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Antonella Iurilli Duhamel, "Randoms"

Giancarlo Calciolari
(2.12.2006)

Leggere i Randoms di Antonella Iurilli Duhamel richiede di confrontarsi con la materia linguistica e non solo pittorica. Si pongono molte questioni nel confronto con le sue opere. Altri valuteranno quanto ciò che spinge a dipingere e scolpire un’opera come la sua, sia ancora più importante per gli echi che provoca nei lettori.
Il termine caso viene dal latino casus, participio passato sostantivato di cadere, che significa propriamente il fatto di cadere, caduta. In francese designa per eufemismo la morte e significa quello che arriva, solitamente con un valore sfavorevole.
A caso, fortuitamente, casuale, nel senso di accidentale.
Qualcosa cade: ecco il caso. E subito sorge la questione del come. Come qualcosa cade? Secondo quale legge? Legge e caso, questo il libro di Emanuele Severino. Il caso e la necessità, il libro di Jacques Monod. Hasard. Non Cas.

Nella lingua francese hasard è un prestito, hasart, dall’arabo (1150) az-zahr, “giuoco di dadi”, per l’intermediario dello spagnolo azar (1283), “giuoco di dadi” e “colpo sfortunato al giuoco dei dadi”. La parola araba viene da zhar, “fiore”, in spagnolo azahar è “fiore d’arancio”. Su una delle facce dei dadi c’era un fiore.
Poi, nel medioevo hasard era un gioco di dadi e hasard designava anche un colpo felice, il sei.
In filosofia diventa quello che arriva senza ragione. Au hasard, a caso, lo usa Montaigne (1580), significa senza direzione determinata.
In italiano c’è azzardo, azzardare, azzardato, azzardoso. Azzardare come arrischiare, avventurare. E azzardo per lo Zingarelli è un complesso di circostanza casuali che implica, fra gli esiti possibili, rischi e pericoli. L’azzardo dipenderebbe dalla sorte e non dal fare.

Randoms. È un azzardo mettere il titolo in inglese o un omaggio a una lingua amata?

Questione anche del “colpo”. Mallarmé ha scritto “Le coup de dès” con una impaginazione tipografica (ho avuto l’occasione di vedere una prima stampa originale) che mima l’indeterminazione. Il colpo giunge a caso o c’è una legge, una regolarità, un ordine prestabilito dei colpi?
Il colpo di grazia, il colpo di fortuna, fare un colpo, un colpo al cuore, un colpo al cervello, un colpo di follia, un colpo in banca...
Quello che il discorso scientifico (la scienza di vita è un’altra cosa) chiama “scienza del caso” è la probabilità, ossia la formalizzazione della previsione del futuro. Non solo ci sarebbero i visionari (che hanno la testa rivolta all’indietro, come l’angelo della storia di Paul Klee) ma anche i previsionari e i revisionari. E quindi, altra bella questione tra la visio di Agostino e la rappresentazione, la raffigurazione delle cose data come proibita nell’Esodo (“non ti farai immagini di ciò che sta in cielo, in terra e sott’acqua”). Per distinguere, l’albero della vita è quello della visio e l’albero della conoscenza del bene del male è quello della rappresentazione.

Secondo Platone Dio aritmetizza. E anche secondo Galileo, per il quale l’universo è scritto in simboli matematici. C’è chi di recente ha affermato che Dio algebrizza. Per Einstein Dio non giuoca a dadi. Non tira a caso. Mi pare una riformulazione della massima di Platone. Dio non giocherebbe a dadi perché è la legge stessa che si compie, d’accordo con qualche inciampo, se il Figlio giunge – secondo la lettura canonica dei Vangeli – a compiere la legge del Padre, che quindi non si era compiuta (tesi anche alla base del pensiero islamico).
Gli umani cercano la legge del caso, la logica del caso, la scienza del caso... La passione per i giochi del caso (dai giochi d’azzardo alle lotterie) indica che le sue ore sono algebricamente infinite.

