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Alithéia Belisama, "Carte Joker"

Giancarlo Calciolari
(21.03.2008)

L’epoca, scrive Philippe Sollers, è all’ora della restaurazione velenosa, della sicurezza rinforzata, del triste romanzo familiare riabilitato. L’epoca è la copertura dell’era, quella della vera vita. La copertura che è quella del ricordo, che Freud qualifica sempre di copertura. I più scrivono coperture, cose letali prese come miele. Alithéia Belisama in “Carte Joker”, (Exigence: Littérature, Paris, 2008, pp. 512, € 26,95) annuncia subito il suo colore, la sua pietra di scandalo, la sua verità, appunto alithéia ou alethéia. Alêthêia. La verità. Nel mito, Lete è il fiume dell’oblio, della copertura delle cose che non riemergono più.

A-lethéia. Dell’opposizione di Alethéia e di Léthé (per mantenere la transliterazione francese) pare accorgersene solo Marcel Detienne. Non oblio, non sprofondato, non coperto, non annegato, non dimenticato, non nascosto. Ma non non-velato o disvelato, come legge Heidegger. Il velo è un’altra cosa, e non è al servizio dello strip-tease.

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Christiane Apprieux, "I battenti del paradiso", 2007, bronzo a cera persa

La verità portata dalle Muse, dalla memoria in atto e non dal ricordo, non esce dal fiume Lete. La verità è un teorema: non c’è più nascondimento, e non perché c’era, ma perché non c’è mai stato. Come accorgersi che l’etere, ancora nell’Enciclopedia Britannica verso la fine dell’ottocento, non è mai esistito. Non c’è più etere, non perché sono finite le scorte, ma perché non c’è mai stato.

Il ricordo è letale, anche se l’etimo indica la provenienza da “trapasso” e non da “Lete”. E la verità non c’è modo di nasconderla, esce da tutti i pori, scrive Freud.

Il romanzo originario. La memoria si scrive, questo è il romanzo di Alithéia Belisama, che tiene tranquillamente il colpo sulla pagina, come se il sistema, lo spettacolo, la copertura, non fosse che un’enorme chiacchiera.

L’elemento linguistico arriva. Suppone, impone e traspone. Inarrestabile.
Padre, madre, sorella, gemella, zia, nonno, nascita, placenta, vita... Il viaggio è assoluto, come il romanzo.

Alithéia Belisama è felice in una distanza infinita dal circo, dallo spettacolo, dalla copertura, dall’immenso campo di concentrazione e di sterminio di massa. Ancora prima di nascere, perché già nata nella parola dei genitori. E rinasce nella lettura e nella scrittura della vita, senza soccombere al prêt-à-porter sociale che garantisce e assicura ognuno dal grembo della madre alla tomba. La presenza avviluppante della moratoria generale degli umani spinge una parte della vita nell’invisibile, la parte più autentica, quella appunto della scrittura.

Vivere, secondo l’autrice, è riuscire a vincere, a dominare con una strategia difensiva, immunitaria, l’onnipotenza del fantasma materno al fine di uscire dalla madre, nascere veramente.

Nel romanzo il fantasma materno è la placenta che sfugge all’apoptosi, alla morte cellulare programmata, e risulta una necrosi infinita in cui sopravvivono gli umani, immersi in un liquido amniotico, magico e ipnotico, dalla culla alla tomba, senza mai un attimo di vera vita. È chiaro che uscire da questa fantasmatica inglobante è la posta in gioco di tutta la vita. Come si dissolve l’avvolgimento mortifero? Con la scrittura originaria. Tale è la saga di Carte Joker.

Alithéia e sua sorella gemella Accanta, figlie premature di padre ignoto, hanno una madre ancora adolescente, che le abbandona alla vita, cresciute dalla nonna materna e dalla zia materna. Comincia così l’esplorazione della vita e dei suoi fantasmi. Perché il padre si è sposato con un’altra donna? Che cosa non aveva la madre per non essere riuscita a tenerlo a sé con la gravidanza? E subito comincia l’astrazione: di che cosa deve dunque essere “provvista” una donna per essere “sposabile” agli occhi di un ragazzo?

