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Heidegger e la questione della salvezza

Michel Bel
(16.12.2006)

Quando si legge Heidegger e si prende in considerazione l’insieme della sua produzione, ci si pone subito una domanda: quale è il senso della sua opera? Perché Heidegger ha scritto tanto? E che cosa ha scritto? Se "ciò che si enuncia in parole non è mai quel che si dice", come fa notare nel suo scritto su L’esperienza del pensare, (Città Nuova, 2000) del 1947, che cosa dice veramente? Con che cosa ci ha intrattenuto durante sessant’anni da 1916 al 1976? Ci ha parlato di Aristotele, di Platone, di Anassimandro, di Eraclito, di Schelling? Oppure ci ha condotti a nostra insaputa per una via dove non vorremmo andare? Se fosse questo il caso, potremmo ancora considerare Heidegger come un filosofo? Poiché non basta leggere Heidegger sorvolando sui suoi concetti o sui suoi pseudo concetti, bisogna pure interrogarlo. Ci ha invitati a considerare i suoi scritti come “Cammini”. Meglio, come “Holzwege”. Che significano per lui gli “Holzwege”? Ci siamo dimenticati il suo avvertimento che ci dice espressamente che questi sentieri tra i boschi, senza apparente uscita, conducono i taglialegna al loro luogo di lavoro? (Sentieri interrotti, La Nuova Italia, 1984). Chi sono questi boscaioli? Su quale posto di lavoro devono recarsi? Quale bosco hanno l’incarico di “rischiarare”? Quale legname sono incaricati d’estrarre? Per chi sono costretti a farlo? Per Heidegger, poiché solo lui sembra essere l’accomandante esclusivo della “Cosa”? Altrimenti a quale datore di ordini sono obbligati di obbedire? Questi problemi di fondo posti dagli scritti di Heidegger sono lontani dall’essere risolti.

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Opera di Ettore Peroni

Kant, in un testo celebre di storia, aveva paragonato l’umanità a un bosco. Il bosco che Heidegger si propone di rischiarare invitando i taglialegna a avanzare sui suoi "Cammini" sarebbe la stessa umanità? A quale fine il "chiarimento" della foresta deve condurre? Quale uso vuole farne il mandante della legna estratta? È destinata a essere bruciata? Innanzitutto, dove va depositata? Quali criteri hanno presieduto all’estrazione? Com’è stata decisa, addirittura programmata, la selezione delle essenze? Di chi infine si è avvalso il mandante per agire in tal modo, a meno che non sia egli stesso il proprietario del bosco? Perché Heidegger vuole che ci inoltriamo sui suoi sentieri per il taglio del bosco senza dirci ciò che vuole fare proprio del suo "bosco", né dirci chi l’ha autorizzato a agire in questo modo?

Il primo “Holzweg” che ci propone nel 1950, all’epoca dell’edizione del suo lavoro, mentre è ancora sospeso dall’insegnamento dagli Alleati, è L’origine dell’opera d’arte. Qual è per Heidegger il significato della pratica artistica? Perché per lui è intimamente legata alla Storia, al punto di condurre questa ultima a uno “scoppio” o a un “ricominciamento”, addirittura a una “ripresa”? Perché occorrerebbe secondo Hölderlin - di cui si sa che considerava la "Germania" come “il sacro cuore dei popoli” - che la nazione tedesca divenga "la potenza che comanda la realizzazione della Storia”? Perché questa dovrebbe essere considerata come "il tempo del dominio germanico del pianeta"? Perché la Storia dovrebbe essere "il risveglio di un popolo essere a ciò che gli è dato di compiere”? (Sentieri interrotti, cit.). Perché Hölderlin dovrebbe essere "il poeta dell’opera" che restava nel 1935 e "che resta ancora oggi" a detta di Heidegger - “ai tedeschi da adempiere”? Se si tratta della storia tedesca della dominazione planetaria di un popolo-razza su tutti gli altri popoli diventati suoi schiavi, che cosa dobbiamo fare di questi “Holzwege”? Pubblicare questa conferenza che incita al combattimento e alla epurazione, dopo la scoperta da parte degli Alleati dei carnai di Auschwitz e di tutti i macelli umani installati nei territori conquistati dalla Grande Germania per il regime nazista, è qualcosa molto di più che indecente. Sopra tutto quando si sa che i nazisti al comando della Wehrmacht sono stati fermati nel compimento criminale - per milioni di volte - della loro pretesa "missione" con la vittoria degli Alleati.

Che cosa annunciava la conferenza su L’origine dell’opera d’arte (Marinotti, 2000) nel 1935, l’anno stesso in cui Heidegger legittimava l’introduzione della violenza più sordida nella sua “Metafisica”? La “liberazione della Terra affinché sia una Terra” (Sentieri interrotti, cit.). Che cosa intendeva con “liberazione”? Mirava alla liberazione della Terra dagli ebrei e da tutti i popoli indesiderabili ai suoi occhi? Se è così, cosa significa la reiterazione di questa conferenza nel 1950? Quale necessità aveva di ricordare questi orrori? Quale interesse aveva Heidegger lo stesso anno nel rigettare la ragione della pratica del pensiero, alla fine della sua conferenza intitolata: La parola di Nietzsche: “Dio è morto” (Discorsi, Il Nuovo Melangolo, 2005)? In virtù di quale necessità l’approccio dell’essere dovrebbe farsi esclusivamente a partire dalla Logica di Hegel? Perché l’accesso all’essere è costretto a cominciare dando all’uomo la “posizione dell’assoluto” (“Hegel e il suo cammino dell’esperienza”. Sentieri interrotti, cit.)? In virtù di quale autorità dobbiamo essere spinti a riconoscere che “ciò che resta, i poeti lo fondano”? Ammettendo che la pretesa “stirpe germanica”, sedicente parente della “stirpe ellenica", secondo Heidegger, aveva bisogno di poeti in tempo di pericolo e proprio di Hölderlin? A quale esigenza non confessata ubbidiscono tutte le contingenze che Heidegger ci vorrebbe imporre come necessità ontologiche?