La teoria delle probabilità è una formalizzazione della paura. È dalla paura di fare qualcosa, anche con un sacco di fagioli, che gli umani aritmetizzano, ossia si prendono per dèi greci. E cercano traendo continuamente a sorte un fagiuolo dal sacco di sapere di quale colore sono per lo più: bianchi o neri? Sono predestinato al bene o al male? La teoria probabilistica del caso insegue la predestinazione, la conferma della nobile (ignobile) menzogna del tiranno per la quale chi nasce rotondo deve morire rotondo.

Sembra che anche “rischio” come “caso” venga dal gioco dei dadi, degli aliossi (alea). Qual è il rischio? Il rischio è rischio di vita, di vivere. Mentre i più partono dal rischio di morire e si pongono il problema di evitare la morte; e i migliori si pongono il problema di affrontarla (Heidegger).
Si tratterebbe di anticipare quello che sarebbe dovuto accadere (non facendo). Succubo del destino è il previsionario probabilista. Predestinato alla morte, essere per la morte.
In un’altra lettura, il caso pone la questione dell’impadroneggiabile. L’incontrollabile. L’esercizio della padronanza e del controllo evita il caso e inciampa in contrappassi e contraccolpi.
Quando qualcosa si è instaurato come dispositivo di vita, poi sembra essere stato il frutto della predestinazione. Invece l’incontro, detto “primo” nell’ordinalità”, è originario, assolutamente contingente. È questo il caso?
Se l’ipotesi pragmatica non è quella del caso deduttivo, che caso quello a cui approda? Il caso non contemplato da nessuna casistica.

Il caso pone la questione dell’unico. Il caso è dell’unico, non del soggetto nella sua presunta unicità, che vede subito doppio, che incontra in ogni angolo e recesso del pianeta il suo sosia.
Il caso dell’unico è di qualità. Dallo zero alla cifra, senza più paura, senza sostituire il vuoto ontologico al vuoto del precipizio della parola, il lapsus, quel che cade. Il caso. Il caso originario.
Il caso non è logico, non è ontologico, non giunge alla fine secondo le premesse logiche (del caso). Per un verso il caso è funzionale, nel senso della caduta, della funzione di precipizio degli elementi nella parola e per un altro verso è pragmatico: facendo l’itinerario giunge alla scrittura e al suo compimento. In tal senso il caso clinico, non più il caso psichiatrico. Il caso che giunge dalla piega della parola in modo unico. Non più il caso mimetico ora tragico ora comico (giocare a papà e mamma). Sarebbe tragico il caso di Adamo se mangiasse dall’albero che non sta in paradiso, sarebbe tragico Giuda se imitasse Cristo, sarebbe tragico ognuno nella sua imitazione di ciascuno. Ognuno abolendo il caso muore di genealogia.
Adesso mi torna più chiaramente il titolo del poema di Mallarmé, Un coup de dès n’abolira jamais le hasard. Nemmeno un colpo di dadi abolirà il caso.
Shakespeare era interessato al metodo che c’è nella follia. Descartes era interessato al metodo del pensiero. Si tratta di preamboli. Il caso (nella prima accezione di ciò che cade), il lapsus, il sintomo, è il metodo. E questo è un aspetto della lezione di Verdiglione.

