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Psicanalisi e scienze. Sul fondamento del discorso dell’analisi

Jean Michel Vappereau

La psicanalisi è questione di ragione, la scienza pure. La razionalità scientifica non è il tutto della ragione. La psicanalisi è una questione di ragione, di logica e di matematica, ma non è una scienza, essa rientra nel campo della ragione che non è riducibile alla logica canonica classica.
Come la teoria degli insiemi sottende l’esperienza.

(5.04.2011)

Quando ci chiedono qualche chiarimento a proposito della topologia che sottende il discorso della psicanalisi, coloro che ci interrogano attendono sempre alcune precisazioni, infine definitive, relative al rapporto tra scienze e psicanalisi. Queste precisazioni sono state fornite più volte, ma la questione non cessa di ripresentarsi. Che cosa occorre ammettere di fatto, che la psicanalisi sia una scienza o no, nel caso affermativo essa è apprezzabile in quanto tale, oppure la psicanalisi non è una scienza, e in questo caso non vale niente, serve appena per animare qualche dibattito tra ecologia, para-scienze, medicine leggere e anche astrologia o scienze politiche.

L’esperienza non è facile e richiede una grave responsabilità. Eppure la risposta è sempre la stessa. La psicanalisi è questione di ragione, la scienza pure. La razionalità scientifica non è il tutto della ragione. La psicanalisi è una questione di ragione, di logica e di matematica, ma non è una scienza, essa rientra nel campo della ragione che non è riducibile alla logica canonica classica. Ora la ragione è unica, non potrebbero essercene molte di ragioni. Ancora ci occorre spiegare questo nel più minuto dettaglio. Precisamente, la questione della ragione si è messa in movimento dopo Freud. Si tratta di un tipo d’unità che non è riducibile all’unità scientifica classica, ma all’unità reale che altrove abbiamo definito a partire dalla negazione.


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Hiko Yoshitaka, "Quando due più due non fa più quattro"", 2007, bronzo a cera persa

Il soggetto della scienza

Quando vogliamo trattare della relazione della psicanalisi e della scienza, dobbiamo trattare del soggetto della scienza.

Tra i nostri scienziati contemporanei, è il caso di constatare che i linguisti, come M. Arrivé o J. C. Milner, si sono principalmente messi alla prova. Questo si spiega senza dubbio per il fatto che hanno sentito la loro disciplina compromessa dall’operazione effettuata da Lacan in direzione della ragione, che ha fatto ricorso all’esempio della linguistica per introdurre alla razionalità della psicanalisi. Ciò prova che noi ci troviamo sempre là, forse anche al di qua, tra gli stessi interessati.

La questione, difficile e cruciale in materia, dell’assenza di metalinguaggio, ha particolarmente fermato M. Arrivé. Egli passa, nella sua inchiesta, da qualche enunciato ben articolato sulla questione, ma egli cita, oltre a Lacan, delle fonti e delle referenze analitiche incapaci di produrre il sostegno necessario. In materia di ragione, la scrittura effettiva di una logica matematica, alla maniera di quella modale, gli fa difetto affinché la sua esposizione esca dall’esercizio letterario per toccare al reale in gioco in questo problema. Né lui in quanto linguista - non ne ha d’altronde la necessità – né i detenentori dell’analisi – sono convocati in questo luogo – ne producono la costruzione richiesta qui per rendere ragione della psicanalisi dopo che Freud l’ha inventata.
Il caso Milner è interessante, per il fatto che ha forgiato ciò che chiama un “dottrinale di scienza”, per mettere alla prova la scientificità del suo maestro N. Chomsky, comparandolo a quelli che l’hanno preceduto, i linguisti detti strutturalisti, e che egli pure critica nei loro metodi e nei loro risultati.
Questa dottrina della scienza, che parte da quello che noi condividiamo come suolo, senza equivoco, è koyeriana e kojèviana, i due grandi Alexandre che non devono ingannare nella loro relazione con Aritotele. Questa dottrina è quella della nuova scienza, galileiana per la sua matematica, cartesiana per il suo soggetto, newtoniana per il suo risultato (la formula littorale, tratta da un passo di Lacan, della gravitazione). Essa è anche cristiana per la sua condizione di possibilità, e è proprio su questo punto che deve portare il dibattito, ma non vi siamo ancora giunti.

