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La questione Heidegger per i suoi amici e per i suoi nemici. E per noi?

Giancarlo Calciolari
(12.05.2007)

Quando ne parlano i giornali di Heidegger (occorrerebbe intendere che cosa implica dire “quando ne parlano i giornali”), cioè in un modo tale che rispetta le convenzioni di dire qualche cosa di intelligente sulla questione. E il canone, il codice, ossia la mediologia planetaria è tale che non si può che parlare di qualche cosa evitando la lezione essenziale di questo qualcosa. Ebbene, quando ne parlano i giornali, Heidegger è considerato il più grande filosofo del secolo scorso. Quando si leggono i riferimenti e la formazione della più parte dei filosofi occidentali, la loro referenza è Heidegger. In Italia, una gran parte di filosofi , come Vattimo, Agamben, Cacciari, fanno riferimento al testo di Heidegger.

Secondo il filosofo Jean-Pierre Faye, in una conversazione del 1994 a Ginevra, le università americane rispetto alle ricezione del frutto del pensiero occidentale del vecchio continente si dividono in due parti. Una interessata a Jacques Derrida e l’altra interessata a Umberto Eco. Il pensiero europeo arriva negli States mediato da questi due autori, questi due testi, queste due letture, queste due posizioni politico-sociali. Il riferimento di Derrida è Heidegger. Nel campo della psicanalisi dopo Freud, quello che è emerso di più interessante è l’elaborazione di Jacques Lacan; e Lacan traduce un testo dal tedesco di Heidegger, Logos. Parola, discorso, linguaggio. Il riferimento di Eco è Peirce, e questa è un’altra storia.

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Christiane Apprieux, "Gemelli", 2007, bronzo a cera persa, cm 41x32,5

Lacan incontra una volta Heidegger, che tra l’altro lo trova illeggibile. In quel periodo Lacan integrerà qualche elemento del gergo heideggeriano dell’essere, in particolare la nozione di parlêtre, parlessere.

Tra i vari volumi dedicati a Heidegger, ci riferiamo ai Cahiers de l’Herne dedicati al filosofo, Michel Harr ha scritto “Noi [intendendo la comunità dei filosofi moderna] dobbiamo tutto a Heidegger”. E questa è la norma, più che l’eccezione francese, e anche italiana.

Per quanto riguarda Jacques Derrida, occorre sottolineare che il concetto per il quale è diventato noto anche al grande pubblico che non lo legge, è quello di decostruzione ed è una sua traduzione dal tedesco di un termine di Heidegger che è Abbau. Nel caso Heidegger non si tratta di un pensatore minoritario escluso dall’università ma della referenza fondamentale e centrale della filosofia del ventesimo secolo.
Solo con l’intervento di Jean-Pierre Faye, in particolare il suo breve volume “Le piège”, ma ci fu un intervento precedente sulla sua rivista “Change”, che viene proposta una lettura radicale dell’adesione al nazismo di Heidegger ufficialmente durata (anche questo “ufficialmente” è da discutere), per due anni e comunque fino a quando abbandona il rettorato, quello considerato il più importante della Germania.
Heidegger rimane iscritto al partito nazional-socialista, partito dei lavoratori. Solitamente sfugge l’etichetta operista del nazismo. Con questi lavoratori, Heidegger, se non debitore, quando meno è nell’aria del lavoratore di Jünger, l’altro dei tre casi che vengono portati ciascuna volta a proposito di adesione intellettuale al nazismo, il terzo è ovviamente Carl Schmitt.

Ebbene, nel libro Le piège, Jean-Pierre Faye trova che c’è un escamotage, lo stesso Heidegger parla di tornante, la Khere, e trova che la filosofia stessa di Heidegger sotto parole ambigue rimane nazista. Tale è la démarche di Jean-Pierre Faye. Noi aggiungiamo la sensazione che ci sia dell’altro.
Avendoci parlato di questa spartizione americana tra Jacques Derrida e Umberto Eco, possiamo notare che non sia rimasto un posto nelle università americane per Jean-Pierre Faye. Jean-Pierre Faye comincia giovanissimo con una rivista, senza spirito di cappella, lontana anche dall’inconsueta rivista “Tel quel” dell’allora giovanissimo Philippe Sollers, Philippe Joyeux, nom de plume Sollers, e si accorge che sebbene prenda alla radice le questione filosofiche, non trovandosi sulla scia di Heidegger, ma semplicemente su un’altra pista, come altri si trovano su altre piste, non avrà il successo di Derrida.

