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Il caso poetico di Matteo Bonsante

Giancarlo Calciolari
(30.12.2007)

Poesie. 1954-2004 è lo svolgimento dell’itinerario poetico di Matteo Bonsante, non come soggetto, non come maschera irrigidita in un’icona divenuta canonica, sociale, ma come caso di vita. La vita, la poesia. Il fare. Senza il fare nessun caso di vita, ma solo la casistica mortifera delle statistiche antropometriche. Che poi dalla collezione di casi ci sia chi universalizzando trae conseguenze per una storiografia della poesia, non colma il varco irriducibile dal caso alla casistica. Il matematico Georg Cantor – al quale Matteo Bonsante dedica una poesia e un commento – ha speso la vita per derivare aleph uno da aleph zero, e non l’ha mai trovato il continuo, che altri inseguono ancora.

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Christiane Apprieux, "I battenti del paradiso", 2007, bronzo a cera persa

La relazione biiettiva tra due elementi (che è pratica quotidiana per ognuno) non esiste, non è strutturale e risulta per i ricercatori dell’assoluto, come Freud e Lacan, un ricordo di copertura, ossia un falso ricordo, la cui logica fantasmatica richiede l’analisi. Non due elementi in relazione, ma ciascun elemento procede dal due, dall’apertura. E non a caso, ovvero in questo caso poetico che è quello di Matteo Bonsante, le cose cominciano con “Bilico”, la prima raccolta di poesie del libro, ipotiposi del due, dell’apertura, irraggiungibile dal pensatoio filosofico, che asintoticamente non raggiunge mai l’originario, come con il concetto di “aperto” in Heidegger, che non è riuscito a leggere Hölderlin.

Matteo Bonsante con il suo percorso poetico accentua l’unicità di ciascun caso di vita. Nessuna ripetibilità della vita. E quindi ciascuna parola del poeta risuona e risalta nella sua originarietà e questiona il lettore con la forza interrogativa delle prime domande sulla vita di un bambino. Traiamo una poesia dal libro dei libri di Bonsante:



Luci e spore

E sei dell’aria un’arsura. Vuota

di congegni. Non hai leve da manomettere.

Non riscatti il tuo male. Ti lasci andare

giù per le scale lungo la scogliera.

Il bianco delle spume non ti confonda.

Luci e spore – a sciami – sono nello stesso

buio.



Ormai è sera e i lini tardano a venire.

Nessun intervento risolutorio per il disagio di vivere, al quale non porta medicamento la sera della vita: Nessuna leva e nessun balsamo. La mano poetica non manomette. E non promette la seduzione sociale del massimo di congegni. L’aria intellettuale è vuota e non c’è sostanza e mentalità (le due facce della civilizzazione che per Lacan è cloaca) che possano spegnere il “resto” dell’uomo, l’arsura. Nessuna bevanda sociale e nessun liquido corporativo possono dissetare, colmare il desiderio, l’andare giù per le scale lungo la scogliera, verso il mare, verso l’acqua, verso la superficie, la lavagna stessa sulla quale la traccia della vita si scrive in modo indelebile. Tra sciami di parole, senza cercare di evitare i lampi e le cantonate; senza confusione, senza perdere l’orientamento e l’occidentamento. La direzione sta nel verso, nel suo incedere, nel suo ritmo, nelle sue immagini.

In tal senso, quando le ipotesi soggettive e doganali sociali sulla poesia sono sospese, si nota all’istante l’onda della vita di Matteo Bonsante, la sua aritmetica poetica. L’enigma del numero risiede nella logica della vita, ricercata dagli eserciti e dalle chiese gnostici, quando invece è già lì, nell’albero della vita, nella frase di ciascun istante.

Della poesia di Matteo Bonsante ci si accorge che ciascun elemento è poetico, è di vita, è degno di entrare nel viaggio. Non c’è un elogio del positivo né del negativo perché positivo e negativo sono ossimoro, modo dell’apertura, e modo del proseguimento.