Per contro, il nostro linguista la vuole sperimentale. Questa attitudine è molto corrente e riesce quando si tratta di linguistica. Così va a cercare Karl Popper per rendere stabile la sua logica, la sua struttura, quindi la sua ragione. Si sa che la demarcazione tra scienza e metafisica è formulata da questo autore nei termini della refutabilità della scienza, la metafisica essendo irrefutabile, la scienza necessariamente refutabile. Da qui una carica ideologica contro le ideologie che ha messo del tempo a imporsi, ma che ha guadagnato oggi all’unanimità dei campi di riflessione scientifici.

Ora, si tratta di un errore quando rispetto a Lacan (5), forse alla psicanalisi, certamente, Milner, che conviene a questa unanimità (vogliamo sperare che sia per motivi tattici), vuole assicurare la sua dottrina della scienza d’essere strutturale e non solamente aneddotica, costruita da Chomsky, egli la attribuisce a torto a Lacan. Egli fa uso dell’operatore dell’Opera per definire questa differenza e stabilire che la lettura storicizzante non è necessaria (p. 60). Egli oppone gli Scritti (esoterici) ai Seminari (essoterici) caratterizzati dalla protrettica (6), e su questo concordiamo con lui.

Ma l’operatore Popper non è necessario, e di fatto neanche necessitato, poiché la psicanalisi non è una scienza sperimentale, e Karl Popper tratta – come afferma lui stesso – della logica della ricerca scientifica e non tratta della logica stessa. Questa è acquisita come logica canonica classica. Ora, queste ricerche si praticano nell’ambito di laboratori di sperimentazione, per le più “dure” (la parola ci fa sognare); secondo un protocollo sperimentale, per le più “molli” (ci pare di continuare a sognare).


Logica, matematica e logica dell’osservazione sperimentale

All’inizio della sua opera maggiore, che riguarda La logica della ricerca scientifica (7), K. Popper segnala in modo esplicito che non tratterà di logica né di matematica.

Egli spiega di opporsi, in logica, al ricorso a qualunque logica induttiva, e in questo lo seguiamo volentieri, e che vuole situarsi nel quadro della logica deduttiva, senza più discuterne dopo.
Per quanto riguarda la matematica, non ritornerà nemmeno, prende cura di precisarlo, sul desiderio di sapere del matematico. Citando Albert Einstein a proposito del tipo di soddisfazione intellettuale ottenuta, Popper ha torto, dal nostro punto di vista, la cui precisazione daremo più avanti, di rubricare questo desiderio nell’ordine della psicologia.

La nostra proposta è precisa, non rivendichiamo, come invece fa K. Popper, nessuna logica induttiva. Ma non proponiamo per tanto una psicologia dell’artista o dello scienziato. Parliamo di desiderio per istruirci nelle nostre stesse analisi. Desiderio che rileva di una logica, che abbiamo costruito al seguito di Freud e di Lacan, seguendo le loro rispettive indicazioni e la prova clinica che hanno provocato.

Resta che la psicanalisi non è una scienza sperimentale e non cade sotto l’operatore Popper, come Milner se ne accorge bene, quanto meno. Che l’ulteriore risalita all’anteriore, nella scienza canonica classica popperiana, empirica e sperimentale, questo non può darsi. “La scienza in ogni caso non permette questo” (p.63)(8). Nell’ordine della causalità del soggetto, questo si produce in modo ordinario, dalla retroazione al dipoi.


La psicanalisi non è una scienza sperimentale

Il termine di osservazione psicanalitica trae in inganno. La psicanalisi non è una scienza sperimentale, per la semplice ragione che risiede nel fatto del rapporto dell’osservatore e del suo oggetto.

Nella psicanalisi lo sperimentatore partecipa ai fatti osservati e si trova sconvolto dal fatto che osserva o esperimenta un apparecchio che lo riguarda, venendo così a disturbare le condizioni, non solamente dell’isolamento necessario dal fenomeno nel laboratorio, ma dell’osservazione stessa, e questo se già i fatti potessero essere isolati dal loro contesto nello studio dello psicanalista. Nulla di siffatto.

Chiunque, tra i contemporanei, reso sordo dalla κoινη (9) del discorso della scienza capitale, concluderà allora, per trarne un avviso di non ricezione, definitivo e senza appello, che l’osservazione è invalidata da questo fatto.
È proprio qui che spesso si ferma, ordinariamente, la riflessione dei nostri apprendisti epistemologi che pretendono di refutare la psicanalisi con poca spesa.

