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Tecla Starace, scrittrice dimenticata

Monica Cito
(17.03.2008)

TECLA STARACE, SCRITTRICE DIMENTICATA

di Monica Cito

A mia nonna Giulia,

che ha vissuto l’infanzia povera e di fatica, la maturità povera e di fatica, la malattia e la passione tutta della Madonna addolorata. Ed è morta con una smorfietta simpatica ed infantile; e, forse, ha finalmente trovato l’agognata pace.

La tua Nenna Monica




- MAYA

Un libro pieno di parole che si perdono (affogano) nella banalità del male ed, attraverso un anelito alla ricerca dei valori della tradizione ed un’accusa altalenante a Dio, sviscera il dolore ora d’una moglie maltrattata, ora di un’amante annientata.

In un gioco altalenante fra banalità della parola e possibilità della stessa, temendo, forse, di non essere compresa con la messa in scena di questo costrutto, la Starace reputa di dover dare forza alle proprie liriche precedendole con un frammento della heideggeriana “Lettera sull’umanesimo”, e da una breve e realmente poetica presentazione della Starace stessa. Ne nasce, così, un preambolo d’interpretazione autentica difficile da contrastare, laddove si voglia considerare che le liriche vanno lette nei confini di due parametri prestabiliti: la casa e l’essere, quali parola e speranza per un mondo diverso:

Sappiamo tutti che non rimane che cenere. E questo è un piccolo libro di cenere dove forse appena una scintilla, la speranza di un mondo migliore, si accende. (pag.5).

Una religiosità di stampo cattolico, messa in discussione e contemporaneamente rivisitata, e sempre reinventata (e risuscitata), popola le pagine del libro. A volte, però, risulta stucchevole, il suo riproporsi.

Ciò che, malgrado le accennate sfibrature, fa sì che il libretto svetti sono gli infiniti intercalari posti, quasi a mo’ di parentesi, all’interno di un tempio prosaico; segno dell’ineluttabilità di quella amata e poco cogitata, atmosfera culturale posta a base di più profonde e, da scavarsi, meditazioni.

Lo stucchevole cede, indi, il passo alla conoscenza. In retroscoperta si coglie così l’illusione, il dolore e la disperazione. Vestita da monaca e santa, la voce diventa pian piano ribelle epidemia; seppur lenta, lenta, lenta – allo sfinimento.

Chiudo gli occhi/Non trovo parole/ Ripeto piano/come a un bambino malato/ che già s’assopisce: /«Passerà». (pag.8)

Ribelle epidemia, simile al canto della Brontë, quasi eco nuova, e ancor più disumana della Emily qui rivisitata ai limiti dell’u-mano: Non ho più parole/Ormai la dissonanza/il grado straziante/l’urlo/soli sanno parlare/per me./Non ho più parole,/le semplici,/calme parole/d’un essere umano/che ha vissuto una vita umana (pag.10); e della rassegnazione nata (appunto) da quella umanità-femminilità che si vede estremamente, mistica e rassegnata, anchilosarsi all’ineluttabilità del male, sino all’anelito della morte.

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Christiane Apprieux, "La forza dell’elemento", 2008

L’amore della donna prende coscienza del dato di fatto: Hai preferito/un petto abbondante/una coscia pelosa/una bocca vorace (pag.29).

L’amore della donna è in attesa… Un giorno morirò/E già conosco/i miei assassini (pag.30).

In attesa di uccelli rapaci e diabolici, che vengono a prendere l’anima, oltre che il corpo. Sono uccelli assassini, che guardano con occhi biechi.

E qui ritorna, non sfibrata, ma interamente deostruita, l’umanità annichilita, dalla quale la scrittrice parte per poi sempre ritornare:

Una creatura/umana che/si chiamava Tecla (pag.31)

Hai bisogno/della puttana- serva/non di una Donna (pag.33)

La donna-sacrificio, l’incomunicabilità domestica e quella extraconiugale; la banalità e violenza dei rapporti parentali allargati (marito sfruttatore e inetto, ma amato e riproposto in una versione deprivata di telluricità, suocera- avvoltoio) segnano queste pagine a metà strada, sempre e sempre e sempre, tra dottrina della fede e liberazione incompiuta, terrenità ed anelito alla luce divina e definitivamente salvifica.

