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La cucina di Leonardo

Roberto Dolci
(19.05.2009)

Se qualcuno come Jonathan Routh è famoso in Inghilterra per essere stato negli anni ’60 il responsabile del programma televisivo “Candid Camera”, un’ipotesi da esplorare è che scriva producendo “bufale”, di quelle che non danno latte per la mozzarella. E in effetti l’allegro ottentenne con la moglie Shelagh ha scritto una credibile e colossale beffa, digerita come quella di Marcel Duchamp (che lascia ancora tranquilli i polsi di tanti critici d’arte tra i più noti) e quasi digerita come quella del Da Vinci Code di Dan Brown.
Questo libretto, Note di cucina di Leonardo da Vinci (Voland, Roma, 2005, pp. 174, € 12,00), scritto comunque sfogliando i libri dell’epoca di Leonardo è il pendant culinario del romanzo di Brown, che per l’appunto ha sfogliato un po’ gli stessi libri.

Come “bufala” è da associare a quella dei Protocolli dei Saggi di Sion e come tale è credibilissima.
La questione non è quella dell’attendibilità dell’inesistente Codex Romanoff, quanto del come sia proprio il popolo dei miscredenti al potere con la punta della sua lancia mediatica a avere recensito come vero il libercolo.

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Tarte Tatin, Parigi, 2007

Ora in letteratura si può discutere del metodo sciamanico-invasato che utilizza per esempio Pietro Citati per scrivere le biografie di grandi autori, dalla Katerin Mansfield a Franz Kafka. Ma il procedimento è dato come finzione, come letterario. Mentre il testo di Shelag e Jonathan Routh fa il verso allo “scientifichese” e legione sono coloro che non lo distinguerebbero per scientificità dai testi di Augusto Marinoni al quale dobbiamo la trascrizione dei libri di Leonardo in una ricerca di più di trent’anni.

Chi legge Leonardo s’accorge subito che il libro dei coniugi Routh è un “candid book”. Una colossale burla, e s’accorge pure che le riproduzioni di vari progetti di macchine leonardesche sono adattate a strumenti di cucina, ma hanno altre funzioni. Basta qualche figura di cordami è Leonardo è diventato pure l’inventore degli spaghetti...

Si tratta di un libro comico su un sembiante di Leonardo che non ha nulla a che fare con lo scienziato della parola. L’altra faccia del comico, il tragico, è nella caricatura del genio un po’ rincoglionito di tante sceneggiate del codicino Routh, ma solo nel caso che venga preso sul serio l’opera dileggiatrice. Leonardo che “pensa con nausea e disgusto alla polenta” manifesta solo i criteri del gusto di Shelag & Jonathan Routh. E sopra tutto, il ritratto di Leonardo – sempre se preso come vero – è da trovare nell’araldica della dinastia Routh.

Non c’è bibliografia in cotanto lavoro di erudizione (e in effetti non serve), e risulta impossibile estrarre le mirifiche cose della coppia Shelag e Jonathan Routh dalle poche note del Codice atlantico.

Leonardo da Vinci alla corte degli Sforza era anche maestro delle feste, ma non ogni maestro delle feste era scienziato come Leonardo, anche nel caso dell’eccellente Vatel, che s’inventa la chantilly e l’ice crem, che non è il gelato ma la panna ghiacciata, e si suicida come Apicius perché il cibo non arriva più, per ragioni diverse. Leonardo non è tentato dal suicidio, e se qualcosa “cade”, come la sua Battaglia di Anghiari, si lancia in altre costruzioni e non si distrugge.

Visitando l’ultima dimora di Leonardo a Amboise si nota che la cucina ha una singolare importanza tra le altre stanze della casa. Leggendo le pagine rimaste di Leonardo, che costituiscono circa il dieci per cento di quello che aveva scritto, s’intende che tra le sue arti c’era anche la cucina. E in tal senso “Le note di cucina di Leonardo da Vinci” sono ancora da restituire in ben altra qualità.




23 gennaio 2007


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19.05.2017