Da “Bilico” procedono poi “Zìqqurat”, “Sigizie”, “Esperidi” e “Nugelle”. E come Lacan che pone l’introduzione dopo lo scritto sulla lettera rubata di Poe, così a conclusione del libro si trova “Prime poesie”. Lo zero della parola del poeta. Non l’azzeramento. Un altro cominciamento. Un’altra erranza. “L’alba segreta delle cose”.

La differenza tra poesia originaria e poesia originale è intoccabile ai più, che sottostanno al tabù del toccare, e sognano il Dio del noli me tangere. La poesia originaria tocca, ovvero giunge alla contingenza: nel reale qualcosa si trasmette, si traspone, si trasfigura. La poesia originale e tutte le sue copie non toccano: possiamo leggerle e nulla rimane. Nulla spinge a trasporre e a restituire in altra poesia e in altra infagine poetica quello che si legge. Poesia originaria quella di Matteo Bonsante, senza ricorrenze, senza ricorsività, senza ritorno presunto dell’identico, e che quindi può fare uso della ripetizione come figura.

Mentre l’inaccessibile poesia originale è idealmente attribuita al poeta, possibilmente morto o almeno moribondo. Tale poesia originale insieme alle sue copie viventi, i suoi supplenti, occupa la vita dei critici della poesia.

Matteo Bonsante ha forse affiancato la sua poesia da due tentativi per sviarne la lettura: la fittissima rete di note a piè di pagina a sua stessa cura e la dotta e densa introduzione dell’italianista Daniele Maria Pegorari. Certo, l’introduzione contribuisce a situare l’itinerario di Bonsante nel panorama della poesia italiana e le sue note d’autore più che commentare la sua stessa poesia offrono lo sciame significante di ciascun lemma e il palinsesto di ciascuna poesia. Sì, Poesie. 1954-2004 è una bibbia poetica, e non si recensisce in quanto tale. Peraltro noi non abbiamo mai censito né re-censito alcunché. Si tratta di note di lettura, nelle quali conta l’intrinseco e non l’estrinseco, infatti gli pseudolibri si perdono nell’oceano estrinseco, che Freud chiamava occulto.

Leggiamo una narrazione, una favola, un mito, un racconto, un verso, un aforisma, e come una matrice impazzita di senso, lasciamo che entri nella combinatoria del nostro linguaggio e alteri la teoria, sovente implicita, della vita. Leggiamo sull’onda di un ruscello, non situati sul masso del critico.
L’aver fotografato una conchiglia sopra una pagina del libro di Matteo Bonsante, unico volume portato in un breve viaggio estivo, ci porta a soffermarci quando ci imbattiamo una seconda volta sulla parola “conchiglia”. La poesia è il



Lamento della passeggiatrice



Sono conchiglia spenta senza più dimora.

Il mio corpo è covo per passanti.

Aspetto sotto un faro che non mi schiara.

Lascio che il mio cuore rotoli / barattolo.

La nota a piè di pagina di Matteo Bonsante ripete in modo prosastico quasi la stessa cosa. Al punto che stavamo scrivendo erroneamente Batteo Monsante, un Matteo che batte e ribatte, gentilmente, quasi santamente, o sulla cima del monte santo, una lezione che nessuno vuole più cogliere. Rari infatti sono i lettori che ancora indagano, anche a partire da una poesia e non solo dalla sociologia o dalla cronaca, sulla natura della prostituzione, profana e sacra, e scuotono il business della vendita degli umani. Nella Gomorra occidentale si è giunti alla prostituta manager di se stessa, che approfitta di sé, protetta dalla città stessa, che volge il lamento in assunzione giubilatoria del denaro droga, dispensando il corpo come farmaco. Come colpo. Colpo di mamma. Ovviamente ciò avviene nel post-moderno, mantenendo “tutti” gli stili del passato come ricordo. Di questi “stili” di vita all’incanto, in questa poesia Matteo Bonsante indaga la passeggiatrice che si lamenta.
Come accade che “una conchiglia spenta” sia il ricettacolo dove ogni notte milioni di uomini gettano il seme della loro inutile vita? Senza neanche più provocare lo scandalo di un embrione congelato e gettato nella spazzatura? Come accade che un involucro neutro, per l’avere neutralizzato una donna, possa celare l’oggetto del desiderio, che alcuni psicanalisti ci insegnano a riconosce dal suo abbigliamento (dai suoi pochi panni deformi) come la madre svilita (mentre in scena, invisibile, c’è il padre umiliato)?