La copertura sociale che pesa su tutti – e ognuno deve pagare il dazio - è indagata nel suo aspetto materno. Qui la caverna platonica diviene la selva oscura di Dante, più che la tasca d’ombra di Pascal Quignard, la notte uterina degli umani. Le tre Parche non hanno più bisogno delle altre due, Cloto e Lachesi, basta e avanza Atropo, che dà la vita a termine, avvelenata, non a caso l’atropina è il nome dato alla sostanza estratta dalla belladonna (altro nome...).

E comincia anche la doppia vita. La vita di Alithéia Belisama che si crea la vita romanzata di Alithéia Belisama e firmandosi Alithéia Belisama indica il romanzo di vita di un’autrice che ancora preferisce la vita invisibile.

La doppia vita, la vita parallela di Sollers, la doppia vita di Pessoa, quella vera e quella falsa? Ognuno come agente segreto per proprio conto? Per indicare la questione di vita, sì, ma con qualche complicazione. La questione è uno scoglio inaggirabile e insormontabile, affrontata da giganti, quali l’anomino scrittore del Genesi e il noto scrittore della Commedia, Dante. Nel primo libro è il serpente e nel secondo è la lupa. E Alithéia Belisama si attiene alla risposta di Virgilio a Dante, che teme la bestia: “A te convien tenere altro viaggio”.

Il viaggio originario di Alithéia Belisama comincia con due aspetti della vita di Alithéia, farmacista e scrittrice, che ha sin dalla nascita un’altra vita adiacente alla sua, quella della gemella, Accanta. La metafora dei gemelli accompagna la metafora della placenta (poiché il ventre è materno per nove mesi e non per l’eternità) e ne costituisce il pretesto per la via d’uscita. Nessuna ordinalità della serie. La prima e la seconda figlia. Omozigoti o eterozigoti che siano. Nessuna predestinazione che non porti al cimitero anticipatamente, come insegna Rainer Maria Rilke nelle Elegie duinesi. Ciascuna volta il caso è unico.

L’autrice si attiene alla logica del fantasma con un rigore indeflettibile, anche nel senso che non si piega a nessuna genuflessione sociale. In tal senso il caso di Alithéia Belisama è quello di un’eccezione irrecuperabile. Immunità blindata, ovvero intellettuale. Una “non-fame assoluta”. Una inappetenza radicale per la corsa sociale, per i trofei, per i premi, per gli statuti comunitari che sanciscono che la buona letteratura è monotona, noiosa, ossessionata, fatta da una coorte di grafomani che scrivono come mangiano e come parlano e bagnano nel naturalismo.

Carte Joker richiede ai lettori di fare un salto di qualità, per non restare
tra coloro che non sono in condizione di leggere un’opera come questa di Alithéia Belisama. Gli strumenti si trovano nel romanzo stesso. E le acquisizioni sono immense, rispetto alla vita, alla posta in gioco di ciascuno, alle armi e alla strategia di vita, agli statuti della donna, della madre, della figlia, del padre, dei fratelli. L’analisi del discorso della morte che avvolge come una melassa avvelenata la vita di ognuno è spinta allo spasimo, a svellere le mitologie e i ritualismi che mantengono allo stato larvale le marionette che sognano i benefici secondari dei burattinai.

Il dispositivo narrativo di Alithéia Belisama è una macchina da guerra intellettuale. Solamente après-coup, dopo la lettura, qualcosa si disegna che riguarda il caso della narratrice della storia che parla della vita vera ma affidandola a un personaggio d’invenzione che si chiama come l’autrice, Alithéia Belisama. E così un’alone di finzione plana sul nome vero dell’autrice, che appare solo nella quarta di copertina.