In che modo Heidegger, sospeso dall’insegnamento su domanda del Senato dell’università di Friburgo, ha osato sfidare l’interdizione di tenere corsi pubblicando dei principi di pensiero e di vita contenuti nei corsi degli anni trenta e quaranta, che sono serviti di fondamento all’azione dei nazisti: il rigetto della ragione, la valorizzazione del ceppo germanico, addirittura la sua assolutizzazione? Il taglio della legna del bosco non significava negli anni trenta-quaranta lo sradicamento degli ebrei dal “bosco germanico” per potere realizzare pienamente l’“habitat poetico” “planetario” dei tedeschi? Quale lettura occorre fare di questi testi oggi? Una lettura immanente, piattamente ingenua, totalmente cieca di fronte alla realtà, come è di moda da 1950 in certi ambienti educativi, o una lettura sintomale illuminante? Le parole e le immagini adoperate da Heidegger sono dei segni che rinviano alle realtà abitualmente prese di mira dal linguaggio corrente o sono segni leggibili solamente a partire da un altro sistema di codificazione o di parecchi altri? Heidegger ha infine detto agli ascoltatori del suo corso su Nietzsche, nel 1937 che nella cornice del suo nuovo sguardo le parole fondamentali avevano cambiato di senso (Nietzsche, Adelphi, 1994). Quando si sa che per lui “le parole fondamentali sono storicizzanti” (Ibid.) si è in diritto di interrogarsi sul modo di cui l’opera è stata compresa a tutt’oggi dai pretesi specialisti. Per contro non ha detto niente sul senso dei simboli che adoperava, sui quali ha preferito “mantenere un silenzio totale” accontentandosi di dichiarare nel 1935 nel suo commento del Reno di Hölderlin che ogni ascoltatore era “lontano dal segreto, differentemente” (Gli inni di Hölderlin, Bompiani, 2005). Ma oggi si sa, purtroppo! in che cosa consisteva il “segreto” di questa “felicità pesante da portare” il cui “incarico” era stato “confidato” da lui “ai tedeschi” di “stirpe” e presentata abusivamente in termini di “missione”.
Alla luce di questa mezza messa a punto heideggeriana, si capisce meglio perché nel suo corso sulla Fenomenologia dello spirito di Hegel, nel 1930, ha potuto definire la “pazienza” come “la virtù del filosofare” che “comprende che noi dobbiamo costantemente preparare il fuoco con legna appropriata e scelta sino a che s’accenda” (La fenomenologia dello spirito di Hegel, Guida, 2000). Perché alla fine di questo stesso corso ha detto agli studenti: “Non può esservi che solo un vero segno che voi abbiate capito qualcosa di questo essenziale inespresso che è stato costantemente trattato: che si sia risvegliata in voi una volontà di soddisfare all’opera nelle sue più intrinseche richieste – ciascuno da parte sua secondo le sue forze e le sue misure” (Ibid.). S’intende meglio alla luce di queste parole perché nel commento agli Inni di Hölderlin dal 1934 al 1945 non abbia cessato di chiedere ai suoi auditori di partecipare alla “corvée dei ceppi”, “d’accresce il carico dei ceppi”; e perché all’inizio del semestre d’estate 1942 ha stimato necessario di commentare il poema di Hölderlin intitolato Der Ister (L’inno Der Ister. Hölderlin, Mursia, 2003) insistendo particolarmente all’inizio e alla fine del corso sull’ordine dato da Hölderlin: “Jetz, komme Feuer!”. Ora, vieni fuoco! La conferenza di Wannsee da poco si era tenuta in gennaio, esattamente il 20. Il corso cominciò il 21 aprile e si concluse il 14 luglio. I primi roghi hanno cominciato a crepitare verso la fine dell’estate, come ne testimonia nella sua deposizione il comandante di Auschwitz. Ma Auschwitz-Birkenau non fu il solo sito di stoccaggio dove ebbe luogo la “venuta del fuoco”. Nello stesso periodo i forni da pane migliorati cominciarono a essere esperimentati a Belzec per fare sparire le tracce d’annientamento degli indesiderabili, e particolarmente i cadaveri ammassati nelle fosse che rischiavano di divenire compromettenti per il Reich. Come per caso i primi forni crematori ordinati dalle autorità naziste, firmati Topf e Figlio, erano appena stati consegnati e erano pronti a funzionare a pieno regime. È un caso se Heidegger, apparentemente molto bene informato, scrive in Andenken nel semestre d’inverno 1941-42 e ripete nel corso dell’anno 1943:
“Il vento del Nord-est soffia
Tra tutti lo amo,
Poiché annuncia lo spirito del fuoco”
...
Il vento del Nord-est diviene il messaggero che porta la salvezza”
“L’invio della salvezza è il ritorno nel Proprio di quello che ormai resta dov’è” (L’inno Andenken di Hölderlin, Mursia 1997).

Dobbiamo considerare l’opera scritta di Heidegger come indipendente da questa realtà storica come hanno voluto fare credere Jean Beaufret e il suo fedele amico François Fédier, o come lo lascia credere ancora oggi Peter Sloterdijk? (La politique de Heidegger : reporter la fin de l’histoire, in Heidegger le danger et la promesse, Kimé, 2006). Oppure dobbiamo considerare che l’espressione simbolica di questa opera è stata scelta dall’autore per metterlo al riparo da ogni sospetto per il suo profondo impegno nel processo di sterminio progettato come la salvezza della “razza” pudicamente chiamata “stirpe germanica”? Non è Heidegger in persona che ha detto in questo stesso testo:
“L’ombra cura il riparo che protegge dall’eccesso del fuoco”
“Il fogliame di un boschetto nasconde la grande porta aperta sul cortile...”
“Una parola può ben avere che una flebile apparenza, una “immagine” può ben sembrare di non essere là che per “fare più poetico”, la parola e l’immagine non fanno meno una “parola di salvezza” che parla secondo il pensiero fedele e riprende nel pensiero lo straniero che è stato e il patrimonio che viene secondo la convenienza che li lega originalmente l’uno all’altro” ( L’inno Andenken di Hölderlin, cit.).

Questa ipotesi è assurda oppure, al contrario, il vero filo d’Arianna che solo può condurre il lettore sino al segreto più intimo del nazismo?
Come intendere un’espressione tale che: “L’opera libera la Terra affinché sia una Terra” pronunciata in novembre 1935, due mesi appena dopo la promulgazione delle leggi razziste di Norimberga? Come intendere: “L’uomo è Dio”, “Il bene è il male”, “il male è il bene”, “la libertà è libertà per il bene e per il male”, parole pronunciate nel 1936 nel corso su Schelling? O quest’altra proposizione emessa negli anni trenta “l’essenza della libertà che è il problema fondamentale della filosofia” consiste nel “divenire essenziale nel volere effettivo della sua propria essenza”. “Il volere effettivo implica sempre d’essere in chiaro, di essere messo in chiaro sui motivi”. “Chiunque vuole efficacemente non vuole nient’altro che il dovere del suo Dasein”. “L’essenza ci dimora chiusa fintanto che noi non diveniamo noi stessi essenziali nella nostra essenza” (Schelling. Il trattato del 1809 sull’essenza della libertà umana, Guida, 1998). Di quale essenza può ben trattarsi quando l’imperativo della ragione pratica di Kant è stato rigettato come improprio e che Heidegger dichiara nel 1935 nel commento del Reno che “la storia è sempre la storia unica di tale popolo [...] qui, la storia della Germania”, che “il momento cruciale della nostra storia è venuto” (Gli inni di Hölderlin, cit.) e, nel 1941, che “è necessario che in questo istante del mondo i tedeschi sappiano che cosa potrebbe essere loro richiesto nell’avvenire se lo spirito della loro patria deve essere un cuore sacro dei popoli” (Concetti fondamentali, Il Nuovo Melangolo, 1996).

Come credere in queste condizioni che, malgrado la loro apparenza filosofica gli scritti di Heidegger ci parlino esclusivamente di filosofia? Non è stato lo stesso Heidegger a decretare la morte della filosofia e che ha invitato a sostituire alla filosofia un nuovo cominciamento del pensiero? (Per la determinazione della filosofia, Guida, 2002). Non è sempre lui che ha dichiarato a Jean Beaufret nelle interviste di Cerisy nel 1955 che “non c’è filosofia di Heidegger, e anche se dovesse esserci qualcosa di tale, non mi interesserei a questa filosofia” (Saggi e discorsi, Mursia, 1991). Confrontati a tali posizioni dobbiamo porci la questione: che cosa facciamo quando leggiamo Heidegger? Capiamo la sua concezione dell’essere? Aderiamo a questa concezione o ci accontentiamo di sorvolare i suoi scritti raccogliendo la schiuma delle parole che trattengono la nostra attenzione e disinteressandoci di tutto il resto? Ma di questo resto che cosa ne facciamo? Non esisterebbe più per noi perché non sollecita più il nostro interesse? Non dobbiamo al contrario interrogarci per sapere che cosa contiene realmente? A partire da qui si pone la questione di sapere se per leggere Heidegger occorre fare appello a una sola codificazione o a molte.