Sono solamente sorpresi dal fatto che la psicanalisi ha quanto meno luogo e che essa continui a esistere.. Si può sempre, in questo ordine di idee, ordinare questo fenomeno tra i fatti osservati dalla sociologia, certuni non esitano a farlo, come un esempio di dipendenza o anche di ostruzione mentale buona proprio a confermare la debolezza di spirito di coloro che ci si sottomettono.
Ma la cosa curiosa rimane che, per i praticanti stessi, la dottrina è spesso costruita su questo modello; e per contro, non sono stati reclutati specialmente tra i ritardati mentali, per quanto la questione del loro reclutamento ponga un serio problema alla psicanalisi. Ora la loro riflessione non giunge nemmeno a questa semplice constatazione d’apparente impossibilità, che bisognerebbe riconosce meglio alla partenza. Lacan ci ha fornito la categoria del reale per abituarci, ma in modo erroneo, poiché questo non impedisce che, al contrario, di trarne le effettive conseguenze reali, cosa che andiamo a fare adesso.


Psicanalisi e medicina

Pertanto l’osservazione clinica è possibile. Occorre dire che cosa sia. Possiamo parlare di osservazione clinica, invece di osservazione sperimentale poiché la clinica non è lo sguardo pieno di compassione di un soggetto che sa, di fronte a un corpo che soffre e che emette il suo lamento.

Per spiegarlo dovremo andare a cercare una referenza, una volta tanto, da Michel Foucault nella sua Nascita della clinica (10), lo dice esplicitamente.

“L’esperienza clinica – questa apertura, prima nella storia occidentale, dell’individuo concreto al linguaggio della razionalità, questo evento maggiore nel rapporto dell’uomo a se stesso e del linguaggio alle cose – presto è stato preso per un semplice affrontamento, senza concetto, d’uno sguardo e di un volto, d’un colpo d’occhio e d’un corpo muto, una sorta di contatto preliminare di ogni discorso e libero dagli imbarazzi del linguaggio, ciò per cui due individui viventi sono “impegnati” in una situazione comune ma non reciproca” (p. XI)

Ma non cerchiamo di rifugiarci così senz’altre spiegazioni, tanto importa che noi precisiamo bene questa condizione necessaria e impossibile da evitare dell’esercizio della psicanalisi.

Possiamo parlare di osservazione clinica in occasione di ciò che si chiama in psicanalisi i colloquoi preliminari. È la questione introduttiva per ogni trattamento della cosa psy. La clinica è il luogo della topologia del soggetto, nel corso di questi colloqui che i medici conoscono bene, prima di ogni intervento da parte loro. Il soggetto giunge a chiedere di ricoprire il godimento di una funzione deficiente allora che non desidera ritrovarne l’uso.

La metapsicologia di Freud indica bene che non si tratta di una psicologia ma di una logica. Poiché distinguiamo la psicologia dalla logica come occorre farlo e non solamente dopo il richiamo antipsicologico da G. Frege a G. Boole (11), quando oppone le leggi del “pensiero necessario” alle leggi del “pensiero tale come d’ordinario si produce” come occasione per la piccola felicità.

Espresso in formule, questo vuol dire che la logica tratta di ragionamenti necessari mentre la psicologia si occupa di ragionamenti contingenti.

Ora la metapsicologia freudiana è la logica del fatto che essa parte dalla necessità di questa osservazione clinica: domandare qualcosa che non si desidera. Imparare a rispondervi, tale è la topologia del soggetto, la sola parte dell’insegnamento della psicanalisi necessaria alle altre professioni al di fuori della psicanalisi.

A partire da qui, la psicanalisi si distingue dalla medicina sperimentale voluta da C. Bernard come una fisiologia infine scientifica. È il caso della medicina moderna.

In effetti, non è richiesto a un chirurgo per farne la prova su di sé che subisca tutti gli interventi che sarà condotto a praticare sugli altri.
Per contro nella psicanalisi questa esigenza s’impone. In effetti Freud scopre che a partire in neurologia dallo studio di quello che chiama l’apparato psichico, è portato a trasformare il suo proprio apparato mentale; ciò si può leggere nella sua opera scritta, che si tratta d’una finzione letteraria ma efficace e che è in questo che risiede l’efficacia della sua scoperta del transfert.
La copia del medico e del suo paziente diviene la coppia dell’analizzante e dell’analista. Non è più la stessa cosa.