E poi, c’è una sola pista e tutti gli altri sono smarriti? Ciascuna pista ha elementi di originarietà e di autenticità? Questa è la pista di Jean-Pierre Faye, che anche in Francia, ovviamente, non ha avuto la posizione sociale che ha avuto Derrida. E così, trovando che nella materia dell’elaborazione non c’erano elementi in più di intellettualità e di analisi tra i due, ecco che allora per scuotere la posizione sociale politica culturale du clerc Derrida, scuote l’albero maestro, scuote il maestro Heidegger e lo prende là dove è presunto essere debole, ovvero nella sua adesione al nazismo.

Quindi, Heidegger ha aderito al nazismo, non ha mai restituito la tessera del partito, non è più stato rettore, ma per esempio una delle due conferenze che tiene a Roma nel 1936 era vietata agli ebrei. Queste ragioni vanno lette.

Poi sono arrivati altri libri, alcuni da un’ala cattolica che si accorge che un aspetto importante dell’operazione Heidegger è legata alla sua apostasia dal cattolicesimo. In quanto filosofo pagano, ateo, parla di Dio al plurale, come poeta da lui preferito e letto, Hölderlin.

Anche quella che oggi è considerata la sinistra heideggeriana, come Jacob Taubes, riconosce il tentativo del filosofo di proporsi come il nuovo Paolo.

Lungo questa avventura, ancora in ricerche non pubblicate se non da noi come Transfinito, in alcuni articoli e in un’intervista, Michel Bel, filosofo che si è formato con uno dei traduttori di Heidegger, Gérard Granel, dice che Heidegger si è preso per il nuovo dio, per il nuovo messia e non per Paolo.

Nel 2005, il figlio filosofo di Jean-Pierre Faye, Emmanuele Faye scrive un libro dal titolo Heidegger. L’introduzione del nazismo nella filosofia e reperisce i testi editi e inediti, alcuni non ancora tradotti in francese, nei quali riscontra degli elementi che fanno del pensiero di Heidegger un pensiero interamente nazista, fondativo e sorgivo del nazismo. Il filosofo a cui si riferisce anche Adolf Hitler in “Mein Kampf”, quando accenna al pensiero filosofico dell’epoca. Viene anche lanciata l’ipotesi di Heidegger come nègre, ghost writer di Hitler. E in effetti nelle conversazioni di denazificazione di Heidegger, il filosofo ammette che pensava di potere influire come intellettuale sulla inintellettualità di Adolf Hitler. Ripetendo il vecchio schema del filosofo come consigliere del tiranno, come Platone a Siracusa e come Aristotele tutore di Alessandro.

Ebbene, dopo un inciampo con Gallimard, che aveva l’aveva già in programma di pubblicazione, esce da un altro editore il libro Heidegger à plus forte raion, a cura di uno dei traduttori del pensiero di Heidegger in Francia, François Fédier, e di altri di questa area di lettura, per quanto riguarda l’Italia dall’economista filosofo Massimo Amato della Statale di Milano.

A leggere gli uni, a leggere gli smascheratori del pensiero nazista di Heidegger e quindi, Farias, Jean-Pierre Faye, Emmanuel Faye, Hugo Ott, si tratterrebbe di un non-filosofo che sarebbe riuscito nello scoop di trovarsi al vertice della cupola filosofica. A leggere gli altri sarebbe il legittimo leader della filosofia del XX secolo, che permette di illuminare il cammino complesso e difficile e non felice del pianeta.