La codificazione del linguaggio corrente in Heidegger si duplica con una codificazione etimologica facilmente leggibile ovunque (“aletheia”, “poiesis”, “pur”, ecc.). Ma non si può fermarci qui. La codificazione etimologica si duplica a sua volta con una codificazione propria di Heidegger ( “o logos” è “to pur”, “art” uguale “intensificazione della volontà di potenza”; “habitat poetico” uguale “Reich germanico”; “giustizia” uguale atto di “costruire, d’eliminare, d’annientare”; “genos” uguale “stirpe” e non “genere”; “poiesis” significa “trattamento medico”, ecc. Tralascio tutti i neologismi inventati da Heidegger per adattare la scrittura del suo mondo al suo immaginario. Si è obbligati di constatare che queste codificazioni concettuali in soprannumero per rapporto all’espressione filosofica corrente sono ancora avvolti da una codificazione simbolica (il carico dei ceppi, l’habitat poetico, il poema, la capanna, la coppa in argento, il Geviert [quadrilatero], l’orcio, gli Holzwege, la caverna, l’impalcato, ecc. La più parte di questi simboli sono presi a prestito da domini esoterici conosciuti ma i loro significati sono stati modificati, e questo fa del simbolico esoterico di Heidegger un simbolico totalmente originale d’apparenza ingannatrice e dal contenuto ultra segreto. Un contenuto di cui “ciascuno è lontano da una distanza più o meno grande” “in funzione del suo grado d’accesso al segreto” in seno alla “comunità” (Schelling..., cit.; Gli inni di Hölderlin, cit.).

Ma Heidegger non si accontenta di giocare con un’ampia tavolozza di codificazioni, si compiace d’utilizzare una pullulazione di “perversioni di senso” che snaturano le opere di ogni autore che studia. Aristotele, Platone, Cartesio, Kant, Schelling, Leibniz, Nietzsche, Hölderlin sono stati tutti mutilati per divenire conformi alle esigenze della “mira” heideggeriana (ontico-ontologica) della totalità. Questa desostanzializzazione heideggeriana degli autori di tutte le tradizioni (filosofica, poetica, mistica, artistica, esoterica, ecc.) è diventata talmente proverbiale che lo stesso Heidegger ci si riferiva nei suoi corsi ma senza cambiare di uno iota di quello che diceva e qualche volta facendo prova di una arroganza altezzosa difficile da sopportare: “noi affiggiamo la pretesa d’essere “più filologici” che questa rifrittura irriflessa di “filologia scientifica” (Concetti fondamentali, cit.). Si sa che cosa è divenuto Anassimandro nei Concetti fondamentali tra le mani di Heidegger. Il professore era troppo annebbiato dalla lucentezza del suo pensiero che doveva “restare -diceva – come una stella nel cielo del mondo” per rimettere in causa la validità del suo sguardo abusivamente qualificato da lui, all’origine del suo pensiero, di “fenomenologico”. Sarebbe stato più giudizioso di dire “fenomeno-tragico” riferendosi al suo passaggio obbligato per “l’essere-in-colpa” nel senso che il suo amico pangermanista antisemita Max Scheler dava a questa parola.

Quando poi al seguito di un’analisi abbastanza lunga abbiamo reperito tutte queste stranezze, che le abbiamo identificate, una questione ci si pone nuovamente: che cosa c’è realmente nell’opera di Heidegger? Quale messaggio ha voluto trasmetterci? A chi si è realmente indirizzato con le sue lezioni, nelle sue raccolte e nelle sue conferenze? Perché ha proceduto a una ricodificazione continua dei segni del linguaggio? Siamo in presenza di un arricchimento di senso per rapporto alle letture filosofiche tradizionali? O noi abbiamo a che fare con una produzione patologica d’apparenza scientifica le cui referenze culturali mascherano insieme la fisionomia e il contorno. Come questa produzione si inserisce nella produzione storica dell’epoca? Ne è essa totalmente separata? Si accontenta d’accompagnarla commentandola come l’opera di Hegel accompagna per un tempo la conquista di Napoleone? Oppure, e sarebbe gravissimo, traccia essa per gli attori politici le vie da seguire per giungere ai fini che noi sappiamo e non osiamo nominare. I filosofi francesi non hanno mai voluto esplorare questa via, a parte qualche rara eccezione molto vilipesa subito da nugoli di accoliti del presunto “grand’uomo”. Poiché numerosi indici ci incitano a farlo, noi riprendiamo questo cammino dimenticato.

Perché Heidegger si compiace tanto di parlare della “liberazione dei prigionieri dalla caverna”, di parlare di “Fornace”, di “rogo”, di “fiamma”, di “sacrificio”, di “libagione”, di “offerta agli dèi”? Perché utilizza in modo così ostentatorio la lingua del “sacro” per opporsi al cristianesimo che vitupera? Perché si compiace a evocare “i corpi pieni di vita che cadono in polvere”, “la potenza del fuoco che dapprima illumina e che non cessa di consumarsi sino allo sbiancamento della cenere”? (Testi su Abraham a Sancta Clara e su Trakl posteriori al genocidio). Perché facendo riferimento al pastore antisemita Abraham a Sancta Clara dice che “il pensiero è il pensiero fedele” tredici anni dopo Che cosa significa pensare? (Guanda, 1996)? Tutte queste posizioni ci interpellano. E se noi ci fossimo completamente ingannati sul conto di Heidegger? Se invece di sembrare quel filosofo che è di primo acchito, non fosse in realtà che un sofista “ingannatore di coscienze”, secondo l’espressione di Nietzsche, cercando di stabilire, in fine, “senza fastidi né dispute”, il suo regno sulla Terra, come lo fecero prima di lui, Alessandro Magno, Napoleone o Cesare, e questo fondandosi su una ideologia di rovesciamento dei valori, su una spietata selezione delle stirpi umane, privilegiandone una tra di loro, la presunta stirpe germanica, a detrimento di tutte le altre, senza paura di ricorrere al genocidio che chiama “L’annientamento” senz’altra precisazione, al fine di non essere preso in fallo!

La negazione dell’universalità del genere umano a profitto di una pretesa “razza-stirpe” è affermata in tutta la sua opera a partire dal corso su Il Sofista nel 1924 sino al corso sulla Metafisica di Nietzsche nel 1940 dove trova la sua apoteosi, passando per I problemi fondamentali della fenomenologia nel 1927, i corsi dell’anno 1933 e l’Introduzione alla metafisica nel 1935. Per dire che Heidegger non era razzista, bisogna non aver mai letto i suoi testi. Naturalmente, lo è in modo più sottile che Drumont o Darré. Egli pone dinnanzi i rapporti logici di condizioni necessarie e sufficienti, incede con calzature verniciate di retorica e non con i grossi zoccoli del pagliaccio da circo. Ma il fatto è là. La sua lettura razzista di Platone differisce certamente da quella di Günther e di Julius Stenzel, ma le “stirpi dell’essere”, le cinque “gene” non servono meno di paradigma grazie al principio d’analogia, per l’affermazione della “divisione in stirpi del Dasein”. C’è la “stirpe germanica”, la “stirpe genitrice greca” la “specie degenerata”. “”Paragone non è ragione” [Comparaison n’est pas raison] avrebbe detto Châtelet, ma che cosa importa a Heidegger poiché il suo paradigma è per lui verità. Il “sangue e il suolo” sono bene, per lui, dei principi fondatori e non una semplice concessione di circostanza al regime nazista. Jaspers che non poteva crederlo nel 1933 leggendo il Discorso di rettorato, l’ha appreso a sue spese, negli anni seguenti, ma troppo tardi.