Quindi, l’osservazione di Freud lo conduce a inventare la psicanalisi che non è semplice riflessività ma struttura di fenditura [refente], di divisione soggettiva, dove il soggetto per essere situato non è per questo riducibile a un solo corpo, e si ritaglia nella sua struttura. Passiamo dalla nozione d’apparato psichico di Freud a quella di struttura del soggetto con Lacan.

Per precisare le relazioni della psicanalisi con la scienza cristiana, galileana, cartesiana e newtoniana, - utilizzando la suddivisione di K. Popper ma allargandola in un modo, per lui impensabile, malgrado Freud -, diremo che, trattando del soggetto di questa scienza, la psicanalisi è una dottrina non-valida e irrefutabile (12), e questo la distingue dalla metafisica, - contro l’avviso un po’ rapido di Popper -, che è vera e irrefutabile. Le ideologie per contro sono false e refutabili.

La lettura integrale dell’opera di Freud non permette di ridurre quest’ultimo allo stato di verificazionista come lo fa Popper quando tratta della psicanalisi nei complementi in forma di post-scriptum alla sua opera maggiore (13). Quando Freud cerca di falsificare la sua dottrina per refutarla e renderla scientifica, con i sogni d’angoscia, i sogni traumatici di guerra, in Al di là del principio di piacere, arriva a refutarla con il suo impeccabile modo di ragionamento.
Questo lo conduce necessariamente a un tratto strutturale che pone una difficoltà logica per i nostri classici, Freud parla di istinto di morte. Per noi è una struttura logica, non è un paradosso.




Elaborazione di un apparato mentale relativo al soggetto

Possiamo ripartire dall’osservazione freudiana, a condizione di portarla sino nelle sue logiche conseguenze.

Un’ultima precisazione s’impone. L’opposizione lasciata da dopo Aristotele – e oggi sempre attiva – tra la logica che tratta del vero (ma che cos’è la verità?) e la retorica o l’argomentazione che tratta del verosimile, non può essere mantenuta. Occorre leggere su questo punto il carteggio riunito da B. Cassin nel suo Effetto sofistico (14), esso costituisce la base antica e classica della topologia del soggetto che con Freud mostra di potersi scrivere in buona logica, e con Lacan di potersi anche matematizzare.

Abbiamo preso l’abitudine di presentare la costruzione di Freud e le sue conseguenze in un diagramma dove piazziamo lo schema che egli traccia in una lettera a Fliess [15] (inizialmente numerata 52) scritta prima del 1900. Eccolo.

L’involuzione significante (16)

dello schema di Freud

Legenda dei disegni:

P = Percezioni Ps = Percezioni-segni Ics = Inconscio Pcs = Preconscio Cs = Conscio

A partire da qui fornisco rapidamente qualche riferimento topologico affinché il lettore possa rapportarsi a questi elementi di topologia negli Scritti di Lacan.
La chiusura dell’apparecchio psichico, il suo compimento che fa tanto problema a Freud, poiché cerca appoggio nelle scienze costituite nel suo tempo, si trova in una pulsazione che noi diremo con Lacan “involuzione significante”.
Questa chiusura si trova proposta da Lacan come tema di lavoro nei due schemi detti da lui Schema R e schema L (che traccia e chiama anche talvolta Schema Z, perché no).

Abbiamo appreso a farli funzionare assieme nella struttura del soggetto così tematizzata, in un primo tempo. L’uno è ottenuto per la retroazione della zona [hachurée] tratteggiata dell’altro, questo in seguito si stabilisce ancora meglio in termini di superfici.

Negli anni che seguirono, nel corso degli anni “sessanta”, Lacan tratterà tale questione in termini di superfici. Occorre distinguere tra superfici bilaterali come la sfera e l’anello toroidale e superfici unilaterali come il piano proiettivo (Cross-cap o nastro di Möbius) e la bottiglia di Klein.

Il nostro schema precedente diviene allora una distinzione tra storicità (il toro ma anche il torto della nevrosi)* in basso e la struttura (il piano proiettivo è presentato qui sotto l’aspetto di un nastro di Möbius) in alto.

Vi leggiamo, per qualche esercizio, l’involuzione dello schema R (realtà) nel passaggio istantaneo che si trova nella riduzione di questo godimento (zoaa marcata dal tratteggio)in desiderio puro (riduzione di questa zona a una semplice linea), sia lo stato dello schema L (effettività).