Non ci sono mezze vie: o è il distruttore o è il salvatore del pianeta terra.
Ognuno ritiene di aver ragione nella sua lettura di Heidegger e rimprovera all’altro un’assenza di padronanza delle sfumature della lingua tedesca che permette agli uni e agli altri di leggere in modo direttamente opposto il testo di Heidegger.

Gli amici di Heidegger dicono che infelicemente si è sbagliato, e fu quasi una sbadataggine aderire al partito nazista e a credere che da Hitler potesse giungere una qualche novità artistica, culturale, scientifica, e quindi politica, economica, finanziaria. E che poi è stato il più grande lettore critico del nazismo, in uno stile ermetico, allegorico, per l’aver tenuto conto di essere in un regime totalitario. E il suo è stato il più grande pensiero di resistenza al nazismo.
Il nazismo sarebbe una propaggine della metafisica che si compie nel nichilismo e nella tecnica come il suo braccio armato. Mentre per Heidegger si tratterebbe di un’ontologia che non ha nulla di metafisico, una nuova fondazione, neanche della filosofia ma di un’altra cosa. Non a caso Heidegger ha scritto la fine della filosofia. Con questa lettura avrebbe fornito anche gli strumenti per leggere il destino del pianeta e dare qualche indicazione per non abboccare all’istanza di distruzione accollata alla metafisica.

Per i nemici di Heidegger, egli è il filosofo del nazismo, lo ha ispirato, con un linguaggio ambiguo, affinché altri non sapendo dove abboccano, tra l’altro, si facciano sponsor di questa filosofia che chiede di decidere sin dall’inizio se stare dalla parte del maître ou des esclaves. E quindi, i padroni per resistere alla rivolta degli schiavi (aggiornata come “comunismo”) accettano e usano qualsiasi mezzo per ritardare la parusia, la seconda venuta di Cristo, che comporta prima l’anticristo. Noi, come vita, vivremo in questo eone di tempo, e quindi il nazismo sarebbe stato appunto la risposta tedesca all’irruzione della rivolta degli schiavi, che erano tali tremila anni prima in Egitto. L’ebreo cristiano Paolo è letto come protomarxista, affermatore dell’inesistenza della distinzione tra ebreo e gentile, tra padrone e schiavo, tra uomo e donna.

Così, per gli uni Heidegger è il difensore estremo della libertà e per gli altri è l’affossatore estremo della libertà.

Se avessero ragione gli amici di Heidegger occorrerebbe dare ancora maggiore spazio al suo pensiero. L’unico vero pensiero rinnovatore della società che si è smarrita, in una lunga serie di mistificazioni dell’essere. Heidegger ha riproposto come cardinale la questione dell’essere dell’uomo, delle cose, delle galassie, del pianeta: questione dell’essere che rimarrebbe occultata dietro una teoria di enti che sarebbe il dominio dell’inautenticità.

Se avessero ragione i nemici di Heidegger, egli sarebbe l’ideologo del nazismo e responsabile quindi del suo esito, nel suo perseguire l’eliminazione assoluta del terzo. Per quanto riguarda la questione della strage del nemico, sino alla soluzione finale, qui sta anche la questione di Schmitt che àncora il suo pensiero sulla distinzione tra amico e nemico, operando pure una sovrapposizione fra straniero e nemico. Da straniero in patria a nemico in patria: tale sarebbe l’ebreo, e lo sarebbe in modo nascosto, marrano.

Ebbene per i suoi nemici che vogliono proibire la lettura dei suoi libri, Heidegger avrebbe introdotto il nazismo in modo mascherato, subdolo, criptico, dando ciascuna volta un significato differente alle cose, offrendo gli elementi per proseguire quel che tra l’altro lui non è riuscito a fare con il nazismo.
La tesi di base è che la diffusione delle opere di Heidegger realizzerebbe quello che non è riuscito a fare in vita se non in modo parziale con Hitler: la distruzione di ogni elemento a parte quello ariano.

L’autodafè non è stato lanciato, ma è di un fuoco bianco e trasparente che oggi si bruciano le cose. E chi ha ragione allora? Chi legge perfettamente bene il tedesco?

