Transfinito edizioni

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Giancarlo Calciolari
La favola del gerundio. Non la revoca di Agamben

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Enrico Pietrangeli, "Ad Istanbul, tra pubbliche intimità"

Marina Monego
(15.01.2008)

Istanbul. L’antica Costantinopoli. Bisanzio. Città dai vari nomi, un crocevia tra Oriente e Occidente, un luogo affascinante, dove splendore e decadenza s’intersecano tra il richiamo del muezzin e santa Sofia, mentre i principi azzurri sono rimasti senza fiabe e alla principessa si sostituisce una prostituta “cenerentola persiana”.

Istanbul come punto di riferimento per una poesia di fatto itinerante, che spazia tra città differenti (Trieste, “dannata frontiera”, Buenos Aires), luoghi dell’anima per un io perennemente provvisorio, che omaggia Ungaretti pur sentendosene assai diverso e omaggia i simbolisti, che chiaramente ama e ha interiorizzato.
È una poesia mistica e carnale insieme, quella di Enrico Pietrangeli, intrisa di pubbliche intimità che non scadono mai nell’ostentazione del proprio intimo o nella volgarità, come succede spesso nel mondo mediatico contemporaneo.

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Christiane Apprieux, "La forza dell’elemento", 2009, bronzo a cera persa

I sentimenti vi sono, ma non risultano mai gridati, sono espressi attraverso il filtro della poesia che li riveste d’immagini pronte ad uncinarsi nella mente del lettore.
L’elemento corporale, fisico, erotico riveste un ruolo importante nelle liriche fin dall’inizio: “spermatozoi morenti”, “profilattici in sembianze di meduse”nelle acque di Trieste, “schizzi di sperma ramingo”.
L’erotismo è una componente imprescindibile, ha una valenza liberatoria, esplosiva, è intimamente connesso alla poesia, la pervade come a dimostrare che la vera umanità si radica nella carne, nel sangue, nei sensi.
Le figure femminili, cui molte liriche sono dedicate, appaiono belle, fascinose, depositarie di forte carica sensuale, ma spesso fatali, ammaliatrici. Danno passione, suscitano primordiali istinti, ma non sembrano esser donne che condividano il quotidiano. Offrono una passione bruciante, che consuma e finisce presto cosicché l’io si sente un sopravvissuto, “amante immolato sull’altare dell’amore”.

Il narrante è però un “ostinato poeta”,si muove per sue vie molto personali e mai saprebbe concepire un’esistenza priva di poesia, anche se questa posizione risulta controcorrente nella realtà odierna, tesa a schiacciare o emarginare chi non ama omologarsi.

“Canto un disagio martire di esitazioni”; “mi trascino dietro memorie che avrei voluto morte”. Cantore, depositario di ricordi, evocatore, uomo del suo tempo che guarda anche alla storia (si parla dell’11 settembre, di kamikaze senza dio con severa condanna dell’estremismo), il poeta sa farsi sperimentatore in “Il pazzo” e “A mosaic”.

Nella prima le parole ritornano su se stesse e si combinano diversamente in una sorta di danza, forse quella dei dervisci rotanti, con una persistenza ossessiva, come se solo dal movimento traessero vita ed energia.
E frammenti, immagini di vita sono le liriche, che scorrono talvolta come fotogrammi, si susseguono e assumono valenza emblematica.

Ecco la spiaggia di Capocotta:

“Dopo i trascorsi giorni

tra vento e pioggia,

gravita per questo mare

un soffice alitare.

Tutt’intorno più nessuno,

solo i resti dei capanni

maciullati dalle ruspe”.

Molto significativa “Non è l’amore”:

“Non è l’amore che non trovo,

è un sentire morto, annichilito,

pavido desiderio appassito.

Non è l’amore che non trovo,

è la paura dei sentimenti

tra impalpabili, ordinari orrori.

Non è l’amore che non trovo,

è una nauseante umanità

per cui vomito inchiostro.

Non è l’amore che non trovo,

è l’arido fondo di una coppa

dove non scorre più il suo vino”.

È la condizione del poeta a venir espressa ed è la necessità della poesia – quella vera, pura – a venir ribadita.

Marina Monego, gennaio 2008


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30.07.2017