Questa osservazione ci conduce a concepire una nuova relazione tra il soggetto e un discorso, poiché non si saprebbe rispondere a questa situazione di un osservatore modificato dalla sua osservazione, di un oggetto esso stesso modificato da questa esperienza, semplicemente per le delizie della riflessività.
Che essa sia semplice riflessione o una mesaa in abisso tra due specchi paralleli per soddisfare la vertigine dell’infinitezza, c’è là una questione permanente nel linguaggio, proveniente dall’esercizio della parola, tra identità e differenza, che trova la sua realizzazione con il supporto corporeo in quello che Freud chiama il narcisismo. Qui comincia il problema di una logica e della sua realizzazione, detta modello. Qui comincia il trattamento psicanalitico con la messa in questione del modello usuale e inappropriato che è scopico e corporeo. Restare all’imbocco, da sempre provoca qualche massacro.




Relazione di un soggetto e di un discorso

La relazione dell’analista e del suo paziente si trova sconvolta. Essi divengono l’analizzante e l’analista poiché è esigibile, se non è stato già esigito nei fatti, che l’analista sia dapprima un analizzante.

Adesso resta in sospeso una questione in ciò che precede. Lacan spiega che è obbligato d’approcciare la relazione della psicanalisi con la scienza a partire dal soggetto della scienza perché non può farlo a partire dall’oggetto. Aggiunge che la psicanalisi non è la scienza dell’oggetto a.

Occorrerà bene un giorno che qualcuno affronti tale questione. Perché la psicanalisi non è la scienza dell’oggetto della psicanalisi? Se l’oggetto della psicanalisi è l’oggetto a: perché la psicanalisi non è la scienza dell’oggetto a?
Gli elementi che proponiamo qui devono servire a formare la risposta a tale questione. Il ruolo del discorso e la sua coerenza prendono un posto importante nella concezione che abbiamo della psicanalisi come discorso analitico, da intendere come nuovo legame sociale, venendo a completare la cerchia dei discorsi già posti in esercizio da Lacan.

È quello che ci insegna d’altronde la psicanalisi: non possiamo sfuggire ai discorsi che ci determinano attraverso semplici petizioni di principio. Ci sono delle leggi che dominano questa determinazione e esse non hanno l’andatura [allure] o l’aspetto della coscienza cara ai filosofi classici. Esse non sono non più riducibili al superìo anche se questi rileva di questa determinazione discorsiva imparabile senza un impegno della responsabilità del soggetto.
Noi vogliamo parlare con questa responsabilità che consiste a rinunciare alla politica dell’anima bella, quella che rigetta sull’altro la responsabilità della discordia del mondo di cui essa è il centro.

È così che leggiamo l’adagio formulato da Freud del “Wo Es war, soll Ich werden”, se lo traduciamo bene così: “Là dove era..., - là dove io sono interamente determinato dagli altri e dall’Altro, l’inconscio freudiano -, ...io devo avvenire, - prendendo la responsabilità di questa situazione che non ho voluto ma che rivendico come essente la mia situazione, che asserisco ormai in tanto che soggetto della mia enunciazione sempre inconscia -.” È una parola d’analizzante che fa la posta in gioco principale dei colloqui preliminari.


Il sintomo**

Porsi la questione di sapere a partire da quando, a partire da cosa, un tale procedimento sia necessario nell’ordine del discorso, riviene a chiedersi quale difetto, o quale deficienza, trattiamo con questo dispositivo, sia: qual è la struttura del sintomo analitico in quanto tale?

Sembrerebbe che sia accaduto qualcosa del fatto che la teologia cristiana (17), del dogma dell’esistenza di Dio, che viene dalla teologia musulmana secondo E. Gilson (18), sostituendo la teologia dell’essenza a partire da San Tommaso d’Aquino. Il discorso del padrone [maître] si è trovato superato, ciò non gli impedisce di continuare a agire nell’atto, esso è stato sostituito dal discorso del Capitale, ossia il regno della merce che ha visto apparire la nuova scienza con la posizione del suo soggetto.

Questa nuova configurazione ci propone un soggetto, il soggetto della scienza, quello che è responsabile degli errori d’esperimentazione producente le “scoperte”, il ricercatore scientifico maldestro.

