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Le onde dell’arte. Renato Barilli

Aldo Bertelli
(25.12.2006)

Arriva un’onda artistica, prende nomi e etichette dalla nomenclatura artistica, dai doganieri che gestiscono il traffico per la società dello spettacolo. Il cliché è di essere senza cliché, il conformismo è di essere anticonformista.
In tal senso Renato Barilli ha non solo promosso e accompagnato i movimenti artistici dagli anni sett’anta in poi, ma ha anche anticipato l’onda, secondo quell’“oscillazione del gusto” citata da Gillo Dorfles e che in lui diviene “la legge del pendolo”. Il figurativo va giù e poi torna su. L’arte muore e poi rinasce per rimorire e rinascere infinite volte.
Il massino per la critica ufficiale al potere, e Renato Barilli è uno dei suoi esponenti di punta, è di dare un nome alle cose, più che di leggerle. Trovare l’etichetta da mettere sulla cosa per la comunicazione piena tra gli umani, liberi di usufruire della circolazione delle merci.
Allora, informale, oggetto, comportamento, concetto, installazione, performance... divengono significanti istituzionali, che non mentono, che non si espongono al controsenso, che significano la stessa cosa per tutti. I “tutti” sarebbero gli esecutori degli algebrici nomenclatori che decidono da acefali che cosa è arte e che cosa non lo sia.
L’onda sociale tra flussi e riflussi è spronata denunciando la cattiva influenza dei non artisti e dei non critici non appartenenti alla nomenclatura per averne il monopolio.

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Opera di Hiko Yoshitaka

No, non è il discorso dei critici d’arte che interessa, noi non troviamo quasi niente di teorico nei loro testi, ma solo piccole gnosi senza importanza, come chi riesce a gestire una prebenda con la categoria dell’angoscia, o chi cerca d’essere ricordato perché ha inventato una nuova parola, che funziona come nome del nome per organizzare la vita, la propria come quella delle galassie.

Conta non l’esplosione che poi implode per riesplodere successivamente ad hoc per gestire una nuova fase della dogana (in questo caso dell’arte), ma la logica e l’industria del fare nella loro autenticità, senza tentativi genealogici, ossia di pseudologica che corre asindoticamente alla vera vita mancandola sempre di un soffio. E siccome la falsa vita non esiste e rimane semmai la vita falsificata, che è triste da vivere, allora la vera vita esce da tutti i pori, come dice Freud a proposito della verità. E allora contano le mostre organizzate, le convocazioni di artisti, gli scambi artistici internazionali, i documenti dell’esperienza.

In Prima e dopo il 2000. La ricerca artistica 1970-2005 (Feltrinelli, 2006, pp. 237, € 12,00) Renato Barilli consegna il giornale di bordo di trentacinque anni, e la lettura di queste annotazioni a margine del suo viaggio artistico resta da fare. Contano gli aforismi sull’arte, le annotazioni di costume, il rilievo dei paradossi, la cronaca del palinsesto artistico globale.
Conta lo scarto infinitesimo tra il “secolo appena iniziato” e l’era artistica, culturale e scientifica, che è un aspetto dello stesso scarto – ormai incomprensibile anche ai teologi del monoteismo trinitario – tra l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male. E forse non aveva torto Peirce a cominciare l’analisi con i pregiudizi di cui ciascuno dispone, anche la credenza di Renato Barilli nel “nostro destino di animali segregati in ambienti asettici, lontani dalla natura”.

Aldo Bertelli, Berlino. Pittore, lettore d’arte.


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19.05.2017