L’Addio (che vuol dire A Dio), lirica di chiusura della silloge, sbarra e serra il profondo, contrito, rubato respiro d’una “pura di cuore”, e sintetizza il teorema di Maya. Maya che è dolore e pianto e disperazione (vedasi presentazione dell’autrice) diventerà due fiori che insieme respireranno, due raggi di luce/che brilleranno colmi/nell’universo (pag.54) perché allora TU POSSA CAPIRE… Allora capirai,/Amore, che sarebbe, fratelli,/madri, padri e parenti/sono fatti transitori (ibidem). Ma non è un fatto transitorio la “tua” donna- sacrificio.

Non vi è traccia di vero odio per quello che viene descritto come l’unico possibile “vero maschio” (distico mio), uno dei tanti che alla propria donna fanno dire: Ho sopportato/giorno per giorno/una vita senza sorriso/una vita da cimitero[…] (pag.26).

Un’unica lirica sembra svettare sulla trama della sopportazione e della passiva accettazione. Mi riferisco a “Non riesco” : titolo senz’altro ricavato dal primo verso. Titolo simpatetico, suo malgrado, ed amalgamante nel traverso.

Silenzioso attacco, quasi cruento, a un Dio che, più avanti, sarà non più crudele come e quanto la Dea Kalì, ma un orco da antro, col quale, perdendo ogni speranza, ci si possa ritirare in un certo Assoluto: l’eremitaggio.


- UOMINI

La base narrativa è lenta, spesso troppo arcaica, summa di emozioni tratte dalla realtà, presumo, ma non abbondantemente profuse sulla carta.

Freni di contenimento albergano sulle pagine, opinioni non compiute gelano un possibile giudizio sociale ed i racconti sono flash dilatati di catastrofiche esperienze non sviscerate in tutta la loro essenza e potenzialità distruttiva.

Che l’autrice abbia posto un freno al fluire del verbo-parola è di tutta evidenza, anche nella scelta dell’utilizzo del linguaggio basico in terza persona, come a volersi allontanare e, contemporaneamente ricordare, pur letteralizzando esperienze dolorose ed annichilenti:

Aveva vissuto infanzia, adolescenza e giovinezza in mezzo alla tristezza e al pessimismo. Nessun piccolo sogno si era avverato. Tutto era proibito. Così teresa e sua sorella erano cresciute come due pianticelle esteriormente belle ma interiormente piene di ribellione, di veleno, di paura. (pag. 6)

Una certa programmaticità artistica non può essere, però, del tutto negata, laddove si pongono in essere poche semplicissime ed inattaccabili osservazioni di tutto intuito.

Il libro è composizione unitaria, quindi sorretta da un programma descrittivo unitario, tendente al disvelamento dell’avventurosa/sventurata vita della protagonista Teresa. Teresa la donna, l’indottrinata, la tradita:

Lui era sempre gentile e altruista, asciugava le sue lacrime ed era pronto a rinunciare al rapporto sessuale se lei doveva piangere per qualche guaio di famiglia. Elio combatteva anche il pessimismo in cui era cresciuta Teresa, le parlava di Dio Padre e della sua misericordia. Ma a Teresa riusciva enormemente difficile credere in un Dio Padre. Lei aveva avuto un padre severissimo, che incuteva paura. (pag. 9)

«Ma vedrai che Dio padre aiuterà lo stesso. Che in qualche modo faremo. […]» (pag. 32)

Per la tradita:

Aveva creduto ciecamente in questo amore e non poteva proprio concepire che Elio fosse come tanti. (pag. 11)

Per la donna: tutto il dolore d’una scrittrice-personaggio, trasfuso in racconti-romanzo, senza limite di spazio e tempo, e calata in picchiata nel nero fumo d’una vita frantumatasi lentamente, attraverso capitoli-nomi di maschio-disincantato: Elio, il primo traditore; David, il predestinato; Cyril, il perseguitato; Ramesh, il puro e semplice; Salvatore, l’ammutolito; Ettore, il più lontano; Luigi, il folle e fanciullo; il tutto che era sempre stato il niente.

Eppure, il lavoro considerato come un tutto tematico, non è summa né fluido artistico compiuto. È pennellata brutale, e spesso barocca, non ben sorretta da flusso amalgamante; diario di bordo di una vita per la quale non si riesce a provare compassione.

Non si può dire che sia un brutto libro, e nemmeno può definirsi un capolavoro.

Sino ad ora, maggiore rimane il profumo poetico della scrittrice, la «Maya» denuda che, nel libro omonimo, magica liberamente traspare.


- DIALOGO. Vita vissuta

Si avverte che Qualsiasi riferimento a cose o persone è puramente casuale.

Si scrive, in quarta di copertina, della vita dolorosa dell’autrice.