Da “a caso” al “caso”: i tuoi randoms. Casi di qualità. Per questo sono molto belli! Il caso è ingovernabile. L’anarchia come proprietà del principio della parola è indispensabile all’itinerario artistico. Il gesto ironico, di apertura, di prendere a pretesto dell’avvio l’andare a caso indica che quello che conta è l’approdo, la qualità. La bellezza dei Randoms come compimento.
Non c’è nessuna padronanza della vita, questa è la lezione che traggo da questa tua serie di opere. Marcel Duchamp apparentemente firma il caso e Raymond Roussel in Locus solus costruisce strane macchine che lavorano a caso, ma quanto lavoro per farle lavorare a caso... Una mongolfiera dotata di una pinza, il vento e l’aria del colle la gonfia e la innalza, la sospinge in ogni dove, ma all’interno di un recinto, mentre a caso la pinza si apre e si chiude. Talvolta la pinza si chiude su un dente tolto da un ammasso e lo rilascia per il campo. Il vento e il tempo concorrono a un puzzle di denti che per le variazioni di colore delle carie per le quali sono stati estratte da bocche anonime rilascia un disegno. Un disegno del caso? Più ironico di così, monsieur Roussel...Di chi è il progetto della mongolfiera? E chi, e chi echi... Anche chi ha estratto i denti e come? Tuttavia chi è in balia dell’onto-genealogia si conferma essere per la morte. Roussel, miliardario, che si cambiava sette volte la camicia al giorno, si suicida a Palermo. Leonardo Sciascia ne inventa il mito.
Allora il tuo prendere un’immagine e poi un’altra ancora, e ancora un’altra, in una serie che non è serializzata all’infinito potenziale; sezionarla, ingrandire un particolare, modificarne il colore e poi copia e incolla, sposta e ritaglia non è altro che il computer come pennello. Nessuna demonizzazione del computer come strumento artistico. Ancora la pittura come la più alta forma di scrittura, secondo la formula di Leonardo da Vinci.
Ciascuna volta la serie nella funzione giunge a compimento. Tra la funzione simbolica e la funzione letterale, la funzione temporale si compie nel diploma di qualità, non rilasciato da nessuna istituzione umana, divina, demoniaca o animale. Nessun naturalismo e la natura rinasce, ciascuna volta – senza colpo né contraccolpo.
Nelle tue opere ci sono immagini di donne, che la società dello spettacolo serializza, che questionano perché emerge l’enigma donna. Non più la donna enigmatica o la donna priva di enigma, con le quali si esercitano il produttivismo spettacolare e il consumismo globale. Le donne irrompono sulla scena artistica, culturale e intellettuale del terzo millennio. È una chance di vita. Senza più il discorso della morte che come una coltre vorrebbe celare le donne, svellerle dalla parola, seppellirle nel ruolo metempsicotico di supporto dell’ordine maschile, come risulta dal tentativo di Aristotele. Certamente il principio del terzo escluso è impiegato in modo sessista e razzista, e oggi è molto più diffuso che ai tempi di Hitler, che si era applicato a escludere e sterminare ebrei, omosessuali, zingari, malati mentali. Chimere impossibili dell’Altro, del Terzo.

I Randoms sono casi di vita. Donne. Qualità. La qualità donna. Difficile da trovare anche nei consigli di amministrazione delle imprese anche le più innovative dell’occidente e dell’oriente. Quindi il tuo lavoro artistico, Antonella, è anche un’occasione per annotare che sino a quando le tue opere non irromperanno sulla scena planetaria come icone dell’assoluto moderno, quello auspicato da Arthur Rimbaud, i consigli delle oligarchie sono condannati alle cordate euforiche che crescono vertiginosamente in pochissimo tempo e sempre in breve tempo si schiantano senza intendere il circolo magico e ipnotico del loro salire e scendere. Forse i più hanno cercato di farsi predire il loro caso per fissarsi nel segmento dell’ascesa. Ma come impedire il caso originario, la caduta nella parola? Come non cominciare un viaggio che nessun altro ha mai fatto? Impedirsi la caduta vale a sopravvivere a caso.
Allora qualcosa cade. Qualcosa comincia. Per un lapsus un’arte della combinazione integra ciascun elemento di vita nel viaggio. I Randoms sono le icone attuali del tuo viaggio, che è anche quello della questione donna come inaggirabile.
Questa nota di lettura delle tue opere e del tessuto intellettuale in cui sono prese è un preambolo a un testo per il tuo catalogo, ma forse è il caso di pubblicarla così, senza altra giustificazione.
Auguri infiniti per la tua mostra.
Giancarlo

L’impadroneggiabile. L’incontrollabile.
L’esercizio della padronanza e del controllo evita il caso e inciampa in contrappassi e contraccolpi.

Metafisica, nel senso di astrazione.
Come si fa la vita? Quali sono le norme, le regole, i motivi?
Numero è artimetica, logica e pragma.
Quale logica, quella del discorso o quella della parola?

Non so chi sono. Tutto è legato. Questione di tela, di trama, di ordito, di rete, di stoffa. Qual è la stoffa dell’esperienza?