Giunti a questo punto, possiamo precisare la difficoltà clinica di cui parliamo, sin dai colloqui preliminari. Il sintomo si definisce per il fatto che è dal godimento che la verità si trova a resistere al sapere. Possiamo riportare questa struttura sullo schema R posto sul nastro di Möbius.

Si capirà, se questa struttura dura ancora lungo tutta l’esperienza, che si tratta per entrare nel discorso dell’analista di cominciare a responsabilizzarsi su questo punto. Si tratta di rinunciare a essere folle, di rinunciare alla struttura di misconoscimento dell’io [moi], l’anima bella di Hegel, struttura producente la risposta endemica del superìo, questo sino all’onanismo: cattivo servizio reso all’organo, sino nella follia, cattivo servizio reso all’oggetto.

Ci incamminiamo lentamente verso l’apprezzamento necessario di una trasformazione del sintomo partendo dal nevrotico tale come si presenta al suo debutto (ignoranza ordinaria aggiunta alla follia) di più in più trattata dal dispositivo stesso divenente in seguito psicotico (ignoranza intrattenuta ma separata dalla follia), il solo che resta da risolvere con quello che si chiama l’analisi del materiale in contrappunto della perversione. Questa è la struttura di un “io non voglio saperne niente” che risponde al fatto che non c’è niente da dare come senso, non c’è niente da comprendere, solamente da spiegare.
La psicosi si caratterizza per l’impossibilità dell’involuzione dello schema R, sia l’impossibilità dello stato L dello schema, dal fatto di una pretesa classica che rigetta nel solaio (forclusione, caducità, obsolescenza) il passaggio necessario per la condensazione del non-senso (rigore della psicosi). Questa impossibilità è qui tematizzata per mezzo di buchi nella struttura che le impediscono di fermarsi per aprirsi di nuovo.

Il delirio al posto della metafora e del discorso analitico

Il delirio consiste nel produrre una deformazione di questo tessuto, Lacan parla d’una caricatura della realtà. Questo dà lo schema I. È questo oggetto che è deformato in modo continuo per presentarsi così. Qui si tratta di una semplice (19) indicazione.

La concezione del sintomo, trattata da Lacan sino al sintomo [sinthome] (ah! D’Aquino), pone la questione dell’articolazione della nevrosi e della psicosi in ciascun caso, all’epoca della scienza. Occorre distiguerle come questioni rilevanti della casualità psichica ben differenziate della causalità della follia, questo dall’inizio dell’analisi sino alla fine.

Il prototipo in gioco ci è fornito dalla letteratura. Leggete il ciclo di Bretagna (20), per esempio con il coraggio, la nobiltà dei cavalieri. La posta in gioco del racconto non è la stessa con Chrétien de Trois se lo compariamo al romanzo moderno da Cervantes a Joyce. A un certo punto la figura del re Artù è superata, con i cavalieri della tavola rotonda attorno a lui. Allora appare l’eroe, presto psicologico, del romanzo classico.

Certi spiriti sottili non trovano nient’altro da proporre che la restaurazione di questo discorso del padrone nel luogo del potere, nella società civile (le differenti forme di fascismo militare) e sino nella società analitica stessa (non è più un sogno ma un incubo maccartista, l’esercizio selvaggio del rumore).
Il discorso del padrone non ne ha d’altronde bisogno per continuare a agire , anche se è fortemente indebolito da alcuni tra i soggetti che subiscono l’effetto dell’esclusione dell’enunciazione. La forclusione del significante determinato dalla funzione imperativa del dire che presiede alla metafora poetica come alle sfilate delle nostre manifestazioni, poiché è questo il discorso del padrone, la funzione immaginaria del fallo simbolico. È là che dobbiamo dire molto meglio ciò che è la castrazione... invece del godimento.

Questo ci conduce a considerate lo stato deplorevole del discorso degli analizzanti immediatamente dopo il completamento della ragione del discorso analitico. Ovvero dopo quello che fonda ma nel modo in cui Lacan ha voluto lasciare le cose, avendo compiuto questa fondazione.

Lacan ci propone una riflessione. Ritirando l’Edipo dal discorso di Freud resta un discorso suscettibile della struttura del delirio del presidente Schreber (21).
Proponiamo un esercizio al lettore. Aggiungere (22) l’Edipo al discorso attuale che domina la psicanalisi e che ha la struttura del delirio del presidente Schreber e otterrete il discorso analitico reso necessario da Freud.

Ma perché Lacan ha lasciato le cose così per l’epoca che segue alla sua scomparsa? Perché non ha fatto in modo da rettificare questa sistuazione quando era vivo?