Ognuno legge il tedesco in un certo modo, per attribuire il bene a sé e il male all’altro. Ognuno è in condizione di ragionare e di fare valere all’interno della propria lettura il valore estremo di ciò che dice. Quindi o l’uno o l’altro - secondo la logica aristotelica - avrebbe torto.

Noi leggiamo in un modo differente questa questione: hanno entrambi ragione, nel senso che ciò che dice ciascuno è vero. Qual è il rapporto allora? Potrebbe avere ragione la lettura degli amici per quel che riguarda il contributo alla filosofia e potrebbe aver ragione la lettura degli nemici rispetto all’introduzione del nazismo nella filosofia. In ambedue i casi non c’è una lettura della filosofia, di quella assiomatica che viene definita da 2400 anni come filosofia. I nemici francesi si riferiscono a Cartesio come a un valore; mentre per gli amici francesi Cartesio si trova lungo quella fila di ragionamenti che porta alla tecnica, anche alla tecnica di sterminio.

La filosofia è la formalizzazione del paganesimo, non accoglie nessuna istanza monoteista: né l’istanza ebraica né l’istanza cristiana né l’istanza islamica. Alessandro arriva in India ma non ritorna con lo zero, l’islam arriva in India e ritorna con lo zero.
Noi possiamo anche dire perché, fornire qualche elemento di risposta, ma è opportuno che siamo sopra tutto i filosofi a dire perché non c’è lo zero nella filosofia, perché il pensiero greco non ha potuto elaborare la questione dello zero e dove, tra le righe nella filosofia greca e se vogliamo anche nella mitologia greca lo statuto dello zero sia adombrato.
Non c’è Dio nel paganesimo ma la sua pluralizzazione, questo è il dio del politeismo e comunque anche quando la filosofia dice dio, lo dice nell’assiomatica greca, e quindi è un dio tra gli dèi, nella pluralità. Potremmo entrare nella mitologia e leggere anche il bestiario. Infatti questi dèi sono animali, o si trasformano in animali, che si umanizzano, vanno alle nozze di Cadmo e Armonia, poi spariscono...
Il pensiero greco formalizzato da Aristotele è una simbologia, è un discorso, è un effetto, risponde dove non si può rispondere. La chimera sorge così, non c’è risposta rispetto al due e c’è l’araba fenice. Non c’è risposta rispetto allo statuto dell’animale e c’è il dio animale. Si tratta anche di una formalizzazione della circolarità, poiché non c’è lo zero, non c’è il sassolino che non permette a tutti gli altri numeri di circolare, ma li annoda in una differenza strutturale. Non c’è questo sassolino che ostacoli il tentativo di chiusura, in cui il punto di arrivo si doppierebbe sul punto di partenza. Lo zero, per ironia sta proprio lì a non chiudere, impedisce la sovrapponibilità dell’uno su se stesso. È impossibile ritornare (il ritorno come ripristino), al punto di partenza. Lo zero rimuove l’uno. Il ritorno è dello zero, dell’uno rimosso, del non-uno. Non c’è il ritorno dell’uno dopo un viaggio circolare.
Per dire così, ha torto Nessuno, Odisseo, ma ha ragione Omero di narrare la vicenda paradossale del ritorno di Ulisse. Possiamo anche leggere in ben altro modo Omero come non è mai stato letto.
La circolarità è fatta di corpo e di psiche, corpo come soma, viene diviso l’uomo in due e circola, vengono divise varie cose e circolano: amico/nemico, padrone/schiavo, sostanza/mentalità. La circolarità è sostanziale, e quanto di più psicoticamente avvertibile da ognuno come prigioniero; ed è mentale e quanto di più avvertibile come soggezione alla paura, come soggetto al circolo, ovvero soggetto alla morte, soggetto alla circolazione.

