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Come parlare con un artista

Ho fatto arrabbiare Leonardo Ricci

Paolo Pianigiani

Un artista che rimpiangeva i pennelli lasciati per il tavolo da disegno.

(22.11.2009)

Fu un bel giorno, quello, per Leonardo Ricci. Quella mattina aveva presentato alla stampa il modello del suo Tribunale, in Palazzo Vecchio ed era molto contento. Sembrava che i lavori sarebbero partiti presto, e non vedeva l’ora di veder realizzato a Firenze il suo progetto.

Purtroppo sbagliava, il suo Tribunale lo stanno costruendo solo adesso, e lui non è più con noi, a seguirne la costruzione.
Avevo partecipato, in quell’inizio degli anni novanta, al gruppo di lavoro che aveva portato alla definizione di massima del progetto, e non avevo mai incontrato il grande architetto, che risiedeva a Venezia.

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Leonardo Ricci, "Danza sacra", 1953

Era quella l’occasione per conoscerlo; l’amico Giorgio Santucci, ingegnere in Siena, anche lui presente, propose un ristorante lì nei pressi. Alto, elegante nel suo abito di velluto, un foulard immancabile e modi aristocratici. Una lunga, cordiale stretta di mano e subito un fluire denso di parole.

Non parlammo del suo gioiello, che aveva sbaragliato tutti i concorrenti (e che concorrenti...), il cui modellino accuratamente avvolto in carta da pacchi era depositato su una sedia accanto a lui. Parlammo dei suoi viaggi, dei suoi incontri, dei suoi interessi.

Non ricordo perché, si finì col parlare di pittura e mi avventurai in un lungo monologo sulla necessità per un artista di staccarsi da Firenze, troppo legata alle sue tradizioni rinascimentali.

Mi accorsi subito di aver toccato un tasto sensibile. Leonardo Ricci cominciò a parlare della sua permanenza parigina, quando ancora non sapeva quale sarebbe stato il suo mestiere: o pittore o architetto.

Ci parlò del suo incontro con Braque, che considerava superiore a Picasso. Disse con una vena di rimpianto, chiudendo gli occhi, che la pittura forse era la sua vera vocazione. Aveva sbagliato ad abbandonarla per l’architettura. Che grande errore aveva fatto...
Eravamo al dolce, credetti di dire una frase intelligente...

"Maestro", dissi, indicando il modellino del tribunale, "penso che anche come architetto se la sia cavata piuttosto bene...".

Era una frase banale, inopportuna, interrompevo un ricordo e un rimpianto richiamando l’immediato, inutile reale. Commisi un errore imperdonabile.

"Cosa ne sa lei della mia vera vocazione? Lo sa lei cosa sono i dubbi di un artista? Il terribile vuoto di una tela bianca davanti agli occhi? Cosa ne sa dei sogni che rimangono irrealizzati?".

E dopo un silenzio imbarazzante: si era rotto l’incantesimo dell’incontro, cominciato così bene. Nessuno terminò il dolce. La fine del pranzo fu una liberazione per tutti. I saluti di circostanza, con l’Architetto già lontanissimo in quella stretta di mano appena sfiorata.

Ero mortificato, confuso, non capivo i perché e i percome.
Giorgio Santucci, quando si rimase soli, mi disse per consolarmi, nel suo saggio parlare senese:

"Paolo, la prossima volta che incontri un artista, un artista vero, fai il buon citto: ascoltalo e non dire cretinate".

Un consiglio che da allora ho sempre seguito.

Adesso che tutti parlano di Leonardo Ricci e del suo Tribunale, della realizzazione di una delle poche opere di architettura contemporanea che avrà fra qualche anno Firenze, voglio ricordare di lui un aspetto meno conosciuto, quello di un artista che rimpiangeva i pennelli lasciati per il tavolo da disegno, pubblicando, sulle pagine della nostra rivista, alcuni lavori di pittura e questi pochi ricordi di quando, una volta, lo feci arrabbiare.




2 maggio 2005


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