Peraltro sappiamo come Heidegger ha cercato di vivere l’ideale di Nietzsche: “Dioniso contro il crocifisso”, che presenta come la sola comprensione autentica di Nietzsche nel suo corso sui Concetti fondamentali della metafisica? Se al posto di sviarci in considerazioni oziose sul “Da” di “Dasein” , noi seguiamo questa pista alla quale Heidegger si è costantemente riferito dal 1929 (Nietzsche “era già salutare dal 1909”, dice nel corso su Nietzsche del 1937) forse scopriremo un Heidegger molto differente da quello che i suoi turiferari ci hanno presentato. Heidegger, nel 1961, ha dichiarato d’avere aderito alla causa di Nietzsche nella Prefazione dell’edizione dei suoi corsi sull’autore di Ecce homo. Perché non volere prestare attenzione alla sua parola? Avremmo la pretesa di sapere meglio di Heidegger, senza averlo letto attentamente, quello che Heidegger ha pensato, semplicemente perché non bisognava a nessun prezzo che fosse stato nazista per certi filosofi francesi, questo al fine di non oscurare la sua immagine di marca inventata di sana pianta col disprezzo dell’evidenza. È grottesco. Un pensatore che considera la guerra come il padre di tutte le cose, che dichiara necessaria la sua esistenza per assicurare la divisione dell’umanità in dèi e schiavi, che afferma senza battere ciglio che la concezione del bene uscita dal cristianesimo e dell’umanesimo è un male, che bisogna chiamare Bene il Male, che dichiara freddamente che l’umanità dev’essere sottomessa “a questa razza che possiede l’attitudine essenziale a assumere la sua dominazione sulla Terra intera”, “inseguendo incessantemente” “il nemico interno, se occorre inventandolo” (Nietzsche, cit.; Schelling..., cit.), è un pensatore che non rientra nella filosofia o allora non sappiamo più quello che parlare vuole dire. I “filosofi” heideggeriani francesi hanno approfittato del misconoscimento dei testi di Heidegger che era quello dei suoi auditori o dei suoi lettori per affermare delle contro-verità assolutamente irricevibili. Forse sono loro stessi vittime delle loro lacune e delle loro illusioni.

Intermediario tra il “poeta” che l’ispira e l’”uomo politico” che egli dirige, il “filosofo” Heidegger – così si designa lui stesso nel 1934 – traccia le vie da seguire per realizzare la sua “fenomenologia dell’essere” concretizzata nella storia e indica le tappe da superare per compierla. Si tratta di realizzare una “ri-voluzione” che non sia più soggetta al ritorno indietro e per questo, Heidegger doveva assolutamente sradicare “il Male”, - ciò che per lui era considerato come tale – questo male che Kant designava con queste parole: “Questi palestinesi che vivono tra di noi” - al fine di lasciare il posto netto alla sola edificazione del “bene”, intendiamo del Nuovo Bene, ovvero, l’antico Male. Oggi la decisione radicale enunciata nel 1935 nella Introduzione alla metafisica, riletta con un distacco storico di più di settant’anni, fa fremere: “[...]noi affrontiamo – dice – il grande e lungo compito di sgombrare [“abzutragen”] l’origine di un mondo invecchiato e di costruirne uno veramente nuovo, ossia situato nella storia. [...] Solo il sapere più radicalmente “istoriale” può farci sentire il carattere insolito dei nostri compiti e evitarci di vedere sopraggiungere nuovamente una semplice restaurazione e una sterile imitazione” (Introduzione alla metafisica, Mursia, 1990).

Qual era questo “mondo invecchiato” (“altgewordene Welt”) che non apprezzava proprio? Di tutta evidenza, quello che aveva costruito Abraham con la sua fede e con il suo esilio, quello che Mosè aveva consolidato con la sua Legge, quello che aveva perfezionato Cristo con il Vangelo e che avevano diffuso i suoi discepoli su tutta le terra abitata, ovvero: non solamente in un mondo di idee ma la popolazione ebraica nel suo insieme. Dal 1924 Heidegger nel suo corso di Marburgo su Il Sofista aveva assimilato, certo in modo “eufemistico”, ma ben reale, l’ebreo Husserl a un “sofista” e i sofisti al “Niente”. Il riferimento al Niente era patente nella Lezione inaugurale del 1929 e sarà molto più marcata ancora nella conferenza su Abraham a Sancta Clara nel 1964, ma potevano comprendere questi propositi solo coloro che sapevano negli anni trenta-quaranta quello che mirava Heidegger, ossia il “gruppo di choc” che l’aveva accompagnato a Marburgo e la “scorta” già molto abbondante dei suoi discepoli armati, ovvero, dei “prigionieri della caverna” che la sua parola aveva “liberato”. Ossia, nello spirito di Heidegger, coloro che non erano già più degli “uomini” assoggettati alla Legge di Mosè, né contaminati dall’influenza nociva della “stirpe degenerata” (“nicht arisch”) ma dei “superuomini”, in altri termini dei “semidèi” (Gli inni di Hölderlin, cit.).

Sappiamo oggi che queste parole, dette appena tre anni dopo la presa del potere, nel 1935, non erano semplicemente delle parole gettate nell’aria ma delle decisioni politiche reali che andavano a compiersi senza tardare, in maniera irreversibile e – non esitiamo a dirlo – apertamente diabolica. Il pianeta intero avrebbe saputo quello che significava per Heidegger: “Il “superuomo” è l’uomo che da all’essere un fondamento nuovo” - nel rigore del sapere e nel grande stile della creazione” (“La volontà di potenza come arte”, semestre d’inverno 1936-1937, ultima parola del corso, Nietzsche, cit.). Tre anni più tardi, nel 1940, doveva dichiarare che “l’atto di creare” implica come condizione necessaria “l’annientamento”.
“Costruire non va senza eliminare”, dice.
“Il pensiero costruttivo è sia eliminante che annientante”.
“Ogni costruire (in quanto creare) implica il fatto di distruggere”.
“L’eliminazione che distingue e preserva, è il modo supremo di conservare”.
“L’annientamento è il modo supremo della contro-essenza per la conservazione e l’intensificazione”.
“Il fatto d’annientare assicura il pensiero contro la pressione di tutte le condizioni di declino”.
“Giustizia” significa “l’intenzione di conservare qualcosa che è più che tale o talaltra persona”.
“La giustizia” è concepita “in quanto maniera di pensare costruttiva, eliminante, annientante”.
(“La metafisica di Nietzsche”, Nietzsche, cit.).

Quello che era stato annunciato sotto una forma ancora eufemizzata nel 1935, ma che di fatto era preparata dal 1919, e aveva cominciato a realizzarsi nel 1933, stava per trovare il suo compimento e, nello spirito di Heidegger, la sua piena conclusione, dal 1942 al 1945 con il genocidio (Der Ister – Il fuoco. Fine del percorso del fiume nazista). Dalla sorgente (1919) la corrente è ora arrivata all’estuario (1942). La missione ariana del ritorno alla pura origine greca è ritenuta essere terminata: “Ite missa est”. Per l’anniversario della sua morte Hölderlin deve trovare tutto il lavoro realizzato, la sua “profezia” compiuta. Ma non è andato tutto come previsto. L’alleanza dei comunisti e dei liberali è giunta a confondere le carte. Bisognava ricominciare applicandosi meglio. Era quello che andava concretizzando la ripresa delle conferenze e delle pubblicazioni destinate alla rimobilizzazione del Dasein, ripresa che inaugura la seconda ondata di condizionamento a partire dal 1949 (“Sguardo su ciò che è”, Conferenze di Brema e Friburgo, Adelphi, 2002). Ma prima d’interessarci a questa seconda ondata, proseguiamo a interessarci degli effetti della prima.