In primo luogo per fondare il discorso di Freud non bisogna riuscire meglio di lui. Bisogna e basta reperirlo strettamente.

In seguito, partiamo dalla constatazione che basta una olofrase per introdurre nell’educazione del bambino autista la dimensione psicotica, caratterizzata dal delirio. Il delirio è la deformazione caricaturale dello schema R bucato in schema I. Possiamo dedurne che per alfabetizzare il soggetto analizzante di Freud, per tirarlo fuori dalla sua profonda arretratezza: ignoranza della lettura, della divisione [découpage], illeggibilità del tratto della ragione a partire da Freud, flagrante nei suoi emulatori; Lacan propone al suo allievo, provocandolo per una fissazione isterica senza amore per il padre, di passare per questa tappa del delirio schreberiano che ci resta da risolvere.

Con il delirio, ci troviamo proprio a questa tappa, ma possiamo descriverlo come un rumore. È il sospetto generalizzato prodotto e intrattenuto da coloro che s’appoggiano in maniera abusiva su un adagio del discorso psicanalitico.
- In effetti la psicanalisi è proprio la messa in causa dello psicanalista. Questo è l’adagio, l’assioma, l’apotegma in ballo.

- Ma essa non potrebbe essere ridotta, com’è il caso attuale, a una messa in causa degli psicanalisti, messa in causa al di fuori dei loro studi di consultazione, al di fuori della cura, delle persone che tengono luogo di psicanalisti.

La cosa è ancora più comica – e oscena – se fanno questo tra di loro, poiché è credere e far credere nella ricerca dell’essere dello psicanalista che non può che disessere e deludere. Nel discorso dell’analisi, non possiamo che deplorare che gli analisti non siano all’altezza del loro compito, Freud non diceva altro nella sua corrispondenza.

Da parte sua Lacan dice: “Psicanalista, io lo di-sono”. Dove noi possiamo intendere il deserto e la delusione così prodotta.


Per concludere, una prospettiva per l’avvenire

Da parte nostra prendiamo il delirio del presidente Schreber nel suo stadio terminale, sotto l’aspetto dello schema I.

Gli aggiungiamo un nodo al fine d’articolare i suoi buchi che sembrano irriducibili nel sintomo [sinthome] stesso per aver raggiunto la posizione del non-folle assoluto. Il sintomo è responsabile del torto che egli si fa di sapere e riconoscere che non se lo fa che da se stesso. Il verbo autorizzarsi [s’auto-toriser]*** dice bene, già, che non si fa torto che da se stesso, sant’uomo**** distaccato, separato.

Otteniamo il tipo di legame sociale da realizzare tra i detentori del discorso analitico nell’avvenire.

(1) Jean Michel Vappereau, L’amour du tout aujourd’hui, Césure n° 3, Les logiques du discours, per la prima parte. Difficilmente possiamo rendere qui tale risultato, tanto è tecnico, occorre quindi prestarci fede su questo punto oppure piegarsi alla pratica della logica matematica. Preferiamo consigliare la seconda soluzione, ma ci dicono che essa è ancora inaccessibile alla maggior parte dei nostri contemporanei che vivono al di sopra dei loro mezzi mentali.

(2) M. Arrivé, Psychanalyse et linguistique, Meridiens Klincksieck, 1986, Parigi.

(3) J.C. Milner, Introduction à une science du langage, Seuil, 1989, Parigi.

(4) J. Lacan, “Lituraterre”, in Littérature, ripreso in Ornicar?

(5) J. C. Milner, L’Œuvre claire, Seuil, 1995, Parigi.

(6) La protrettica: procedura discorsiva che ha per funzione di distogliere il soggetto dalla doxa per volgerlo verso la teoria (p. 22).

(7) K. Popper, La logique de la recherche scientifique, Payot, 1973, Parigi.

(8) A questo punto del suo sviluppo la sua argomentazione s’indebolisce per trattare nel disordine un piccolo numero d’articolazioni cruciali che costituiscono il preambolo delle strutture freudiane della ragione: la morte, il sesso, la negazione, il corpo, l’uno... L’idea di struttura si trova posta così da un lettore assiduo di Lacan, ma essa non è svolta come tale.

(9) Termine impiegato in greco da Lacan in “Position de l’inconscient”, si tratta di koiné: le cose rese comuni, secondo le nostre fonti più recenti.

