse bilanciare la nostra lettura per non scontentare nessuno e fare come Arlecchino? Citare la frase: “Una puerilità la nostra ostentazione di chiamare barbari e selvaggi questi popoli... ma facciamo in modo che debbano riconoscere la superiorità assoluta della nostra razza”, per far notare la “contraddizione dialettica” a qualche nostalgico del maoismo?
Noi che lo pubblichiamo nuovamente siamo in condizione di leggerlo oppure no? Il nostro babbo comunista - che è stato in campo di prigionia, ha picchiato un ufficiale che non era d’accordo nel condividere un tozzo di pane, ha fatto il carcere militare, è morto a trentacinque anni, dieci anni dopo la guerra, a causa della malattia cronica presa nel campo di prigionia, lasciando due figli, che per lo stato italiano sono “orfani di guerra” - può impedire la lettura con il suo ricordo?
Occorre spingere la non accettazione della guerra sino alla non accettazione dell’ideologia contro la guerra, nel senso che l’abelismo in materia di pace e guerra è sempre del cainismo, ossia partecipa alla riproduzione della guerra, che è sempre un fratricidio, non solo a partire dai seguaci di Isacco e dai seguaci di Ismaele.

L’appartenenza alle genealogie di potere, assunta da Furio Drago, non è ascrivibile alla sua ideologia ma a ogni ideologia. Il sistema – se esistesse – sarebbe fatto di destra e di sinistra, di viventi-morti e di morti-viventi, affinché nessuno arrivi senza essere predestinato alla sua casella dalla nascita alla tomba, ovvero senza disturbare il traffico e la circolazione degli esseri universali per la morte.

Si legge l’assurdità delle giustificazioni al colonialismo fascista? Bene: è solo un’occasione per analizzare quanto resta e quanto si crea di colonialismo oggi. Sfugge ai più che per esempio il Canada non abbia mai avuto l’indipendenza e il premier giuri fedeltà alla Corona inglese. E i territori d’oltre mare francesi? E le nuove tendenze, più o meno represse o incentivate? L’invasione del Kuwait, dell’Iraq. La guerra in Tibet, in Cecenia.
Diciamo una profezia che speriamo non si realizzi, auspicando che un’altra via venga trovata in direzione di una contrita e fallibile democrazia. Terminata con un compromesso la guerra in Iraq, verrà svelato da fonti prima americane e poi europee il vero volto del regime venezuelano (oggi sponsorizzato come buono anche da riviste eccellenti come “Le Monde Diplomatique”) e ci sarà la guerra di liberazione del paese, facendo il minore numero di riferimenti possibili al fatto che si tratta del terzo paese al mondo produttore di petrolio. Una profezia a più lungo termine, che noi non vedremo? Verso il 2050 la Cina imploderà, come l’ex-impero sovietico (che si è trasformato in un nuovo impero sovietico ma con qualche occasione in più per un rinascimento russo). Ci saranno sette nuovi stati che gestiranno i cocci del crollo dell’ideologia comunista.
Se non si è in condizioni di leggere le note di Furio Drago sul colonialismo, si lascia passare ogni colonialismo imperante sul pianeta. La nozione stessa di postcolonialismo è colonialista.

I più cercherebbero di risolvere l’occasione della lettura del libro di Furio Drago non leggendolo: la destra lo potrebbe consacrare (è così presuntamente povera di cultura!) e la sinistra lo potrebbe esecrare (è così assiomaticamente ricca di cultura!).
È facile stabilire un paragone tra il carisma di Mussolini e quello di Berlusconi. Ugualmente facile è stabilire un paragone tra il carisma di Mussolini e quello di D’Alema. In altri termini, che cosa vuol dire che la sinistra come la destra ha i suoi leader carismatici? Gli intellettuali della sinistra (la destra ne è quasi sprovvista, ne ha un po’ il centro cattolico) sono carismatici? Umberto Eco è carismatico? È autorevole o c’è autorità nella sua parola? E se per molti lo è, carismatico e autorevole, cosa implica il carisma e l’autorità in tempi di democrazia? Se lo chiedeva già Max Weber. Non ha risposto Carl Schmitt e nemmeno Heidegger. La pista aperta da Freud, proseguita da Lacan, e rilanciata da Verdiglione, è preclusa alla moltitudine e alle élite che circolano intorno alla tavola rotonda praticando il pasto totemico, divorando il cervello dell’amico e del nemico.
Per avere posto alcune questioni radicali è ritenuto molto importante Heidegger, che dal suo libro più noto fece sparire la dedica al maestro Husserl, che non è uscito dall’ordine rotatorio della circolazione, arrivando e definire l’essere come circolare.