Alithéia Belisama narra la storia della sua infanzia e della sua adolescenza e poi leggendo la sua avventura di scrittrice pressoché invisibile, ma dagli incontri con persone celebri, quali Lacan, Sollers, Verdiglione, Naouri, riviene incessantemente a rileggere il suo romanzo familiare, e ancora di più nell’ultima parte in cui si è conclusa la fase Plutarco e comincia la fase Pontiggia, ovvero passa dalla vita degli uomini illustri alla vita di uomini non illustri. Alithéia incontra Franz, che in modo discreto prosegue a scrivere e non ne parla con nessuno.

Prima ha vissuto come facendo parte del “quadro del paradiso” (23) e poi scommettendo sulla vita originaria, più che sulla doppia vita, attenendosi all’essenziale, al filo della scrittura, vero filo d’Arianna. Allora la vita di ciascuno è un’autentica esperienza, e risulta un paradigma e non una sopravvivenza avvolta dal lustro sociale ma sulla quale il vento e la sabbia scorrono cancellando ogni traccia.

“Alithéia è un paradigma” (32). Il privato e il pubblico sono le due facce sul quale scrive l’autrice, e quindi non è senza effetti sia per il privato sia per il pubblico (399). Il punto della scrittura tocca le due facce del foglio, che non si può più dividere in due.

La verità, Alithéia, capitale singolare, nell’eternità dell’istante, giunge in uno squarcio dell’immagine ideale, un lampo, senza più cantonate, è l’etimo di Belisama, la splendente, la brillantissima, presso i Celti. E il fantasma dell’altra donna, la nemica maligna, svanisce.

Alithéia Belisama. Greco celtica. Un modo per dire originaria, senza più origine, assenza di ogni normalizzazione, radice intellettuale avvertibile talvolta come sradicamento originario irrimediabile delle pseudo radici placentarie.

La metafora della placenta, del cancro, del ventre, della bolla, è anche una metafora della bocca, ovvero è il cannibalismo sociale che Alithéia Belisama mette in scena e analizza. La doppia vita apparentemente serve per sviare le mire del Leviatano e per non dargli quasi nulla da mangiare, una donna minuta, gentile e colta farmacista, che non fa male a una mosca, mentre in un’altra scena la scrittrice è di una energia e di una forza costante, immune ai colpi di sventura, sensibile a ogni aspetto della vita, la sua come quella degli altri.

Alithéia Belisama si propone come carta jolly, da sempre, una sorta d’accompagnatrice, saltando nei ruoli e nei dispositivi (189). E così con Dagda, Stevenson, Tarquin, Mithridate e in modo differente con Franz.

Il jolly prende il valore del gioco in cui si trova, e poi rimane jolly, e svuota il gioco dalla pretesa di essere gioco di vita e lo rimanda alla sua natura di gioco speculare, vero e proprio gioco di ruoli, imbevuto di liquido amniotico in apoptosi, come se la realtà fosse una metafora di placenta (203).

Nella scrittura del romanzo della sua vita, Alithéia Belisama giocando tra le due scene, quella di narratrice anonima e quella di personaggio nominato con il suo nome, Alithéia Belisama, aggiunge un altro livello di astrazione più che di realismo nel far intervenire le identità note degli pseudonimi, ossia Lacan, Sollers, Verdiglione, Naouri... Di ciascuna celebrità Belisama offre il caso intellettuale, senza mai pretesa di cartella clinica, che lascia ai giochi di ruolo.

Alithéia comprende al volo una certa carica fantasmatica in ballo in ciascun caso e appena qualcosa va in direzione della sua realizzazione, allora si toglie dal gioco. Lascia cadere l’analisi con Lacan, la collaborazione con Sollers e la sua rivista “Tel Quel”, l’intervento per un decennio nel Movimento di Verdiglione, in altri termini il nome sconosciuto del padre la spinge verso personaggi celebri.

