Transfinito edizioni

Giancarlo Calciolari
Il romanzo del cuoco

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Christian Pagano
Dictionnaire linguistique médiéval

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Fulvio Caccia
Rain bird

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Burger King

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Christiane Apprieux
L’onda e la tessitura

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Giancarlo Calciolari
La mela in pasticceria. 250 ricette

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Riccardo Frattini
In morte del Tribunale di Legnago

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Giancarlo Calciolari
Imago. Non ti farai idoli

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Giancarlo Calciolari
Pornokratès. Sulla questione del genere

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Giancarlo Calciolari
Pierre Legendre. Ipotesi sul potere

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Le ghiande d’oro di Erik Battiston

Giancarlo Calciolari
(17.06.2007)

Erik Battiston, "La città moderna", Spirali, 2007, pp. 663, € 25,00

Ecco un libro da leggere per il suo valore poetico, teorico, culturale. Fiore del tempo raro, se non rarissimo. Nessuna significazione personale o sociale. Il viaggio, l’avventura. Il granello di sabbia, il chicco di sale, la perla di poesia. Ciascun elemento dell’esperienza entra nel viaggio. Non solo gli elementi che rientrano nell’idealità dei principi aristotelici, che con il terzo escluso tagliano metà della vita, rendendo inautentica la metà che resta. Persino l’esperienza di Anselmo Delacroix nella Pragmalux Empirical, operaio e sindacalista, diviene qualità. Cifra poetica.

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Opera di Hiko Yoshitaka

La pubblicazione di rare poesie di Erik Battiston ci aveva già dato la dismisura poetica della sua poesia. Poesia bellissima, scorci di vita assoluta, originaria, senza più le soluzioni compromissorie degli universali zeroici.
Agli amici poeti, di trentennale esperienza, avevamo citato come nostra referenza poetica: Erik Battiston.
Ciascun elemento è degno per accorgersi della vita senza più paura, dell’altra vita, dell’orlo della vita. L’altra vita, quella intravista da Pirandello, è la vita in atto, poetico per eccellenza, di Erik Battiston.
Anselmo, che forse deve il suo nome alle letture campaniane di Battiston, s’imbatte nell’idealità della fabbrica, della casa, della famiglia, della città. S’imbatte nel muro del concetto di ogni elemento. E distingue. E legge. E nessun elemento è normale o anormale. E le mura crollano, svaniscono come scenari di carta pesta sollevati dal vento.
È attento all’aria, al vento, al cielo, alle stelle, Anselmo Delacroix. Le donne hanno nomi quasi plausibili. Gli uomini hanno nomi da film hollywoodiani.
Ah, i nomi. Pragmalux! Delacroix! Haistulf!...
C’è nel romanzo di Erik Battiston quello scarto infinitesimo che il filosofo Giorgio Agamben insegue da decenni tra la pseudo vita e la vita originaria, che non qualifica in questi termini. Anche la fabbrica, della multinazionale Pragmalux, con tutta la sua pesantezza ordinaria e le sue catene ordinali, per il lavoro definito “alla catena", è presa nel viaggio di Anselmo e leggera e poetica fluttua nelle onde della nostra vita.
E l’ideologia del sindacato, oltre alla galleria di casi di sindacalisti, tra i quali lo stesso Anselmo, è letta e restituita in qualità, come un dispositivo di parola e non di relazioni sociali silenziose o vociferanti.
La donna di Anselmo non è più sfinge. E questo risulta anche da una lettura tra le righe dell’opera di Edelio Tomasi(La bella d’Egitto, La donna di pietra), che Erik Battiston compie tra mille altre letture. L’enigma donna non ha la facile soluzione, pleonastica, della world literature, ossia dell’erotismo universale spianato su supporto cartaceo o digitale. Né donna enigma né donna senza enigma, né donna di tempio né donna di strada: ciascuna donna disattende la rappresentazione impossibile che ne cerca la società ontologico fondamentale, anche l’impossibile rappresentazione che talvolta cerca di farsene Anselmo.
Chiedersi chi è Anselmo vale a condannarsi alla prigione e al suo omeomorfismo, la palude. Anselmo come ognuno? Anselmo come ciascuno? Anselmo come monade convenzionale? Anselmo come dispositivo di vita poetica?
“Uomo dove stai?” Nella parola o nel diluvio? Nella tenuta intellettuale o nello scatenamento inintellettuale? Qual è la tua città? La città del tempo o la città dello spazio? La città originaria o la città d’origine? La città del paradiso o la città paradisiaca, quindi infernale? La città moderna o la città post-moderna? Cifropoli o necropoli? La città della parola o la città dell’omertà?
La trasposizione narrativa e poetica di Erik Battiston è bellissima e di una novità assoluta. L’itinerario d’analisi non è più sotto la spada di Damocle del caso psicopatologico, come succede tra la foresta e il deserto psicoterapeutico. Nessun caso psichico, nessun caso di passione, nessun discorso sul caso.
La scrittura dell’esperienza di Erik Battiston solleva le montagne e le scaglia nel mare. I mulini a vento se ne vanno nel vento. La Pragmalux è un destino? Dopo Anselmo può anche reinventarsi.
Infiniti gli aforismi del viaggio. Infinite le perle di poesia. Grappoli. Chi ancora può contare e contabilizzare la rendita del romanzo, quando il guadagno è intellettuale?
Ciascun elemento è originario, ossia non c’è l’origine alla quale dovrebbe tornare. Non c’è la visione, non c’è l’occhio che l’avrebbe visto prima e che lo rivedrebbe dopo, quando verrà la morte e avrà i suoi occhi, abituati alla caverna ontologica. Tantissimi gli elementi del viaggio, divengono qualità, in una rarefazione della lingua, nell’emulazione poetica – senza più imitazione – di Dino Campana.
Le ghiande che la madre utilizza in una torta intervengono in una combinazione inedita. Cucina ricca o cucina povera? Ironia. Altra apertura. Infinita la distanza da chi presume di dare perle ai porci; e le ghiande che Erik Battiston restituisce agli umani, nomadi delle galassie, sono d’oro. Non a portata di mano.


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6.10.2016