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Rabelesiana:
Il barnum della gastronomia è invocato dal gastronauta al potere: è il suo male, il suo peccato, il suo errore tecnico. Gli attori della scena mediatica della cucina (chef, ricette, fuochi, padelle, ristoranti, vino) gli tolgono la scena che non gli basta mai. Irride lo chef, lo spadellatore o il giocoliere della padella che detta il suo verbo, preso come qualcuno sulla via dell’imitatio Christi. È ovvio che il verbo del gastronauta è politicamente corretto. "Tutti alla corte del nuovo Dio" è detto dall’intellettuale di corte e di cappella davanti al declino della vecchia nomenclatura, la sua. Ma ognuno può contare su un doppio mandato. All’ultimo concorso di gastrosofia il nostro ha lanciato un aforisma che splenderà nei prossimi cinquecento anni di antropologia culinaria, il cui emblema spetta al non detronato Claude Levi-Strauss: “L’uomo infatti non è ciò che mangia, ma ciò che immagina di mangiare”, il che vale sopra tutto per i morti di fame. Il fondatore culturale, il fondamentalista culturale, il fondazionista culturale, che ha il suo fondo di commercio nella corte dei potenti, dice dove sta la vera cultura, ovvero la mette lui dove meglio gli aggrada, lasciando acefali gli artisti: “La vera cultura del cibo è nei prodotti e dentro le materie prime, manipolati più o meno bene dall’esercito dei cucinieri”. Non solo non ci sono più chef ma neanche cuochi, ridotti ormai al ruolo nell’esercito dei cucinieri. Il gastronauta è un generale che non ha più bisogno dell’armata, che ha fagocitato dentro di lui, come in un’opera dell’artista Manlio Mangano, che non a caso ha per titolo “Il dittatore”. Certo qui si tratta del dettatore, dello scriba del dio dell’economia e della finanza, non a torto definito come castrato dallo psicanalista Pierre Legendre.
L’ipotesi che la cucina sia intellettuale e che riguardi ciascuno non sfiora il metagastronauta che ha fondamenta culturali da distribuire a ogni membro dell’esercito dei cucinieri. Anche a me, cuoco di nessun esercito, alcune cose non bastano mai. Ogni mattina, alla scuola di Rabelais, nel nostro “uccino” senza più capo né chef, abbiamo la tentazione di inzuppare una centuria di gastronauti alla volta, più volte, e nella nostra idiozia gargantuesca ci accontentiamo di un caffelatte con i biscotti, senza sapere perché.