Ma non è solo una fantasmatica, non si tratta di Alithéia che si mette al posto della madre che non è stata scelta perché non aveva gli attributi per sposarsi, è questione di scrittura dell’esperienza, anche con il pretesto della carta jolly. Certo che il jolly funziona sempre, c’è pieno di personaggi in cerca di autore, anche tra gli autori, i più noti come i meno noti. E funziona per il valore di quel ruolo, di quel dispositivo. Il principe sceglie la principessa, pur non disdegnando le donne di nessuno strato sociale, ma non sceglie la marziana che scende in mongolfiera. La vita invisibile, che non a caso Alithéia Belisama consegna in questo libro è la scrittura di ciascuna esperienza. E allora i nomi celebri non restano più tali. Il nome Alithéia Belisama funziona, e dissipa la credenza nei nomi del padre e quella nell’esistenza di due lingue, la sua lingua e la lingua dell’altro, come se alcuni elementi linguistici avessero padroni o schiavi.

Ciascun elemento linguistico entra nella vita e si traspone. Libertà è dell’elemento e non del soggetto, sia esso presunto padrone o schiavo (candidato padrone) della parola. Certo, attenersi alla libertà della parola è così difficile che il discorso scientifico, dopo quello filosofico e dopo quello teologico ancora cerca di edificarme il monopolio. Nessuna prigione universale della parola, né Babele né caverna platonica. Nessuna scarpa magica o ipnotica che possa imprigionare il piede della fanciulla o gonfiare il piede del fanciullo.

Non c’è risposta logica alle attese della bestia sociale, alla sua ingordigia. Non c’è logica dell’incontro neanche nel caso di una non fame assoluta in entrambi i casi, come in quello di Alithéia con Stevenson-Sollers, che il linguaggio naturale della bestia liquiderebbe come l’incontro distratto tra una quasi anoressica e uno quasi sazio. L’incontro non è pre-scritto. Il rapporto sessuale non esiste, insegna Lacan per i non partecipanti alla zoosfera. È per questo che il romanzo si scrive. E per la stessa ragione: della lingua imitativa e della scrittura imitativa e della logica imitativa restano la lingua, la scrittura e la logica in atto.

La tentazione non intellettuale, ossia sostanziale e mentale, si affaccia niente di meno che nel paradiso. Si ripresenta a Cristo nel deserto. Era già prima nella metafora della caverna di Platone, che dice all’amico: assomiglia tu la vita degli umani a dei prigionieri in una caverna... Allora se Alithéia prende l’inesistente caverna (d’accordo: ogni umano fa appunto come se ci fosse) per la grotta di Ali Babà e gioca a sposare provvisoriamente la logica degli altri (264) come pretesto per l’esplorazione di questa bizzarra idea, quello che conta è la restituzione del testo della sua esplorazione. Allora è interessante accorgersi come dalla “capacità di saltare nella visibilità a un posto mai riservato prima per appartenenza sociale a una classe”e presunto appartenere quindi a un’altra classe sociale, svaniscano il saltare, la visibilità, il posto, l’appartenenza, lungo la scrittura non spettacolare dell’esperienza.

Le informazioni che Alithéia fornisce sul suo esile corpo, che spinge Mitrhidate-Naouri a chiamarla per gioco Silicea, quasi avesse la fragilità minerale, indicano un’immunità nella leggerezza, acquisita nel viaggio poetico di vita. E questo corpo che giustamente Belisama indaga con la teologia piuttosto che con la fisiologia, non occupa nessun posto, né fisico né metafisico, ma anche né personale né sociale. È semmai questione di posizione insituabile. Questa è infatti l’esperienza delle celebrità del romanzo: non hanno mai trovato Alithéia Belisama là dove era presunta trovarsi. E l’autrice non ha mai trovato le parole egemoniche degli autori celebri là dove erano presunte trovarsi: sembrano autoritarie e spingere all’obbedienza perfetta, accerchiare i viventi in una totale presa d’ostaggi, e invece gli elementi linguistici, liberi, vivono il loro vero tempo di vita, tempo di una missione, tempo di un capitolo, scompaiono all’ora giusta, nel loro puntuale crepuscolo (291): dal prendere il colore delle foglie nell’arte della guerra cinese al colore delle scrittura. Messaggio diretto non solo a ciascuna donna (348). Messaggio ricevuto: acquisire la lezione è un’altra cosa.