Che il “filosofo”, dal 1919, ovvero da quando ha effettuato la “messa in pratica del suo sguardo fenomenologico” (L’abbandono, Il Nuovo Melangolo, 2004) abbia indicato la via da seguire e mostrato le tappe per realizzarla, è quello che dicono, ciascuno da parte sua, Heidegger e Hitler. Il primo, segnatamente, nel commento degli Inni di Hölderlin e nei “Cammini esplicativi” del 1937 (Conferenze di Brema e Friburgo, cit.), il secondo in numerosi capitoli del Mein Kampf. Non saremo quindi stupiti se fondato su questo accordo e “assicurato d’essere obbedito”, come lo dice nei suoi corsi su Nietzsche (“La volontà di potenza come arte”, Nietzsche, cit.), Heidegger abbia potuto dichiarare il 3 novembre 1933 che “Il Führer e lui solo è la verità presente e futura della Germania e la sua legge”. Perché “lui solo”? Perché di tutti i “creatori” e di tutti i “guardiani” che ha formato, è il solo che di fatto gli obbedisca al dito e all’occhio per la sua cieca confidenza, la sua totale assenza di cultura e il suo fanatismo risoluto. Heidegger avrà di che dire a partire con gli altri “guardiani” che ha formato – sarà il secondo “pungolo” della sua vita dopo quello della “fede delle origini”, ma con Hitler va tutto bene. Con lui potrà “poetizzare” come intende poiché “comandare” e “poetizzare” sono ormai tutt’uno (La volontà di potenza in quanto conoscenza, 1939, in Nietzsche, cit.). I testi di Heidegger relativi alla significazione dell’atto di comandare sono molto numerosi. Sono presentati essenzialmente nei corsi su Nietzsche, e i modi del comando sono talmente spiegati bene, ognuno nella sua propria essenza, che non possiamo commettere errori sulla natura di colui che comanda (Nietzsche, cit.; Sentieri interrotti, cit.).

Quanto all’identificazione del filosofo che ha assicurato il condizionamento di Hitler, nessun dubbio non più è possibile, tenendo conto di tutti gli elementi che ci fornisce Hitler sulla questione (Mein Kampf, Ers, 2000). Basta leggerlo. Il nome di Heidegger non è mai citato ma la “nuova concezione del mondo” di Heidegger è interamente circoscritta e l’appello alla violenza che implica, esplicitato. Tuttavia non possiamo forzare a vedere la realtà i portatori d’incensieri che non vogliono vedere. Sicuramente è più entusiasmante agitare il turibolo per spargere fumo che guardare la verità in faccia. Quando si è inteso la simbiosi esistente tra i due partner associati non si è più stupiti che editando nel 1953 il suo corso del 1935 sulla Introduzione della metafisica Heidegger abbia potuto parlare della “verità interna e della grandezza del nazional socialismo” (parola per parola: “di questo movimento”, Introduzione della metafisica, Il nuovo Melangolo, 1992), e che facendo il suo corso sulle Questioni fondamentali della metafisica durante il semestre d’inverno 1935-1936, per illustrare la “mathesis”, “l’atto d’apprendere”, “nel suo stesso esercizio”, Heidegger abbia fatto ricorso a delle considerazioni sul “maneggiamento del fucile modello 98”. Si vede subito, proprio così, il legame necessario che esiste tra la verità matematica presa in se stessa e “l’uso delle armi” tale come è praticato dai nazisti e dalla Wehrmacht (Che cos’è una cosa?, Die Frage nach dem Ding, VII, Niemeyer Verlag, 1962). Questa pagina che è un vero documento d’antologia del condizionamento nazista in cui Heidegger si trasforma in maresciallo d’alloggio istruttore si riconosce, purtroppo, lo stesso Heidegger che il 25 novembre 1933 durante la cerimonia d’immatricolazione degli studenti aveva fatto ufficio di sergente recrutatore per arruolare gli studenti nelle sezioni d’assalto: “lo studente tedesco passa al presente nel servizio del lavoro; si tiene a fianco della S.A.; rimane assiduo alle uscite sul terreno” (Traduzione addolcita di François Fédier, Écrits politiques, Gallimard). Heidegger esige, di più, da ogni studente che conserva in memoria per ripetere “il sacrificio” di “Albert Léo Schlageter”.
Se Boileau poteva dire di Molière:
“Nel sacco ridicolo dove Scapin l’avvolge
Io non riconosco l’autore del Misantropo”,
noi possiamo, a nostro turno, in un plagio senza pretese, dire a proposito di Heidegger:
“Nel corso affliggente d’un istruttore di guerra
Si vede l’effetto perverso del genio di non molto tempo fa”.
“Le “mathemata” sono le cose – dice – nella misura in cui noi le prendiamo nella conoscenza”. Siamo molto felici d’apprendere che durante il semestre d’inverno 1935-1936, che queste “cose” sono i fucili delle SS e quelli dell’Armata tedesca, destinata a “liberare” artisticamente “la Terra affinché sia una terra”. D’altronde sappiamo grazie alla testimonianza di un medico, riferita da Hugo Ott, che Heidegger rilevava nel 1933 i rapporti d’allenamento paramilitare degli studenti, stabiliti dall’anziano ufficiale di carriera Georg Stieler. Militante attivo dello Sthalhelm, recandosi lui stesso sui luoghi d’esercizio, nelle cave d’argilla dello Schönberg, “come se il rettore fosse il comandante in capo di queste associazioni” (Hugo Ott, Martin Heidegger, Éléments pour une biographie, Payot, 1990).

Alla vista di questi opprimenti elementi bellicisti che strutturano l’opera di Heidegger e ne costituiscono la carpenteria logica solidamente ancorata in Scharnhorst da una parte, in Clausewitz da un’altra (Cfr. Il discorso di rettorato[L’autoaffermazione dell’università tedesca, Il Melangolo, 2001], e il corso su Schelling), diviene urgente mettere in guardia i lettori contro i tentativi laudativi degli heideggeriani francesi e altri che s’impiegano per accreditare la purezza d’intenzioni di questo psicopatico dalle mire imperialiste che non ha mai avuto una parola di compassione per tutte le vittime delle sue conquiste guerriere e, ancora più grave, per quelle delle sue “estrazioni boschive”. Leggendo il testo del 1937 sull’appello dei Francesi alla collaborazione, i testi sulla metafisica di Nietzsche e sulla giustizia del 1939 e del 1940 facenti appello all’annientamento possiamo ancora restare di fronte alla sua azione reale con la sola attitudine del sospetto? Come avrebbe potuto Heidegger se non fosse stato piazzato molto in alto nella gerarchia nazista annunciare nel 1941 delle “decisioni immanenti” nella sua lezione sui Concetti fondamentali poco prima della conferenza di Wannsee? Perché la professione dell’ordine hölderliniano di messa a fuoco risponde, in primavera dell’anno 1942, alla decisione responsabile d’effettuare dei compiti insoliti presa l’anno precedente nella lezione sui Concetti fondamentali, nel caso in cui la Germania fosse “chiamata a divenire un cuore sacro dei popoli”? Questi “compiti insoliti” erano stati annunciati nella lezione sull’Introduzione alla metafisica nel 1935. Ora si capisce meglio perché la lezione del 1941 a potuto essere intitolata: Concetti fondamentali. Quale posto doveva occupare Heidegger nella Germania nazista per essere al corrente di questo grande segreto e per permettersi di dare l’ordine supremo di appiccicare il fuoco in linguaggio codificato, appena velato? La risposta s’impone da sola.

Leggendo i corsi e le conferenze degli anni 1940, 41, 42, 43, non possiamo rimanere indifferenti a ciò che leggiamo. L’annientamento è richiesto per “prevenire ogni rischio di declino”. La rivoluzione tedesca heideggeriana non deve finire in una piatta imitazione dei greci o per le “basse acque” di un “volgare umanesimo”. Heidegger vede più grande. Nel suo inno “alla fiamma e al fuoco” del solstizio d’estate 1933, egli chiede all’“ardore della fiamma di fare sapere che la rivoluzione tedesca non è sopita, e d’illuminare il cammino sul quale non c’è più ritorno” (Écrits politiques, cit.). “Nessun ritorno”! Dopo la scoperta degli Alleati di tutti i carnai e di tutti i campi di sterminio nazisti queste parole non fanno solamente freddo alla schiena, ma gelano d’orrore!
Come possiamo ancora chiamare filosofo qualcuno che ha la mostruosità di pensare una tale barbarie? Diciamolo ancora più chiaramente, d’instaurare sulla Terra la potenza di un inferno di fiamme e uccisioni dopo le quali le turpitudini di Sade e i furori immaginari di Dante non sono che “dei giochi di bambini” letterari. Un inferno politico di tortura, di terrore e di assassinio per portare a termine una dominazione imperialista senza precedenti, mirante non solamente alla conquista della Terra ma egualmente la trasformazione dell’uomo in profondità al punto di fare di tutti gli esseri umani dei mostri sanguinari senza freni privi di ogni scrupolo e di ogni autonomia spirituale.