Nessun limite del soggetto. Il confronto con l’impossibile e con il contingente.

Apparentemente, come le bottiglie di Morandi, i manichini di De Chirico, le icone di Andy Wahrol, i randoms di Iurilli Duhanel sviluppano una serie straordinaria, senza più serializzazione. Da ciascuna immagine il caso dell’unico risalta. Così la fissità delle Horæ è scossa dal colore, insituabile nelle figure come nel fondo. L’armeggio delle tre donne di Pezzi di cuore interroga sulla durezza di cuore, quella che Ezechiele avrebbe voluto togliere dando agli umani un cuore di carne. Dalla spirale, dal nodo, dall’apertura procede la pace, come indica il titolo stesso dell’opera Pace, dove l’uomo è inidentico a sé. La forza estrema dei blu e degli arancioni di Fatalmente, suggerisce con l’immagine delle tre donne rivolte al cielo che la fatalità mente, e che la posta in gioco sia quella del tre come numero originario, come appunto nel tema classico delle tre Grazie.
Pomona di Antonella Iurilli Duhamel è un lavoro complesso, perché più di altri poggia su una costellazione di riferimenti antichi e moderni, dalla Pomona letterale di Ovidio a quelle pittoriche: la Pomona di Pontormo, la Pomona di Boucher; alla Pomona in marmo di Rodin. Questa Pomona di Iurilli Duhamel è una Pomonalia, quella festa che la “signora dei frutti” non ha mai avuto in suo onore.
Lo specchio è speculare? Si lascia volgere in specularità? Speculare mantiene la questione aperta: giocando con forza sul contrasto dei colori, dalle forme simmetriche allo specchio emergono contro-forme.
Il caso giunge al tipo, questa è la tipografia della vita, ossia la pittura come scrittura. Così L’albero della vita affigge l’emblema della trasmutazione del mito della croce, senza possibilità di ripetere il viaggio all’indietro, per leggere nelle due donne i due ladroni non più in croce. La donna in croce come tipo, ossia come mito che per ciascuno esige la lettura.
La nascita di Venere avviene tra torsioni di braccia e di corpi che hanno qualcosa di un nodo, che lega e nel contempo slega, in modo che ciascuna donna è essenziale all’altra, senza più la mitologia della fata e della strega, che le incatenerebbe all’eterno conflitto, col pretesto di sapere chi è la più bella.
Le figure di donna prendono altri volti, altre maschere, altre espressioni. La doppia simmetria speculare di Tribale indaga sul discorso in cui della tribù resta solo il tribalismo, affinché sorga l’altra tribù, quello della società come dispositivo di vita e non di morte. Senza urgenza, senza stato d’eccezione, le quattro donne sono tranquille. Si può intendere come il quattro sia originario, e non il clone di due più due.
Quasi davanti a una parete o a un pannello di un palazzo di un oriente d’astrazione, si staglia da un riquadro una silhouette in giallo: è la Grande aurora. Qualcosa comincia a sorgere. Le donne dei Randoms di Antonella Iurilli Duhamel non sono statiche né dinamiche: danzano nel carnevale della vita.
L’arte della combinazione non rilascia mai lo stesso tipo, né lo stesso caso. In tal senso non c’è più stereotipo, e nessun dossier potrà chiudere il caso.

È curioso come il modulo dei Randoms di Antonella Iurilli Duhamel, apparentemente aperto all’infinito potenziale, come la caracteristica universalis di Leibniz, in realtà si situi nell’intervallo, che dopo Cantor si chiama anche transfinito. Ovvero ciascuna volta la serie è compimento e approda al caso. In particolare proprio nell’opera che si intitola Prima del compimento, dove la forma germinale dell’uovo, nella sua conclusività, indica il prima.

In più Randoms, c’è il tre, nella forma di tre donne. Alludono alle tre donne benedette che hanno cura di Dante nella corte del cielo? È in questa direzione che leggiamo, perché non sono un gruppo armato o religioso, né pubblico né privato, né sociale né famigliare. Tre donne irrompono sulla scena dell’occidente e stanno per irrompere in quella d’oriente.

