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Format

Gigliola Tallone
(15.02.2008)

Il Format era suo! Suo suo suoooo! Dimentica le arie scontate davanti ai complimenti delle colleghe e colleghi viscidi e invidiosissimi, chiude la porta, la riapre, accende il display not disturb, chiude e si butta sulla poltrona di pelle immacolata schivando per miracolo l’angolo puntuto della scrivania di legno e acciaio dell’onnipresente design gay che ha vinto l’appalto per i mobili del dipartimento direzionale di TeleformatSings & Songs.


Tra sedie in perspex con spalliera triangolare, scrivania triangolare, lampadario a sei luci triangolari, vaso per il cactus triangolare, tristissimo per non poter ancora accogliere un cactus geneticamente educato a forma triangolare.

L’aveva sentita da qualche parte la storia del cactus genetico?

Da un po’ di tempo appena si complimentava con se’ stessa, era assalita dal dubbio di aver già sentito quelle parole che le sembravano originali, forse nell’ultimo bestseller “frasi dal mondo letterario per il tuo happy houar”?

Un odio amore perverso nei confronti del sesso femminile, ecco cos’è quel triangolo di merda. Cazzo!

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Christiane Apprieux, "La casa dell’avvenire", 2008

La direttiva del format si lascia andare, solo in privato, tra poltrona e computer, a tutti gli improperi che ingoia da anni in quella sua vita pubblica davanti agli stramaledetti componenti del suo entourage, davanti allo schermo, davanti a milioni di persone libere di sacramentare giorno e notte.

Si sfila la scarpa sinistra col piede destro, non le riesce il contrario, si piega soffocando un lamento per il dolore della coscia destra, ricordo dell’ultima liposuzione, fa per gettare le due scarpe oltre la scrivania, si pente subito pensando agli 800 euro sborsati, le appoggia al lato dello schermo del suo nuovissimo computer ultrapiatto, le ammira per un momento, rosse, aggressive, assassine nei tacchi e punta, e osserva di straforo che sono triangolari anche loro.

Si concede con un sospiro un riepilogo della sua vita lì dentro, dei suoi salti, saltelli e passi striscianti verso la cima, verso il quinto format -cosa mai vista- ben cinque conquistati da una sola persona in cinque anni.

Povera cretina, l’ultima che aveva cercato di soffiarle la quinta meta, appoggiandosi a un pezzo di seconda fila.

Puttanella raccomandata da un sottocapo!

Non sapeva forse chi fosse il suo appoggio, mentore, fedele protettore da dieci anni? E salta fuori che chiede addirittura il suo Format! L’avevano arrestata davanti alla disco più assediata da fotoreporter affamati di scandali finti e veri, completamente strafatta mentre cercava di togliere i pantaloni a un negro di due metri rotto a tutto meno che a quello di vedersi una biondina fragile avvinta alla sua patta.

Ride, mentre pensa alla sua strategia vincente, le pillole fatte infilare nel vaso della coca cola, miracolo stupefacente che cancella in un attimo la fama di quella illusa, di cattolica osservante, protettrice degli animali abbandonati, volontaria in missioni di beneficenza nel Darfur, fata fatina amata dai bambini in quella stupida trasmissione, e nemmeno l’aveva data al tipo che doveva raccomandarla.

Un solo piccolo, sfumante rimorso, come un granello di sabbia fastidioso che si cancella all’istante col battere della palpebra, conclude quel rapido ricordo della cretina, espulsa per sempre da ogni attuale e futuro Teleformat, Telequalsiasi cosa, la misera senz’altra soluzione che il suicido o ritirarsi, come aveva fatto, nel Benin a scavar pozzi aperti da miserabili e chiusi da ribelli stipendiati dalla grandi compagnie petrolifere. Amen. Chiuso. Finito.

Adesso deve assolvere il format-compito, far sfilare la registrazione dei 3000 concorrenti al format musicale. E’ Lei a dover scegliere i dieci fortunati. Si blocca, ma dove ha la testa?

Vale la pena di festeggiare, si alza, sceglie la capsula del caffè in confezione svizzera, qualità Espresso, e l’infila nella macchina nero acciaio.

Si siede con la tazzina firmata che odia, regalo della segretaria, col manico a triangolo per far pandant all’arredamento e vede il suo riflesso nello schermo buio.

Si ferma, si guarda, decisamente è una giornata strana, ogni gesto le ricorda la sua carriera, si lascia andare alla strana sensazione di dover riepilogare, riepilogare.

Il naso, il suo primo investimento, con i soldi di un anno del suo primo lavoricchio di sotto sotto segretaria. Pane e acqua per un anno. Il lifting, meglio i suoi due lifting, uno dieci anni fa e uno di solo un anno, il seno, due volte, prima per ingrandirlo poi per riportarlo com’era in principio. La moda. Ma non solo.

Quel naso le aveva fatto conquistare il marito-manager, quel seno grande, il suo divorzio, il primo lifting il suo attuale amante protettore, e il resto per se’ stessa, per qualche sveltina e per il pubblico.