Si aggiunge, sempre in quarta, che Nonostante la triste infanzia ha conservato un carattere aperto, socialmente avido di sapere.

Si sottotitola, non proprio a chiosa, Vita vissuta.

Tutti questi elementi creano un dubbio sulla natura autobiografica dello scritto, sullo staraciano Sepolcri e Memorie d’infanzia tradita umiliata abusata.

A parte però queste brevi e poco valevoli considerazioni (ogni autore deve far conto coi propri lettori del trapasso e trasposizione letteraria data al proprio vissuto), il libro si presenta come una elegia del dolore assoluto e dell’agognata fede e puntellamento d’ideali.

Quanto da noi questi ideali possano essere condivisi non ha qui importanza. Quel che conta è la denuncia d’una condizione psico-socio-storica: il punto visuale della vittima che indaga sul proprio passato e piangendo, invocando i propri trapassati, cerca di metter ordine nei buoni e cattivi ricordi. Cattivi soprattutto.

C’è la guerra, la fame, le suore, il tentativo di violenza carnale, il nascere e crescere donna con tutto il carico di disuguaglianza che ciò comporta:

No, non mi parlino di uguaglianza. Ci sono differenze infinite fra gruppi, fra singoli. Non c’è nulla di più falso e falsamente consolatorio che il paragone. (pag. 44)

L’io narrante invoca prega e crede, e proprio perciò trova spiraglio di salvezza, seppur nel dubbio ed in un’apoteosi mistica sempiterna; richiamante un’umiltà che, a volte non riuscita, non perdona e diviene scrupolo e tema di non divina salvezza.

È superbia sperare nella giustizia di Dio, nella sua Bilancia infallibile, nella sua misericordia per ogni vita umana, soprattutto quella gravata da pesi che ti fanno a pezzi? (pag. 45)

Ma Dio è buono, è buono, è buono – canta la prosa di Tecla e, perciò, siccome lo crede buono, sulle infinite incertezze e sulle recrudescenze del sopruso e della violenza e sui mali della psiche e del corpo e persino sul giudizio umano fallace, si può star certi che Chi ha sofferto quasi tutti i tipi di sofferenza […] potrà capire e agire in modo da poter raggiungere la Casa, la casa del Padre dove […] l’essere umano potrà trovare gioia (pag. 7) […] fuori dello spazio e del Tempo, con una intelligenza illuminata […] tu non vedi ma sai (pag. 9) […] l’Anima […] troverà le persone più simili a sé e potrà […] esprimersi in libertà (pag. 10) Ci incontreremo nell’azzurro (pag. 45).

La forza mistica di questa prosa è anche, immancabilmente, la sua debolezza calata nell’abisso di un’elegia. Un’elegia del dolore e della denuncia. Un palesare l’ignobiltà dell’uomo e della sua sposa, venuti solo post mortem all’illuminazione e, forse, all’amore. Un amore che in terra non trovò albergo.

E se questa è la vita vissuta sul globo, come darle torto?


- AMORE

Diviso in quattro parti-sipari (un racconto, un epistolario ed un paio di raccolte poetiche), il libro si presenta come un ampliamento “a tutto tondo” dei racconti uniti sotto il titolo d’Uomini, e come il tempio d’una sacerdotessa sacra intenta a gestire i suoi amari rapporti con l’umano e il divino ed alla quale gli uomini dedicano, costantemente, le proprie lettere inutili, sospiri inutili preceduti da altrettanto inutili litanie:

Tecla, tesoro mio, TI AMO! Tecla, ti amo, delicato fiore di un prato incenerito. Ti amo, dolce bambina dagli occhi tristi. Ti amo, coraggiosa formatrice di teen-agers. Ti amo, donna paziente e comprensiva. Ti amo, donna cosciente e nobile. Ti amo, ragazza seria e intelligente. Ti amo, ragazza simpatica e bella. Ti amo, donna buona, mite e gentile. Ti amo, vera incarnazione del bene. Ti amo, fedele ancella dello spirito. […] Ti amo, Tecla, prezioso olio della mia umile lampada, preziosa linfa di questo giovane albero […] luce spirituale (pag. 57).

Non vi è molto da dire sulla prosa, che non commuove e rende pesante ed infastidente la lettura. Tronfia gonfia barocca ed a tratti troppo pretenziosa ed altezzosa, rimane lapidariamente afona e pone in seria attesa la capacità di sopportazione.

Contrariamente, il mondo poetico – presente nello stesso libro – vibra di dubbio-dolore, dolor-dubbio, e segna incipit sempre nuovi di adamantina ed efficace comunicazione sull’esistenza del debole, schiacciato dalle umane cattiverie e le divine omissioni di soccorso.