Nel corso sull’Essenza della verità nel 1933 (Adelphi, 1997), proclamava nuovamente la necessità della guerra come l’aveva fatto nella sua tesi su Essere e tempo nel 1927 (Mondadori, 2006), ma questa volta avventurandosi ancora più lontano, accompagnadola di una “caccia al nemico interiore” foss’anche “innestata sulle radici del Dasein germanico”, mirando con questo i matrimoni misti, segnatamente quello di Jaspers la cui moglie ebrea l’aveva gentilmente ospitato per alcuni anni, e quello di Misch con la figlia di Dilthey – matrimonio che Dilthey, molto apprezzato da Heidegger, non vedeva di buon occhio. Come possiamo considerare ancora le sue parole come anodine lo stesso anno in cui proclama che l’antisemitismo forsennato di Hitler è “la verità presente e futura della Germania e della sua legge”? Perché, se le intenzioni di questo autore fossero state pure, una delle conferenze che fece in Italia nel 1936, qualche mese appena dopo la promulgazione delle leggi di Nuremberg, sarebbe stata proibita agli ebrei? Era andato in Italia a portare il lievito nazista dell’antisemitismo allora che questo paese era esente e non aveva nessuna voglia di conoscerlo? Perché se fosse stato come si è voluto farlo credere perseguitato dai nazisti per le sue idee avrebbe avuto diritto a tenere due conferenze nel 1936, a Roma, una sull’Essenza della poesia, quando si sa che la “poesia” per la sua penna designa dal 1924 il “trattamento medico” del popolo tedesco, l’altra sulla Università tedesca e l’Europa quando si sa quale missione ha imposto all’università tedesca in quanto strumento di punta dello “Sturm” nazista? Il Senato universitario di Friburgo non gli ha mai perdonato d’avere aggiogato l’università al servizio del lavoro e al servizio militare al fine di realizzare la sua smisurata ambizione di “Grandezza” antisemita pangermanica.

Heidegger ha fatto ampio uso d’eufemismi per fare credere che la sua adesione al nazismo era stata l’effetto di una illusione passeggera, e occorre bene un giorno o l’altro attribuire alle parole il loro senso reale e aggiustarle alle mire manifeste, quelle della “salvezza”, dell’“epurazione”, della “dominazione razziale”, della “grandezza planetaria” e del “rogo”. Perché la “salvezza” heideggeriana deve passare obbligatoriamente per l’impiego del fuoco per mettere un termine al presunto “sradicamento dell’Occidente”? Quando si legge Heidegger dopo avere riletto il Nuovo Testamento si è portati a chiedersi se Heidegger non si sia attribuito il ruolo della Provvidenza tale com’è annunciato alla fine dei tempi, ruolo che consiste nel “legare in fascine l’erba cattiva e gettarla nel forno”? I carri da bestiame che senza tanti riguardi portavano le famiglie ebraiche, ceche, russe, zigane, e altre nelle camere a gas e all’“anus mundi” non potevano essere assimilati a queste relazioni in fascine? Heidegger rigettando completamente il cristianesimo, ma attribuendosi le funzioni d’epurazione devolute a Yaweh si sarebbe preso per il dio Dioniso (nome che Nietzsche aveva dato all’Anticristo, non sapendo come chiamarlo), generando una nuova guerra e utilizzando il suo vino – attributo tradizionale di Dioniso – al fine di realizzare la sua “missione salvatrice” consistente – per lui – nel liberare definitivamente i prigionieri della caverna? Ovvero l’Europa intera dalla presenza degli ebrei e dal cristianesimo. Hitler, in questo caso, non sarebbe stato che “l’uomo politico” fantoccio esecutore delle mire del “grande uomo” - termine per il quale si compiaceva a designare nel Mein Kampf il “grande filosofo” creatore di una “nuova visione del mondo” che era più – diceva – del programma di un partito politico. Quando si mettono in parallelo gli scritti di Hitler e quelli di Heidegger si è colpiti per l’identità dei punti di vista che è espressa dietro dei vocabolari differenti, certo, ma confluenti in fin dei conti nello stesso risultato. Hitler ci dice in Mein Kampf che un libro destinato alle folle non deve essere scritto allo stesso modo di un libro destinato a un pubblico colto. È agevole vedere che la divisione dei compiti è stata eseguita correttamente.

L’“uomo politico” e il “pensatore” che dice d’avere “forgiato i suoi cardini partendo dagli enigmi dell’esistenza” (Il sentiero di campagna, Il Nuovo Melangolo, 2002) s’armonizzano perfettamente come una porta che gira sui suoi cardini s’incastra nel suo infisso, qui, il suo quadro concettuale. La battaglia di Hitler appare come la realizzazione della “guerra” e dell’“annientamento” voluti da Heidegger per imporre al mondo la sua concezione dell’essere. Voluti, ma rivelati solamente in maniera sempre più precisa a misura delle necessità dell’azione e dell’adattamento dello scopo alle circostanze. Oggi che l’edizione delle opere riunite a sua cura è praticamente terminata, non è più possibile nessun dubbio sui fini perseguiti da Heidegger. Ha impiegato tutta la sua energia, durante tutta la vita, per realizzare la “gigantomachia” che doveva sfociare nella “parusia” della sua “divinità” alla punta della sua “dominazione planetaria” effettuata dalla sua razza “eletta”, quella che ha chiamato il “Dasein germanico”. L’introduzione alla metafisica e la Metafisica di Nietzsche (1935-1940) si completano al meglio su questo punto. Lo slogan unitario: “Ein Reich, ein Volk, Ein Führer” non era quello di Hitler la cui funzione si limitava a quella di un demiurgo realizzante i piani dell’architetto piazzato al di sopra di lui, ma quello del “Grande architetto” “dittatore” di cui Hitler ha rivelato l’esistenza nel Deutsche Zeitung e agli uditori dei suoi discorsi all’inizio degli anni venti, senza dire il suo nome. Obbligo al segreto, sopra tutto in quell’epoca, nel maggio 1921 e nel maggio 1923 (Cfr. Kershaw, Hitler).

Non si trattava per questo pensatore folle, per questo pseudo filosofo “architetto” nel senso faraonico e platonico del termine di sussumere la totalità nell’unità, non più solamente in modo teorico come aveva tentato di farlo Spinoza ma in modo concreto, storico, “ontico” alla maniera di Stirner, ma senza la sua rude franchezza. Si possono bene leggere e rileggere i testi di Heidegger pensando che ci si è potuti ingannare per cercare a non vedere che una lotta teorica combattuta sul piano delle idee: i fatti resistono a questa interpretazione. Le parole e i simboli miranti l’“onticità” sono inaggirabili e questo dal 1927. “L’apertura al progetto dell’essere si trasforma essa stessa necessariamente in progetto ontico”, scrive nel 1927 nei Problemi fondamentali della fenomenologia (Il Nuovo Melangolo, 1998). Tutti coloro che rifiutano di vedere il “progetto ontico” di Heidegger riaffermato nel 1929 nel corso sui Concetti fondamentali della metafisica (Il Nuovo Melangolo, 2002, cap. VI, esposizione tematica del problema del mondo), non parlano dunque di Heidegger ma di una specie di ectoplasma al quale hanno dato il loro nome. Bisogna essere veramente ciechi e sordi per non capire quello che ci dice Heidegger. Così nella stessa lezione del 1927, scrive a pagina 334: “Il comprendere a titolo di progetto di sé è il modo d’essere fondamentale dell’avvenire istoriale [das Geschehen] del Dasein. Esso costituisce pure – possiamo dire – il vero senso dell’agire. Il comprendere caratterizza l’avvenire istoriale del Dasein: la sua storicità [Geschichlichkeit]. Il comprendere non è una specie del conoscere, ma la determinazione di fondo dell’esistere. Noi parliamo pure di comprensione esistenziale nella misura in cui l’esistenza, come avvenire del Dasein nella sua storia, si temporalizza attraverso la sua comprensione. È in questo e per questo comprendere che il Dasein diviene ciò che è, e esso non è ciascuna volta che tale in quanto si sceglie, ossia tale che si comprende se stesso nel progetto del suo poter essere più proprio”.