(10) M. Foucault, Naissance de la clinique, P.U.F., 1972, Parigi.

(11) Il riferimento più accessibile è dato da J. L. Gardies, “Sur l’antipsychologisme des logiciens”, Ornicar? n°38, pp. 11-21, Navarin, 1986, Parigi.

(12) Lacan sfiora questa espressione quando scrive a proposito dell’impossibilità del rapporto sessuale in un testo di spicco su questo punto, si tratta de “La lettre aux italiens”. Di conseguenza, è falso che Lacan l’abbia scritto come noi lo scriviamo della psicanalisi ma è irrefutabile che questa categoria è forgiata da Lacan nel discorso analitico.

A ciascuno, a partire da qui, di assumere la sua responsabilità per rapporto alla psicanalisi e per rapporto alla scienza.

(13) K. Popper, Post scriptum à la logique de la recherche scientifique, Hermann, 1990, Parigi.

(14) B. Cassin, Effet Sophistique, Gallimard, 1995, Parigi.

(15) S. Freud, La naissance de la psychanalyse, P.U.F., quarta edizione, 1979, Parigi.

(16) Si tratta di seguire come lo schema di Freud, nella parte bassa del diagramma, si piega per dare il nostro schema F che può fermarsi e riaprirsi in alto del diagramma, dando così un intermediario e una proposta di lettura degli schemi R e L di Lacan. Vedi LU, opera collettiva, Topologie en extension, 1998, Parigi.
(17) Qui c’è una debolezza nell’articolazione di J. C. Milner. Quando approccia tale questione ci rinvia a F. Regnault che resta molto al di qua del necessario su questo punto. Il problema può risolversi nella logica.
Ma questa debolezza indotta s’attiene alla lettura di Kojève, poi a Hegel, come filosofi cristiani.

La struttura descritta da Kojève corrisponde bene al movimento della fenomenologia hegeliana che non è in causa sotto questo aspetto. Al di là del suo preludio, la dialettica del padrone e dello schiavo, discutibile per altro, non bisogna sentirsi spinti a identificarla con il discorso del padrone, qui merita solo d’essere sottolineato l’effetto erroneo che questa lettura può produrre per quei lettori che hanno un po’ fretta di concludere.

(18) E. Gilson, Histoire de la philosophie au Moyen Age, Payot, ristampa 1976, Parigi; e Le thomisme, Vrin, 1965, Parigi.

(19) J. M. Vappereau, Étoffe, Topologie en Extension, 1988, Parigi. Questo problema è trattato come compimento della conclusione di questa opera.

(20) Poètes et Romanciers du Moyen Age, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1952, Parigi.

(21) J. Lacan, “Proposition du 7 octobre 1967 sur le psychanalyste de l’École”, Scilicet n°1, 1968, Seuil, Parigi.

(22) J. M. Vappereau, Clinica de los procesos del nudo, Kliné, 1998, Buenos Aires.





Plaisance, 8 ottobre 1998





Note di traduzione:

* In francese tore e tort si leggono nello stesso modo.

** J.-M. Vappereau scrive sinthome e non symptôme, come Lacan ha proposto nel suo seminario “Le sinthome” riprendendo un’antica grafia francese dello stesso termine.

*** Riferimento all’anello toroidale: quindi autorizzarsi e anche inanellarsi.

**** Allusione al sintomo [sinthome] che con Lacan si può leggere anche saint homme.








Jean-Michel Vappereau, psicanalista, matematico. È noto per i suoi lavori sulla teoria dei nodi. Negli anni ’70 era uno dei giovani matematici che collaboravano con Jacques Lacan nella sua indagine sul nodo borromeo e la sua relazione con l’inconscio.

Tra le sue pubblicazioni edite da Topologie en Extension:

Essaim. Le groupe fondamentale du noeud, 1985

Etoffe. Les surfaces topologique intrinsèques, 1988

Noeud. La théorie du noeud esquissée par Jacques Lacan, 1998

L’amour du tout aujourd’hui, disponibile su internet :
http://www.eetopologie.org/publications/adt/index.html

Da segnalare l’opera collettiva:

Lu. Le pliage du schéma de Freud, 1998

Sito di Topologie en Extension: http://www.eetopologie.org/

Sito di Jean-Michel Vappereau: http://jeanmichel.vappereau.free.fr/





Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari


Ottobre 2007


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19.05.2017