Heidegger non è esce dalla metafisica, non esce dal nichilismo e l’ontologia è metafisica, è nichilismo. La filosofia è una paralogica di vita, e sia Cartesio che Heidegger circolano nella stessa sfera. Noi leggiamo qualche elemento del testo di Heidegger, non abbiamo nessuno compito universitario, scolastico, nessun interesse psicotico o nevrotico. Leggiamo con libertà ma non abbiamo l’interesse di andare oltre, oltre cosa?, oltre le acquisizioni della nostra lettura di alcuni testi in tedesco di Heidegger. Ma è una bufala la questione della lingua di espressione - se vogliamo chiamarla così - di Heidegger? Perché in Germania, cioè tra coloro che leggono la lingua tedesca, la questione permane e esiste per lo più l’accettazione universitaria di Heidegger, perché filosofi molto noti e importanti sono stati suoi allievi.

Abbiamo riscontrato la circolarità in Essere e tempo. Heidegger aveva scritto in una versione, e non in altre, che l’essere è circolare (forse la citazione è sparita assieme alla dedica al maestro Husserl).
Allora, leggendo in tedesco Essere e tempo del 1927, e leggendo in tedesco la conferenza che ha tenuto con il titolo Tempo e essere nel 1962, 35 anni dopo , abbiamo riscontrato che ciascun termine è preso nella presunta circolarità dell’essere. Circolarità che si trova anche nel mito dell’invenzione della scrittura nel Fedro di Platone.

Noi non abbiamo l’interesse degli amici e dei nemici perché abbiamo un’altra lettura di Paolo, decisamente paolina rispetto alla lettura heideggeriana, ovvero abbiamo constatato la struttura delle cose, tel quel, e non abbiamo trovato indice e etichette di certe persone e cose. Nemmeno sotto la lingua del Golem abbiamo trovato l’etichetta di Golem. Paolo dice che in Cristo non c’è più la distinzione tra gentile e ebreo, uomo e donna, amico e nemico, ricco e povero. E dove Paolo dice “in Cristo”, occorrerebbe intendere non subito, non in fretta.

Noi non distinguiamo tra amico e nemico, l’ironia della vita è stata ed è immensa: sono stati più gentili alcuni nemici, e certi amici ci sono stati particolarmente ostili. È quanto di più ironico la distinzione tra amico e nemico, almeno nella nostra vita, e quindi non siamo interessati a rispondere ai quesiti ai quali risponderanno gli storici non tedeschi se imparano a leggere il tedesco.
Mentre per i tedeschi c’è una non lettura di Heidegger su certi aspetti perché la lettura implicherebbe una messa in discussione radicale rispetto alle proprie posizioni che è immensa.
Ognuno può proporre dei paradossi come quello di Zenone, ma il “mondo” continua a girare in tondo. Nessuna lettura della prostituzione ha provocato la sua scomparsa. Nessuna lettura della pena di morte l’ha abolita: ridotta su scala locale si è estesa su scala mondiale. Milioni, forse miliardi, di persone inseguono la pseudo vita, ma non per questo imboccano la strada della vera vita.

Noi valutiamo questa radicalità incommensurabile che c’è nel porsi le questioni che affrontiamo leggendo il testo di Heidegger. E quindi troviamo che la diatriba tra amici e nemici di Heidegger sia condotta per confermare la falloforia personale e sociale. Freud lo chiama il narcisismo delle piccole differenze.

Amici e nemici prendono Heidegger come resto, come causa di desiderio, come supposto sapere quello che per altro sono essi stessi a attribuirgli. Ovvero, per dirlo con Lacan, ricevono il loro stesso messaggio in forma invertita.
Come oggetto della pulsione gregaria (che per Freud non esiste), come oggetto a, Heidegger può abbigliarsi da punto più alto o da punto più basso, per favorire ora una genealogia ora un’altra.
A noi, che non militiamo in nessuna organizzazione militare o religiosa, Heidegger non fa né caldo né freddo. Mentre gli amici e i nemici, che ci paiono entrambi degni, quanto più si attengono all’originario, ci fanno pensare a come sia difficile attenersi semplicemente alla parola, libera e felice.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito"


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19.05.2017