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L’armadio di mamma e l’armadio di papà

Hilda Perek
(8.04.2009)

Nell’armadio di mamma ci sono le pillole. Nell’armadio di papà ci sono le pallottole. Dallo choc chimico allo choc metallico gli umani, uomini e donne, trovano nella farmacia il loro armadio di colpi. L’etimo di farmacia rinvia a quello di colpo. Il colpo di mamma e il colpo di papà. C’è poco da scegliere. La scelta è obbligata: sempre la morte. La pillola d’amore e la pallottola d’odio. Che colpi! Ma dal colpo di fulmine al colpo al cuore si tratta sempre di un colpo di grazia.

Curioso che in francese tirare un colpo sia fare all’amore in modo dozzinale (proprio a dozzine e a multipli di dodici: quando non c’è la qualità ci si ripiega sulla quantità e i suoi viatici, tra i quali il viagra: la via agra) e in italiano tirare un colpo sia morire.
Come sono sorti gli armadi, gli armadietti, le teche e le bacheche? Chi è l’artigiano? Chi il vasaio che ha cambiato mestiere per diventare falegname? Nella farmacia di Platone, secondo la ricostruzione del farmacofilosofo Jacques Derrida? O la farmacia è più antica? Risale a prima della sofistica.

L’albero e il serpente. Il serpente albero e l’albero serpente. L’albero è la sostanza dell’armadio e il serpente è la sostanza della pillola. La pillola armadio e l’armadio pillola. La vita legnosa. Le opere legnose. Ritratti legnosi. Caricature dell’arte.
L’albero è l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente talvolta è raffigurato avvitato all’albero come se le sue spire in qualche modo ne facessero parte.

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Opera di Hiko Yoshitaka

La farmacia ancora adesso ha come icona il caduceo: due serpenti intrecciati tra loro attorno a un bastone. Veleno e rimedio, droga e farmaco, sostanza cattiva e sostanza buona. E il bastone? Il doppio è già nel serpente. Lingua biforcuta. Lingua della scelta. Lingua dell’alternativa. L’alternativa alla vita. La morte.

La gnosi, che non è solo quella dello storicismo religioso, la teoria della conoscenza è conoscenza del bene e del male. Dell’albero che è un’ipotesi deduttiva mortifera e mortale. Niente a che vedere con l’albero della vita.

La gnosi vede doppio e fa quadrato contro la vita. Si pone l’albero di fronte e crede di potere, volere, dovere, sapere scegliere. Tra il bene e il male. E non c’è cretino che non scelga il bene. Anche il non cretino sceglie il bene. Ma il bene è ideale. E nell’attesa: c’è l’economia del male. Hegel ritiene che si debba nutrirsi quotidianamente di particelle di morte per abituarsi a morire. Hegel è mammista. Si capisce a quale armadio faccia ricorso in caso di rappresentazione della difficoltà.
Il realismo pragmatico, politico, senza le donne, che non accettano di farsi insieme di supporto della falloforia sociale (la donna-insieme, la donna pubblica, la donna oggetto) fa ricorso all’armadio di mamma in tempo di pace e all’armadio di papà in tempo di guerra.

“Per me la donna è una droga” dice il paternalista, cercando l’amante selvaggia. “Per me la donna è un farmaco” dice il maternalista, cercando la moglie infermiera. Donna droga e donna farmaco. Strega e fata. La donna e l’altra donna. La vestale e la puttana. La madre e l’altra madre. La madre buona e la madre cattiva. La figlia buona e la figlia cattiva. La donna buona e la donna cattiva. Le Eumenidi e le Erinni. Eva e Lilith.
La donna doppia è la donna senza enigma: appesa all’albero della conoscenza del bene del male. C’è chi come Simon mago o come Auguste Comte introna la l’altra donna per purificarla nella donna tutta. C’è chi, e sono legione, si sposano la donna e poi rovinano nella ricerca dell’altra donna.