Che cosa farebbe Alithéia Belisama se potesse fare con la libertà che le spetta? Quello che sta facendo, quello che sta scrivendo, vivendo come vive, scrivendo come scrive, in una libertà estrema, dove la farmacia è un’arte della combinazione e non un’istituzione materna. Il lavoro è onirico e non un incubo.

Che cos’è il cavallo di Troia del suo stile gemellare? È la metafora della placenta, benché all’interno del cavallo ci sia appunto un’altra cosa (377). E dell’altra cosa ne testimonia l’intero romanzo. È come se dicesse all’interlocutore di accettare fino in fondo l’idea del mondo come ventre materno, ma guai se ci crede, altrimenti non s’imbatte nell’altra cosa.

L’altra cosa è anche nella distanza infinita dalla metafora paterna o materna, nel senso che le cose non vengono da papà e mamma. La trinità non è fatta da papà, mamma e figlia o figlio o figli. Tutte le formule e le loro esecuzioni della terna papà, mamma e figlio sono l’edipismo. Il figlio plasmato dal padre, la figlia che assomiglia alla mamma, il figlio che cerca una donna che assomigli alla mamma ma non troppo, la figlia che si vuole differenziare dalla mamma, il figlio che vuole emanciparsi dal padre, la figlia che vuole separarsi dalla madre, il figlio che ha paura dei cavalli, la figlia che ha paura dei gatti, il figlio che teme che il padre muoia, la figlia che teme che la madre muoia, la figlia che vuole uscire dalla madre e il figlio che ci vuole entrare... L’antropologia è la forma più comune di zoologia. Più interessante la teologia, uno dei primi interessi di Alithéia Belisama; e non è un caso che per indicare lo statuto di figlia ricorra addirittura alla risposta di Dio a Mosé: io sono colui che io sono (418).

Come cessa la metafora paterna o materna? Con l’instaurazione della metafora, senza orpelli, quella che ciascun autore incontra sin dal rigo zero. In altro modo: “guadagare la guerra è vincere con la rimozione originaria” (431).
Infatti scrivendo in modo originario la vita non è più circolare e può intervenire la novità e l’altra cosa, come insegna la conclusione felice del romanzo, a procedere dalla certezza dell’incertezza (388), dal pieno vuoto e dal vuoto pieno (422). Felicità della vita originaria e non più doppia, così difficile d’intendere anche nel messaggio di Paolo, quando dice a ciascuno di continuare a vivere secondo la condizione che gli ha assegnato Dio (Prima lettera ai Corinzi, 7, 17).

Questo libro per noi ha una forza impressionante, proprio perché non evita nessuna questione, e ce ne pone alcune di radicali. Noi abbiamo abboccato a varie idealità e la loro realizzazione – come insegna la letteratura e la psicanalisi – è stata infausta. Inoltre anche noi scriviamo libri che sono stati quasi tutti rifiutati. Abbiamo anche non accettato la pubblicazione di alcuni libri perché non c’erano le condizioni per farlo. E come Alithéia Belisama scriviamo con energia e forza costante e la rivista on-line funziona. E perché funziona? È un immenso lavoro, senza più nessuna traccia di idealità.

La scommessa di Alithéia Belisama è quella del giovane Arthur Rimbaud, che non ha pubblicato da Gallimard, eppure...





Giancarlo Calciolari, direttore di “Transfinito”.




16 marzo 2008


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