Sta per allungare una mano per accendere il computer. Si ferma allarmata. Non l’aveva mai fatto.

Per gli altri quattro Format si era limitata a compiere il rito di chiudersi nello studio e rimanerci fino al tramonto, infine prendere il CD rosso, chiamare la segretaria e ordinare di consegnare quel lavoro che le era costato tanto scrupolo tante ore e un terribile dolore agli occhi stropicciati a dovere.

Il CD rosso, senza scritte, senza identificazione, che si trovava il giorno fatale misteriosamente, ma convenuto dal principio, a destra del computer, sotto la cartella privata.

Dentro c’erano i dieci nomi dei candidati prescelti da quel piccolo consesso di alti funzionari di cui faceva parte come ultimo scalino, ma che diavolo, quello più esposto, perché era lei a metterci la faccia davanti agli schermi.

Della pianificazione, effettuata con gran anticipo sui tempi del bando del concorso, non sapeva e non doveva sapere, immaginava però lunghe sedute noiose su costi e ricavi, secondo la prassi che io devo a te e tu devi a me e tutti in silenzio e contenti, soddisfatti di aver eliminati, con tanta scrupolosa attenzione, gli effetti fastidiosi di eventuali imprevisti saltati fuori da persone scelte per la loro qualità e valore.

3000 è un buon numero per evitare sospetti, tremila concorrenti che aveva osservato di nascosto, conscia del principio ben stabilito tra vip che non si affronta una folla senza che sia prima ben preparata al silenzio meravigliato, all’applauso e al massimo, a qualche mormorio di stupore.

Li aveva guardati bene, qualcuno in sedia a rotelle, gruppi di ragazzini imberbi accompagnati dalle madri, ciechi travestiti dai parenti per assomigliare ai famosi cantanti ciechi americani, italiani e francesi di lontana e recente memoria.

E poi bellone, ragazzi di tutti i tipi e taglie, vestiti quanto più progressisti possibili, un po’ di ammiratori di Fidel e un po’ di Mao.

Una folla da stadio, ma senza osare mostrare gli ormoni. Disciplinati, silenziosi, speranzosi, diretti con distacco efficente da squadre dello staff, divisi a gruppi, dissetati, rapidamente messi al corrente dei tempi e modi, ecc ecc.

Uno a uno entrano nella sala provini con la faccia di chi affronta l’ingresso di un lagher, intervista, registrazione della cantante o cantante mentre esegue e fuori uno, entra l’altro.

La sua anima di antica contabile la fa meditare un minuto sui costi, tremila per coprire una decisione già presa con anticipo, pensa un po’ quanto deve rendere ai pezzi grossi.
Quanto al suo stipendio non si lamenta.

Allora perché pensarci su, cosa la costringe all’impulso di accendere il computer e guardare i provini? A che serve?

Mentre medita, una nuvola, una specie di cortina fumosa, un lattiginoso e umido sipario offusca lo schermo che ha davanti. Non si accorge di piangere, non crede alle sue lacrime.

Accende però, ha deciso.

Lo scrupolo inaudito non offusca la sua intelligenza e seziona uno ogni cento, che cazzo, tremila no!

E guarda rapidamente le performance, ascolta le interviste. Qualcuno è bravo davvero, altri, tremendi improvvisati, scusano ampiamente l’escamotage dei suoi capi.

Al duecentocinquantunesimo si ferma. Porca puttana!

E’ un figo mai visto, canta come il padre eterno, incanta, è originale, fiero, un animale da spettacolo. Guarda l’intervista. Intelligente, colto, sicuro. Canta da dieci anni, ha fans ma neanche lo straccio di una casa editrice.

Come è possibile? Chi non vedrebbe un abisso tra lui e tutti gli altri? Scuote la testa, si strofina la coscia liposuzionata, cambia peso sull’altra gamba.

Si alza, guarda fuori, a dire il vero guarda un muro che sta di fronte, guarda nel vuoto. Ritorna al computer.

Ferma l’immagine su quel tipo sacrificato tra gli altri e dopo trent’anni di pura amnesia, gli episodi da dimenticare e dimenticati spenti cancellati da emolumenti di gloria e soldi, cadono sulle sue spalle freschi freschi, e la travolgono come una valanga di merda.

Piange per la prima volta, come se la sua coscienza si fosse in un quell’istante svegliata, ribelle finalmente alle catene che l’avevano imprigionata, risorta, viva, libera, imperiosa, implacabile, e la costringesse a guardare in faccia una persona di valore, una persona che merita per grazia naturale e per fatica.

Accetta, in quel fatidico momento, in quel fatidico e strano giorno della sua gloria, accetta con tutta lucidità, che tanto ha fatto per essere niente, per fare niente, per decidere niente, per prendere quel dischetto rosso, aprire la porta, chiamare la segretaria e fingere di fregarsi gli occhi per la stanchezza.

Spegne il computer, chiama al telefono la segretaria, si infila le scarpe, apre la porta e le consegna il dischetto rosso.


Gigliola Tallone

info@archiviotallone.com

febbraio 2008


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