In Rosso non è la questione del monocromatismo, o del bicromatismo, a porsi. Emerge una forma già conclusa in una scultura, che riparte per un altro viaggio. Molto di più di una metamorfosi del femminile, che rischia di rimanere nella circolarità dell’ordine del discorso, la trasformazione è essenziale per un altro approdo.

Matrici: tre donne, tre matrici. Matrice, madre, materia. La costellazione etimologica è questa. Non già una matrice, ma tre donne a suggellare qualcosa dell’ordine della matrice. Non la matrice come elemento che riproduce un originale qualsiasi, non l’utero dei cloni umani. Tre donne nell’originario. Anche in Uni. Unità? Trinità? La tentazione di dipingere una trinità laica? Come Cantor che insegue una cosa e ne inventa un’altra.

Può il quattro essere originario? Come sfugge alla quadratura delle cose? Come il quattro non è più fatto da due più due? In Natività ci sono quattro donne che non circolano, si trovano all’appuntamento per la nascita, senza più dovere testimoniare le quattro fasi convenzionali della donna-luna. Si tratta di una natività senza più predestinazione.

Salomè è il nome che Giuseppe Flavio attribuisce a Erodiade, moglie di Filippo, fratello di Erode, che comunque se la sposa, attirando l’attenzione di Giovanni il Battista, che gli dice: “Non ti è lecito tenere la moglie di tuo fratello”. Ognuno sa il finale della storia. La figlia di Erodiade danzo al banchetto di Erode che incantato le promette quello che vuole, anche metà del suo regno. La ragazza vuole quello che vuole sua madre: la testa di Giovanni, che le verrà portata su un piatto, che darà subito alla madre. Con l’opera Salomè, Antonella Iurilli Duhamel restituisce il mito alla sua apertura, alla sua altra scrittura. Per cominciare, Salomè è tranquilla, non predestinata dalla madre. Altra è l’eredità.

Anche il tempo procede dal due, dall’apertura, e non il due procede dall’uno, come matrice. La mater non è il supporto dell’ordine maschile e neanche fonda l’ordine femminile. Non è la materia inerte su cui formare il sistema, l’impero, la totalità. La madre favorisce l’intendimento delle cose, non l’intesa complice: s’instaura come mito del tempo. L’opera Tempo è l’ipotiposi di questa vicenda dell’ascolto.

Per la solitudine s’intende comunemente l’isolamento, come facoltà di stare da soli. Ecco, questa solitudine al suo colmo è quasi perfetta e ha come sua altra faccia la compagnia. Narra ironicamente questo Solitudini quasi perfette, un atto mancato su fondo non propriamente paradisiaco.

Nel mito egizio, Osiride portò la civiltà agli uomini, ma non agli dèi, che come quelli greci sono cruenti. Il fratello Seth, invidioso lo annega. Per opera magica di Iside, sua sorella e sposa, aiutata dall’altre sorella Nefti Osiride torna in vita. Shet, grande macellaio al potere lo fa a pezzi. È noto che Iside lo riporta ancora una volta in vita, pur non ritrovando più il pezzo dei genitali. Così Osiride nasce tre volte, la prima come figlio di Nut e Get. Non sorprende che poi sia andato negli inferi a giudicare le anime dei morti, pesandole con una bilancia a piatti dove su uno c’era una piuma. Aspettava l’anima del fratello Seth? Morte e rinascita di Osiride restituisce in altra cifra il palinsesto della vicenda di Osiride.
Nulla pesa più su Iside e Osiride di Antonella Iurilli Duhamel, quando la civiltà dell’immagine in cui situa il loro mito manifesta che la civiltà stessa è in fine giunta agli dèi. Non c’è più nessuna lettura allegorica da fare dei miti greci, come Porfirio, che rimane appeso al suo albero fallico, perché non ritrova il pezzo mancante.
C’è la trasposizione pittorica di Antonella Iurilli Duhamel, che non cerca la decifrazione o la decostruzione, ma dipinge nuovamente il mito: aggiunge una perla sulla stoffa dell’arte originaria.


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19.05.2017