Nulla più da aggiungere a riguardo, soltanto un buona lettura! per le liriche e qualche breve sottolineatura per la prosa; avutasi soltanto per non scartare in blocco la parte prima di un’opera.

Pochi periodi, però, salvati in extremis, non rendono valore a ciò che di valor manca, sia pure se scritto da una donna come Tecla, sino ad oggi brava in poesia (ex: Maya), sublime in saggistica (ex: Il flusso della Tentation de Saint Antoine di Flaubert sul decadentismo inglese)… e nella sua buona poesia, anche la buona di questo pseudo-prosimetro chiamato Amore.


- CALEIDOSCOPIO

Tecla Starace mantiene il suo status di poetessa, regge la penna e il proprio dolore e anelito d’eterna pace, canta sino alle infinite ed infinitesimali proposizioni di morte, che albergano la pagina in un lento commovente programma di libertà estrema, suprema trascendenza.

È rimasto solo Dio. La solitudine ha lasciato il posto pronto ad accogliere quel Dio Padre sempre invocato nei suoi scritti.

Adesso, il puntellamento della fede critica si fa base per l’eterno viaggio dell’anima che, palpitante, la Musa attende.

Il quadro d’una sofferenza si chiude su questa silloge, impregnata d’un dolore che supera l’asse d’equilibrio ancor leggibile, seppure nella precarietà esistenziale descritta, in tutto ciò che sinora ella ha prodotto.

Pare non esserci più nessuna speranza. L’ineluttabilità apre le ante ad un’aria nuova, fatta di particelle dissimili dall’ossigeno.

Tutte da leggere, le liriche scorrono veloci, leggere; tendono ad altra, ultima meta: l’aldilà. Non c’è più spazio per la solitudine terrena ed il dolore tellurico; ed anche la fede cambia, vacilla. Al punto che è meglio cantare in inglese, lingua conosciuta ma altra, straniera:

I was waiting for you/ for your eyes/ for your long blond hair,/ for your smile. (pag. 17). Jesus, aggiungiamo noi.







EDIZIONI ESAMINATE e BREVI NOTE

Di Tecla Starace si sa poco. È una narratrice, saggista e poetessa italiana plurilaureata con 110 e lode, ex insegnante di lingua e letteratura inglese. L’editore mi ha detto che da parecchi anni della cara Tecla non ha notizie e, quindi, noi lettori con lui

Maya, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 1988.

Uomini. Racconti, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 1986.

Prefazione di: Luigi Bruno Magliano.

Dialogo. Vita vissuta, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 1996.

In quarta di copertina si trova un Chi è Tecla, vista dal suo lato tutto animistico, senza accenno a dati compiutamente biografici.

Amore. Vita vissuta, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 1998.

Caleidoscopio, Antonio Carello Editore, Catanzaro, 1989.

Il volumetto contiene una prefazione davvero godibile di Annalisa Mancini che, in poche battute, sa condensare e riassumere un percorso umano ed artistico.




Monica Cito è nata a Telese Terme (BN) nel 1972. Risiede a Ceglie Messapica (BR).

Avvocato, si è laureata presso l’Università degli Studi di Bari, discutendo una tesi sulla pedofilia.

Membro del direttivo del circolo “Pinuccio Tatarella” di Alleanza Nazionale a Ceglie Messapica, ivi riveste la qualifica di Responsabile Cultura.

Ha pubblicato il romanzo “Venere, io t’amerò” per i tipi della Giulio Perrone editore (Roma, 2005). Sue liriche sono presenti in qualificate antologie.

Due e-books (l’antologia poetica “Dea della caccia” e la sua tesi di laurea “Le condotte pedofile”) sono pubblicati su:
www.kultvirtualpress.com e scaricabili gratuitamente dall’apposita sezione.

Ha prefato sillogi poetiche e romanzi.

Collabora come critica letteraria alla rivista “Il Cavallo di Cavalcanti” (Azimut Editore, Roma), nonché su varie riviste on line (www.transfinito.net, www.kultunderground.org e www.kultvirtualpress.com ; www.lucidamente.com ) e cartacee (come il trimestrale “Sud-Est”, dove si occupa di editoria indipendente e cura il premio letterario “Storie a Mezzogiorno”). Non si è sottratta ad interventi di critica letteraria anche su giornali “dell’opposizione”.

Suoi interventi di saggistica giuridica si trovano su www.diritto.it


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30.07.2017