Heidegger diceva già nel 1916 – lo ripeterà nel 1927 in Essere e tempo – che una filosofia che non s’incarna nella carne della storia è una “sopravvivenza metafisica”. Possiamo ben volere chiudere gli occhi sul commento di Trakl pubblicato nel 1953 in cui fa l’elogio del fuoco che dapprima “illumina lo spirito” per intuizione e poi “non finisce più di consumarsi sino allo sbiancamento della cenere”, questa frase, vent’anni dopo l’inno del fuoco di solstizio d’estate 1933, ci balza in volto come il morso del cobra. Si tratta della concezione alchemica dell’uroboro dei “filosofi del fuoco” sperimentata in grandezza natura non più nello spazio confinato di un laboratorio, ma nello spazio storico dell’umanità planetaria dove fa devastazioni senza numero.
Possiamo ben volere chiudere gli occhi sul suo appello alla “fedeltà della vocazione” enunciata nel 1910 e reiterata all’età di settantacinque anni nella conferenza di Messkirch su Abraham a Sancta Clara, i fatti storici non restano meno veri per questo. Non ci si può impedire di constatare che le pagine che ha scelto con cura negli scritti di Abraham a Sancta Clara gli permettono di dilettarsi della visione mentale dei “corpi pieni di vita che cadono in polvere e dalla polvere cadono nel niente”; frammenti scelti assortiti al volo, affinché possiamo comprendere meglio l’allusione, di una referenza a Sachsenhausen, località considerata qui – il pudore è d’obbligo – non come il campo di sterminio di Sachsenhausen al quale non possiamo impedirci di pensare sentendo questo nome, ma come la periferia di Francoforte. Quando ci si vuole esprimere con le parole di Abraham a Sancta Clara non si può fare di meglio, bisogna prendere ciò che egli ha detto e invitare il lettore che lo desidera a fare gli aggiustamenti necessari. A tre secoli di distanza uno stesso enunciato senza cambiare niente a quello che è stato detto precedentemente risuona di un senso totalmente differente. Heidegger era bramoso di questo genere di prestiti anacronistici la cui sottigliezza semantica era ugualmente stata sottolineata da Wilhelm von Humboldt. “Senza cambiare la parola – diceva il linguista – il tempo introduce in essa quello che prima non possedeva. Allora nella stessa dimora un altro senso è posto, sotto lo stesso sigillo di qualcosa di differente è dato, e seguendo le stesse leggi di relazione s’annuncia un corso di idee diversamente ripartite. Ecco ciò che è il frutto costante della letteratura di un popolo, ma per eccellenza si trova nella poesia e nella filosofia” (In cammino verso il linguaggio, Mursia, 1990). Quando si è inteso il metodo d’espressione utilizzato da Heidegger l’allusione è evidente. Farias non aveva alcuna ragione di ritrattarsi nel commento che aveva fatto del testo di Heidegger. Erano i suoi critici che, nella loro malevolenza pretenziosa, su questo punto preciso, si mostravano semplicemente degli ignoranti.

E che dire delle allusioni allo “straniero che va scavalcando”, alla “razza che va disfacendosi”, al “cammino dove si è ingaggiato lo Straniero che si scosta dalla razza degenerata”, ecc., espressioni esposte nel commento di Trakl, nel 1953, che sono tutte un richiamo all’azione passata destinata a rianimare la fiamma di coloro che hanno partecipato al “Einsatz” [missione], del tempo che il “pastore tranquillo” ascolta “il dolce inno del fratello contro la collina della sera”.

A partire da un certo numero di considerazioni di questo genere che vanno dall’enunciato del progetto di “gigantomachia” al diletto dell’atto e del risultato dello sterminio, lo sguardo del lettore finisce per oscillare. Il pensatore che si era voluto prendere con un ingenuo candore per un grande filosofo illuminato, appare al contrario come l’astuto direttore d’orchestra, appena dissimulato e perverso della più grande abominazione di tutti i tempi.

Non si è più stupiti, da allora, che abbia potuto portare per lunghi anni l’insegna nazista all’occhiello e che non abbia avuto la delicatezza di levarla nel 1936, a Roma, in occasione dell’incontro con il suo studente ebreo Löwit. Come stupirsi che sia venuto a fare una conferenza su Hölderlin e l’essenza della poesia, che di letterario non ha che l’apparenza, da quando si sa che considerava, già nel 1934, la poesia di Hölderlin come la più alta lezione di scienza politica (Gli inni di Hölderlin, cit.). Come stupirsi che abbia voluto che Hölderlin con la sua parola comandi lui stesso nel 1942 l’accensione dei roghi al fine di farlo partecipare a quello che aveva – secondo Heidegger – profeticamente concepito? Tale è il senso, sembra, che bisogna dare alla “potenza” che Heidegger attribuisce a Hölderlin quando dice che “Hölderlin non è ancora potenza nella storia del nostro popolo. Occorre che lo divenga. Contribuirci è politica nel senso più alto e più proprio”. Che sia Hölderlin a dare ordini è effettivamente fare partecipare Hölderlin stesso alla potenza politica. Facendo in modo che lui dia l’ordine d’accendere i roghi, Heidegger gli fa realizzare la potenza politica al più sommo grado. Ma cos’è divenuto Hölderlin tra le mani di Heidegger? Una marionetta. Niente di più. Dando l’illusione di lasciare parlare Hölderlin, Heidegger divenuto marionettista alla maniera di Kleist non fa nient’altro che una prestazione da ventriloquo. Si cerca in vano dietro la pantomima l’esercizio della filosofia. Che abbia trovato un essere incolto come Hitler per credere alla sua parola, non si può ancora capirlo, ma che tutto un popolo nelle sue sfere più colte l’abbia seguito in questa via criminale, ecco che va oltre l’intendimento. Un grande numero di tedeschi si consideravano in cuor loro come i “prigionieri della caverna” che Heidegger veniva a “liberare”? Oppure, dopo gli arresti e gli imprigionamenti massicci sono stati intrappolati da modalità della politica dittatoriale stabilita dall’Apostata e dai suoi esecutori divenuti i “lavoratori” e i “soldati” del suo muovo impero? Questo impero che era ritenuto chiudere il “ciclo della metafisica” con la realizzazione del “superuomo”, che doveva aprire la via alla “grandezza” inevitabile “della Germania” sul cammino ciclico dell’“Eterno Ritorno dello Stesso”.