L’algebra delle donne e la geometria delle donne è una storia antichissima. Com’è presunto il mestiere della prostituzione. E quello femminile è il più evidente, ma la prostituzione maschile è più massiccia, più diffusa. Così fan tutti.
La donna due. Abbiamo accennato. La donna tre: le parche, le gorgoni, le moire, persino le tre donne in paradiso di Dante, ma si può leggere in altro modo. La donna quattro: la donna luna. Primo quarto: Atena. Secondo quarto: Afrodite. Terzo quarto: Era. Quarto quarto: Ecate. La quaternità femminile.
La donna uno: la pantera profumata di Dioniso...

L’uomo nella gnosi è quaterno e per questo non è tetragono ai colpi di ventura. Non a caso, l’uomo quaterno è quello della tragedia greca. Colto talvolta nella sua altra faccia, quella comica. Anche la faccia cosmica non scherza. Ecco la quaterna della metempsicosi maschile: dio, demone, uomo, animale. Non solo l’uomo come animale mortale, ma anche mortalità di dio, del demone.

L’uomo uomo, anche il vero uomo, è l’uomo doppio, quello di due pesi due misure. Basta valutarlo nei regali che fa alla moglie e all’amante. Chi vuole, chi deve, chi sa e chi può permetterselo.
L’uomo dio (ogni terrorista). L’uomo animale (Kafka ha scritto una certa galleria di ritratti). L’uomo demone (Fëdor Dostoevskij, bien sur). L’uomo uomo: così buono che quando porta il caffè a letto alla moglie inciampa.

Il dio degli uomini e il dio delle donne sono entrambi agenti, ovviamente doppi. Non c’è il “dio di”, non c’è l’“uomo di”, non c’è la “donna di”, non c’è il “figlio di”. Dio, uomo, donna, figlio sono senza genealogia, senza più ontologia. Non appartengono a nessun cerchio, a nessun quadrato, a nessun triangolo, nemmeno a quello spirituale di Kandinskij.

La questione donna è senza equazione algebrica. Le donne non sono l’altra metà del cielo. E quindi non c’è da rincorrere geometricamente la perfetta divisione a metà del cielo. Quale cielo? Il concetto di cielo o il cielo autentico?

La questione donna non è la questione di una donna o delle donne.
La clinica del fallo di Lacan darebbe ancora il diagramma perfetto del cielo per sondare la metà ridotta buco nero. Semmai emerge dai nomi di donna degli uccelli (vagine) del cielo di Daniel Paul Schreber, che si stava incarnando nell’unica donna vera che mancava a Dio, che le “donne di” (in Totem e tabù il padre ha il possesso di tutte le donne) sarebbero l’indice della nomea del padre padrone. Invece, le donne sono l’indice dell’anonimato del nome. Non il nome del padre di Lacan, ma il “padre come nome” dello stesso Lacan, che diverrà un’altra cosa nell’elaborazione di Armando Verdiglione: la funzione di padre, la funzione di nome, la funzione di zero. Non la funzione paterna del lacanismo. Ma la funzione di rimozione di Freud. Niente di padroneggiabile, niente di controllabile. Viene rimossa la presunzione di avere le donne, di possedere le donne. Lo zero non azzera le donne. Gli uomini zero, sì. Cercano di spiegare le donne, di metterle in piano, di forzarle nel letto senza la clinica della parola, di farle circolare metempsicoticamente, da Aristotele a Marx.

L’uomo zero, questo eroe, affascianto dall’eroina. Nell’etichetta dell’eroina prodotta dalla Bayer, quando era farmaco e non droga, c’era una donna alata. Lo zeroe, come lo chiama la poetessa Mireille Ko, il cui libro La simphonia zeroica è nel programma editoriale delle edizioni Transfinito.

Qual è la donna non più supporto maschile e non più soggetta alla circolazione? Quale la donna non più condannata a essere la madre nel rapporto sessuale, che giustamente Lacan diceva che non esiste?
Nessuna conoscenza della donna. La maculata inconcezione? È l’impossibile presa della macchia. Cosa che non cerca di fare Leonardo. Nessuno tolga l’enigma all’enigma donna.





26 giugno 2007


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