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"Il potere degli inizi. Saggio sull’autorità", Myriam Revault d’Allonnes

Giancarlo Calciolari
(20.11.2006)

Qual è l’interesse di Myriam Revault d’Allonnes sulla questione dell’autorità?
È l’interesse per il potere dell’istituzione nel tempo, ossia per l’istituzione istituita. È l’interesse per la Chiesa e non per Gesù, neanche per Pietro e nemmeno per Paul, sebbene lo citi in esergo.

Il libro di Myriam Revault d’Allonnes, Il potere degli inizii. Saggio sull’autorità (Le pouvoir des commencements. Essai sur l’autorité, Seuil, 2006, pp. 272, € 21), è un’analisi dell’autorità nella sua connessione con la tradizione e la trasmissione. È l’aspetto istituzionale - un istante dopo la fondazione - che è mirato, come nell’astrofisica dove l’istante zero dello presunto big-bang resta inconcepibile e i ricercatori teorizzano sull’istante dopo la creazione del mondo.

Tirando l’estremità del filo dell’autorità per ritrovare la sua origine, ecco cosa resta in mano: cos’è l’autorità se non il potere degli inizi, il potere di dare a quelli che verranno dopo noi la capacità di cominciare a loro volta? ". La questione si riduce all’autorizzazione dei successori a intraprendere qualche cosa di nuovo, e così via.

Mentre i successori aspettano l’autorizzazione, che nessuno disturbi quelli che nel presente sono autorizzati a cominciare. Questo per dire che l’autorità in questione sarebbe genealogica, fallica. A ciascuno il suo turno. Salvo che - è noto – ci sono non solo quelli che verranno dopo, ma anche quelli che sono là (Dasein in quanto essere-là, esserci), e non avranno mai il loro turno. E il gioco è fatto? Secondo Marx c’è la guerra di classe tra gli autorizzati e i non autorizzati…

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Opera di Hiko Yoshitaka

Situandosi nella genealogia (anche prendendo un mestiere come un ruolo sociale) non si esce dai paradossi della serie serializzata, tale è la genealogia. Kurt Gödel ha notato che il principio genealogico, l’essere autorizzato a fare dal predecessore, comporta di lanciarsi nell’avvenire per ritornare dal passato per uccidere appena in tempo il proprio padre prima di essere concepiti.

È notorio come i matematici post-moderni credono di essere usciti dal vicolo cieco di Gödel, hanno creato la metamatematica e il comitato dei matematici che autorizzano o meno qualche cosa a essere matematicamente vera o falsa. Certamente, i successori autorizzati del comitato potranno cominciare a intraprendere di nuovo a loro volta qualche cosa nella circolarità.

Lo scrittore Giuseppe Pontiggia aveva il progetto di un libro sull’autorità, a cominciare dal fatto che richiede il linguaggio nella sua essenza. Ha lavorato per vent’anni e ha scritto centocinquanta pagine di note, finendo solamente le prime tre pagine. Non fanno parte delle sue Opere complete e si trovano in un libro pubblicato dopo, La residenza delle ombre cinesi. Il titolo del lavoro avrebbe dovuto essere Il linguaggio autoritario; dunque un’analisi dell’autorità a partire dal linguaggio, senza per questo dimenticare di confrontarsi con l’analisi dell’autorità fatta sino a lui, in particolare con Horkheimer e la sua definizione dell’autorità come superiorità riconosciuta. Pontiggia non ha trovato delle vere risposte nella pista di ricerca che è quella perciò di Myriam Revault d’Allonnes: quella del rete Weber, Tocqueville, Schmitt, Arendt, Merleau-Ponty.

Il mistero dell’autorità, come lo chiama Revault d’Allonnes, risiede nella sorgente dell’aumento, come indica l’etimo; ma l’interesse per l’istituzione che non sembra essere un mistero che viene dell’approccio più sociologico che filosofico dell’autrice, che abbandona l’enigma dell’autorità per i suoi percorsi secondari a partire da Max Weber: in tale senso, Myriam Revault d’Allonnes pare autorizzata a proseguire la sua ricerca seguendo i passi dei suoi predecessori (che avrebbero potuto anche deragliare), seguendo i passi di Jacques Derrida con la sua teoria del supplemento che è tratto dalla teoria della scrittura di Platone che segue a una narrazione mitica egiziana…

Potremmo leggere Demostene per dare un’altra lettura dell’autorità; senza prendersi per un successore autorizzato dell’oratore balbuziente. Demostene aveva in punta di lingua la questione dell’autorità: si è autorizzato a giustiziare l’autoritarismo del suo tutore che gli aveva dilapidato la sua fortuna, per in fine giustiziarsi, in altri termini autorizzarsi al suicidio. Come tutor di se stesso Demostene non è ancora auctor.

Giuseppe Pontiggia pure, come Revault d’Allonnes, passa dalla questione dell’autorità a quella della sua commedia o tragedia sociale, ma lo fa con ironia, e indica che auctor è una parola di una trasparenza ingannevole!

Autorità, del latino auctoritas, risale a auctor che viene di augeo: prima l’agire e poi quello che agisce, scrive Pontiggia. Augeo, dalla radice indoeuropea aug, aumentare, accrescere. Da questa radice provengono le tre funzioni del linguaggio autoritario: sentenza, profezia, comando: auctor, augur, augustus.

L’agente di augeo, l’aumentatore, il cominciatore, il lievito, il "crescitore", il creatore. Sinora gli uomini hanno chiamato Creatore il creatore del creatore, o il metacreatore, il dio della gnosi. I matematici lo chiamano - non a torto - il metazero, lo zero dello zero. Gli astrofisici lo chiamano big-bang, buco bianco, e chiamano l’infinito dell’infinito buco nero. Gli psicanalisti lacaniani lo chiamano nome-di-padre, il nome del nome, il garante del legame sociale che di predecessore in successore autorizza a circolare.
L’autorità è una proprietà dell’auctor, del nome, del padre, dello zero. Non è una proprietà dell’istituzione, che non è un stato di cose ma un dispositivo prammatico. Certo, ciascuno può contribuire alla vita di un’istituzione (cosa molto degna) e rilanciarla, ma senza essere autorizzato dai suoi predecessori e neanche autorizzandosi da sé. Questione di autorità.


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3.04.2017