Vedendo Heidegger mettere la vita degli uomini, delle donne e dei bambini in gioco per soddisfare una fede così puerile e così poco argomentata razionalmente, non si può che essere sgomenti. Com’è possibile che un essere così colto, che ha ricevuto una solida formazione cristiana, sia potuto giungere sin là? Come ha potuto divenire un tiranno così criminale, peggio ancora di Attila, facendosi rinnegato della fede dell’origine? Avrebbe vissuto troppo vicino al cristianesimo come lo dice Nietzsche? Ma che cos’è vivere troppo vicino al cristianesimo? Non avrebbe piuttosto vissuto troppo vicino a un sistema istituzionale repressivo che non avrebbe niente a che vedere con il cristianesimo? Sistema repressivo e umiliante che avrebbe creato in lui una reazione antitetica ancora più oppressiva. Non si può proprio spiegare un tale comportamento che per gli effetti coniugati di una sovrastima di sé, di una immensa umiliazione e di una grandissima frustrazione divenuta indelebile. Sembra che sia la ripercussione dell’impronta iniziale incessantemente amplificata che l’ha condotto a coltivare questo “odio” preteso “chiaroveggente” di cui ci intrattiene nel primo corso su Nietzsche (Nietzsche, cit.), un odio pressoché assoluto che non lascia nessun posto all’amore del prossimo, l’odio-vendetta di un amore contrariato e sublimato non lasciando all’amore umano altra forma d’espressione possibile che la patria, il sacrificio di sé che si deve fare alla “madre patria” (in tedesco, “Vaterland” o “Heimat”), al fine di realizzare la sua Grandezza nella Storia. Si è tuttavia in diritto di chiedersi se questo appetito di “grandezza” non sarebbe piuttosto l’espressione della paranoia del dittatore che dirige questa ascensione storica. La realizzazione di quest’ultima, in effetti, non è ormai possibile, a causa dell’inversione dei valori, che con il ricorso all’assalto (“Sturm”) e quindi con i misfatti prodotti per le truppe d’assalto, le SS e la Wehrmacht, esse stesse comandate dal capo supremo delle autorità nazionali socialiste, lui stesso diretto dal dittatore “sicuro d’essere obbedito” facente funzione di Provvidenza.

Heidegger proclamava nel suo discorso di rettorato nel 1933, “Alles Grosse steht im Sturm” *. E aggiungeva: “Noi vogliamo che il nostro popolo riempia la sua missione storica”. Quando si sa che questa missione consisteva nello sterminio del popolo ebraico che lo disturbava per costruire il suo “mondo” si è subito capito qual è il senso dell’opera di Heidegger. Gli ebrei d’Europa, i popoli d’Europa e il pianeta intero hanno subito capito in tredici anni appena quello che significava lo “Sturm” e la “missione” heideggeriani. Occorre sopra tutto che non lo dimentichiamo oggi. Ora sembra che questo sia, purtroppo, quello che contano di fare tutti coloro che incensano Heidegger senza capire realmente quello che fanno, certuni; non sapendolo che troppo, gli altri. Si è presi dal dubbio per quello che potrebbe prodursi un domani se Heidegger ridiventasse il “maître à penser” di una generazione che cercasse nuovamente la “salvezza dell’Occidente” com’è stato il caso negli anni trenta e quaranta. Si vedrebbe allora la poesia calzare degli stivali lucidi e invadere le strade dei suoi battaglioni di camicie brune. Senza rima, si vedrebbero risorgere dei crimini, l’incombenza dei ceppi di legna, la preparazione zelante dei roghi e la rimessa in funzione dei forni da panettiere trasformati in forni crematori. Se è questo che certuni vogliono incensando Heidegger, sono sulla buona strada. Ma se non è questo che vogliamo, allora occorre mostrare sin d’ora alle giovani generazioni dove conduce l’heideggerismo che si chiede loro di venerare e perché bisogna diffidare di questo falso filosofo, di questo falso amico e dei suoi accoliti, che siano totalmente incolti o profondamente colti, poiché sul piano della frustrazione e della sovrastima di sé gli estremi si toccano come la storia del nazismo l’ha ampiamente provato.

Cominciando questa riflessione sull’opera di Heidegger ci siamo posti la questione: qual è il senso di questa opera? Oggi noi possiamo saperlo, basta che ci diamo la pena d’analizzare il cemento con cui ha costruito la sua cattedrale di odio e di sterminio. Se noi non mettiamo in guardia le prossime generazioni contro i pericoli contenuti nella sua “bibbia gnostica”, detta di “ultima mano”, noi contribuiamo volontariamente o involontariamente all’instaurazione della tirannia politica delle idee di questo folle pensatore. Se noi vogliamo che un domani il nazismo si ripeta, è sufficiente ricominciare a diffondere il suo condizionamento. Quello che, nel 1937, nel suo appello dei Francesi alla collaborazione pretendeva di “salvare l’Occidente” guidando la “volontà di rinnovamento da capo a piedi” con il ricorso a “decisioni radicali”, in seno del movimento nazista, e che “misurava la singolarità dell’istante istoriale”, scriveva, a fianco del sindaco nazional socialista di Frigurgo, Kerber e di Alphonse de Châteaubriant, l’autore de La gerbe des forces, nel primo annuario della città: “Se riesce un’autentica comprensione delle posizioni filosofiche fondamentali, se la forza e la volontà di pervenirci si risveglia nei due paesi, allora il sapere si innalzerà a un’altezza e una chiarezza nuove. Quello che si prepara è una trasformazione dei popoli, ben che sia all’inizio e spesso in seguito, per molto tempo invisibile” (“Cammini esplicativi”, cit.).

Si è visto in otto anni, dal 1937 al 1945, in che cosa consisteva questo “rinnovamento dell’Occidente da capo a piedi” “anticipato e retto” dal “filosofo” e in che cosa consistevamo queste “decisioni radicali”. Si oserà dire che Heidegger non c’entrava niente in questa barbarie? Ascoltiamo piuttosto quello che dice nel 1937: “la meditazione filosofica opera nuove vie e fissa nuovi criteri per ogni comportamento e ogni decisione. In questa maniera, la filosofia, nella sua funzione anticipatrice (...) regge la tenuta e l’avanzata del Dasein ** istoriale dell’uomo” (“Cammini esplicativi”, cit.). Chi ha dunque diretto la storia del terzo Reich? Leggendo queste dichiarazioni, s’impone a noi, oggi, una sola risposta: Martin Heidegger assistito dal suo complice Hitler, l’architetto servito dal suo demiurgo. Ovvero colui che si è preso per “l’ultimo dio”, “il dio che viene” accompagnato dal suo zelante collaboratore divenuto cancelliere. Nel 1932, il fotografo John Heartfield sulla copertina del numero 42 dell’Arbeiter Illustrierte Zeitung (AIZ) ha mostrato da dove venivano i soldi necessari alla realizzazione della presunta “salvezza dell’Occidente”. Il nervo della guerra era fornito dal padronato: l’operazione Heidegger poteva cominciare e la collaborazione essere sollecitata. Alphonse de Châteaubriant creò il suo giornale collaborazionista cattolico-razzista nel luglio 1940. S’intitolava: “La gerbe” [il covone, il fascio, il mazzo]. Chiuso nell’agosto del 1944. A partire da questa data cominciano i guai per Heidegger. La sua “missione” “ellenico-germanica” era giunta al suo termine. L’ontocrazia heideggeriana era fallita. Il Dioniso germanico doveva rendere conto. Non l’ha ancora reso.

*NdT: ”Tutta la Grandezza sta nell’Assalto”. Sturm è tempesta, uragano, ma le truppe d’assalto delle SS si chiamavano Sturmbann, termine per altro intraducibile. Assalto, attacco.
Si tratta di una citazione di Platone, Repubblica 497 d, 9, tradotta in francese da Gérard Granel: “Tout ce qui est grand se dresse dans la tempête”. Nella traduzione italiana dal greco di Francesco Gabrieli: “Ogni grande impresa è perigliosa”.

** NdT: Michel Bel cita l’edizione francese e quindi scrive “être-là”, mentre nel testo di questa nota lascia il termine in tedesco, Dasein. Da in tedesco è “qua”, “qui”. In italiano Dasein è tradotto con “esserci”. La traduzione “essere-qui” o quella francese “essere-là” rende ancora di più lo “stare” delle cose nell’ontologia.


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30.07.2017