Come accade che uomini che fanno uso del corpo di donne come covo per passanti siano dei passeurs blancs, ovvero innocenti, socialmente puliti, a qualsiasi livello si trovino nella presunta stratificazione sociale? Se il faro sotto il quale aspetta la passeggiatrice non la illumina d’immenso, tuttavia sbianca l’affacendamento dei clienti. E il cuore / barattolo, connesso alla conchiglia vuota, precisa che la scena è quella dell’immondezzaio umano, altro nome dell’umanaio globale di Zinov’ev. Dove sono i topi che hanno il terribile destino degli umani, e affiorano alla superficie della Discarica Superiore alla ricerca del bacio dei dementi? Ma questo è il madido Leopoldo María Panero, non il sobrio Matteo Bonsante.

Questo solo per indicare come la poesia nella sua lettura non possa seguire i canoni della critica poetica, dominante come anti-dominante, conformista come anticonformista. È così che ciascun poeta legge la vita, e anche la poesia di un altro poeta. Non c’è compromesso sociale che riappacifichi il poeta escluso dalla città come inattendibile, secondo l’auspicio di Platone, che ha trovato troppi geometristi sempre iperattivi nell’applicare il vangelo di Giuda ante-litteram.

La poesia si può intendere anche come un semplice elemento linguistico nella sua libertà, come A, e in tal guisa ha un fascio di signicazioni, alcune socialmente codificate, bordato da non A, tutto quello che si dà come negazione dell’elemento linguistico, anche nel non apprezzamento di tanti altri lettori, che annotano, senza quasi intendere, qualcosa nel debordamento. E c’è quello che tra A e -A spinge costantemente al fare. Nel nostro caso, a proposito della poesia del “Lamento della passeggiatrice”, all’idea di scrivere un rabelesiano “Lamento del puttaniere”, cliente casuale o abituale di prostitute, che cerca di fare all’amore con barattoli che rotolano nel vento, come donne; o forse l’inverso.

Come nei viaggi folli dei poeti più curiosi, c’è l’attraversamento dei magazzini del sapere filosofico, matematico, teologico... ma più degli infiniti aforismi sull’arte, sulla scienza, sulla poesia, valgono le liriche dalla conclusiva brevità, cara a Leonardo: non si tratta di una finzione sociale nella pseudovita ma della traccia dell’esperienza poetica in atto. Cantico della poesia originaria. Il caso poetico Matteo Bonsante. Nessuna misura del peso teorico della sua lettura, ad esempio, del transfinito di Cantor, che non collude con gli aspetti teorici dell’inventore dei numeri transfiniti, ma la leggerezza incommensurabile nell’accogliere il frutto poetico dell’invenzione di Cantor. Inoltre Bonsante menziona come il matematico sia stato osteggiato in vita.

La bella poesia di Matteo Bonsante è tale perché di rado si avverte la carpenteria teorica che la sottende. Il ritmo, la variazione, l’invenzione, le immagini, il numero, la logica e l’onda sonora dei fonemi che rischiano per ignote combinazioni di aprire nuovi sensi e controsensi, indicano l’assenza di inerzia polare che affligge anche il concetto di poesia e i suoi ipotetici lettori. La curva dell’increspatura dell’onda lascia invisibile la materia liquida del mare, di cui nessun Dalì, se non nel sogno dell’arte, potrà sollevare il velo.

Per non concludere, un’altra poesia dove interviene un’altra conchiglia, ma per altri lidi e per altre letture, che qui abbiamo appena abbozzato:



da “Zìqqurat”



Tra nuvole e silenzi

si erge il mondo – ferita aperta

nell’illimitato. I numeri in lento

pellegrinaggio. Si smarriscono. Sulle

spiagge – sabbia, tonfi, conchiglie.


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30.07.2017