Anche Furio Drago, che non s’interroga nel modo filosofico, teologico o teoretico, si pone come ciascuno esigenze infinite e insegue “la legge più profonda” (66) delle cose. Scienza di Dio, scienza dello spirito, scienza dell’essere, scienza del numero, scienza della parola?
In ognuno, c’è la facciata, la parata falloforico-genealogica, il sembrare, l’apparire, quello che non a torto Guy Debord chiama “spettacolo”. L’idea dell’idea. Il sogno di padroneggiare l’idea, di prendersi per dio. Tale è il discorso. La parola e la sua esperienza sono altre. Non basta leggere il discorso di Drago, occorre leggerne l’esperienza.
Noi non sappiamo chi sia Furio Drago, non lo presupponiamo cognito né incognito. Ci confrontiamo con il suo testo e non con un personaggio che sarebbe fatto a nostra somiglianza (la dissomiglianza è il suo colmo, e solitamente è data come limite della somiglianza).
Nello scritto del 1929 c’è la sua amicizia con un’aviatrice francese spericolata e non sottolinea o riconosce il suo nome come ebreo. Si tratta dell’ebrea francese Lena Bernstein. In nessuna parte del libro c’è traccia di antisemitismo. Curioso per un fascista. E il suo anti-arabismo, poiché non è in gioco l’islam come questione, è connesso alla sua formazione liceale. Ancora il fantasma di Annibale e di Cartagine. “Ancora” che oggi non è sopito.

Ci sono le donne in Passi e voli nel deserto. E pertanto non è enunciata la questione donna. E ci doveva essere? Il bel seduttore, non disdegna i regali erotici, come ospite accetta la figlia vergine dell’amico nel suo letto... E non può leggere l’atto mancato della bimba che dopo essersi data, sbadatamente brucia e muore nel rogo del focolare domestico. C’è il dispiacere per tanta sfortuna. Invece si tratta di suicidio in relazione a uno stupro legale.
Archiviamo il caso nel dossier di Furio Drago, o cogliamo l’occasione del dibattito? In ciascun caso occorre distinguere tra l’identificazione e la pratica del contrappasso (stupro, crimine, prostituzione) legale. C’è una pratica legale di massa della prostituzione per mantenere o crescere di livello e c’è una pratica legale di massa dello stupro per concedere avanzamenti di scala. Il grado, che è una cosa bellissima (per esempio nella formulazione: siamo in grado di leggere), diviene il gradino dell’erotismo sacrale o esecrabile.
Il femminismo è stato pressoché mancato come occasione di lettura della questione donna. E l’ordine femminile contrapposto all’ordine maschile è un omaggio al discorso della guerra.

L’enigma donna indica, per cominciare, che “enigma” è intoglibile, che “donna” non può porsi come questione che abbia una soluzione in una dottrina fatta da uomini. Enigma donna irresolubile nelle figure della donna enigmatica e della donna senza enigma. Della donna velata e della donna senza veli. Della vestale e della puttana. Della moglie e dell’amante... La questione donna, che rimane ancora “continente nero” in Freud e “buco nero” in Lacan, è un modo di porre la questione del divenire, senza più l’ipoteca bio-psico-socio-antropologica.
Per ciascuno la questione donna volge in quella di come divenire intellettuale, artista, scienziato.

Dal racconto su Quaranta e l’”arabetta”, abbiamo tratto qualche elemento per leggere altrimenti la questione donna che nei termini della spartizione a metà dei posti umani. Definire “arabetta” una giovane comprata come schiava non è una questione da accollare a Quaranta o a Drago che ne racconta la storia. Nel mitico Nord-Est d’Italia dei primi anni del terzo millennio è pratica comune per non pochi uomini comprarsi la moglie rumena o tailandese, tanto che i viaggi sono organizzati.

Passi e voli nel deserto di Furio Drago è un romanzo d’avventura. Avventura che non ha la pretesa di rispondere alla domanda di Isaia: perché gli empi prosperano?
Allora, qual è l’avventura? Quale l’avvento? Quello della reincarnazione dell’impero romano (di cui il fascismo è un aspetto) o quello escatologico del regno di Dio, ossia del ritorno di Gesù, l’incarnato? E se l’avvento fosse senza più predestinazione, militare o religiosa?
La realizzazione dell’impero comporta l’esercito e la guerra. La realizzazione del regno di Dio comporta la chiesa e la guerra. I più trovano l’avventura in questi dispositivi di vita comune e nelle loro varianti ancora più estreme come le sette religiose e i gruppi terroristici.

Si legge nella narrazione di Furio Drago come senza la guerra non ci possa essere l’avventura? Sì, possiamo leggere anche questo. Non solo passi e voli nel deserto ma anche contrappassi e sorvolo di questioni intellettuali da affrontare. È anche un diario di contraccolpi e contrappassi. Ma non si tratta di redigerne la tavola, per cercare i rimedi.
Per esempio, l’aforisma: “Gli uomini diventano fatalmente simili alla vita che conducono” è una perla intellettuale, non un antidoto all’ideologia dell’impero.

Qual è la questione Furio Drago? E non la questione di Furio Drago. Come divenire artista, intellettuale, scrittore della parola originaria. Passi e voli nel deserto lo testimonia. La sua esperienza è quella di scrittore: anche l’aereo è una delle sue penne. Non a caso la nipote di Furio Drago, Antonella Iurilli Duhamel, artista, nel dipingere la tavola per la copertina di questa ristampa lascia scorrere dall’aereo del nonno una sciarpa che è il filo rosso della sua scrittura. È la prima lettera dell’alfabeto di un linguaggio che si staglia dai suoi passi e voli nel deserto.
Una stella cade nel cobalto del mare deliziato dal chiaro di luna.
Ciascuno è in condizione di leggerlo.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito.eu"
Transfinito Edizioni ha ristampato questo libro, con illustrazioni dell’artista Antonella Iurilli Duhamel, nipote di Furio Drago.


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30.07.2017