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Ferruccio Busoni e Dino Campana

Silvano Salvatori
(10.03.2008)

PER LA STRADA

Il faggio ha steso le prime rame di foglie secche accanto a quelle gia gialle e tutte, insieme con le altre verdi, fremulano al vento. Di giallo dorato risplende in controluce il pioppo solitario, in gara con gli aceri affratellati; le foglie rosse dei ciliegi pendule come tocchi impressionisti sono bistrate di ocra e sembran sospese nell’aria forestale; in vinaccia declina un aborniello il suo verde, mentre un altro lo svela di un tono ormai più rugginoso; i salici che si accalcano in un piccolo compluvio fra mezzo ai prati sfanno in un grigio nebbioso le foglie e i tronchi. Il verde brilla come ad asciugare sui fili di un pentagramma, ondulato come un’onda su cui il sole solfeggia le note del giorno che lentamente declina.

5-10-07

Ci sono dei fili che legano le cose e che rimangono invisibili per tutta la vita; ci sono delle vite allo specchio, l’una l’inverso dell’altra, che la storia del tempo, come un’atmosfera, tinge delle stesse speranze e degli stessi progetti. Questo vale anche per le vite di Ferruccio Busoni e Dino Campana: i protagonisti del rinnovamento della musica e della poesia secondo una sognata matrice italiana-tedesca.
Hanno entrambi del sacerdotale, come l’ebbero i Nazareni che appunto scesero in Italia per innervare il loro sangue al rinascimento; pure essi affascinati dalla luce dell’Angelico e dall’ oro della parola di Dante.
Altri sacerdoti con gli stessi ideali negli stessi anni scendevano a Firenze: B. Jhones, D.G. Rossetti, fautori di regine bizantine dai profili mistici, dai capelli fluenti come le correnti vorticose delle acque di Leonardo.
In tutti un bisogno di sorgenti, di purezza, di occhi azzurri, di barbariche estasi, di mute paniche visioni che i venti incornicino, veleggiando con loro l’arcaico fluire del suono della siringa. L’uno, Dino, italiano che voleva essere l’ultimo dei tedeschi, l’altro, Ferruccio, fattosi “tedesco” che voleva essere il nuovo italiano; l’uno maschio e dionisiaco, l’altro di una dolcezza femminea, apollinea: entrambi fascinosi amatori.
Entrambi amavano Leopardi, Dante e “Leonardo”: Busoni voleva con questo soggetto scrivere la Grande Opera Italiana, che mai portò a termine (anche per il mancato impegno di D’Annunzio nel libretto).

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Ferruccio Busoni

Entrambi pellegrini per il mondo: uno ricco per il virtuosismo delle note musicali, l’altro povero per il virtuosismo sonoro delle parole. Entrambi prendono appunti direttamente sull’Oceano e situano il loro acme fra il 1910 e il 1916.
Ferruccio legato per strabordante virtuosismo al pianoforte per tutta la vita; Dino che lo imparò per carpirne i segreti dell’armonia ( e certo egli non poteva non conoscere la fama di lui).
Entrambi sognano un Faust (e ne scrivono intorno alla stesso anno 1914): Busoni ne farà il suo capolavoro, redigendone anche il libretto, affinché parola e musica nascessero l’una dall’altra; Campana lo sognerà come l’alchemico eroe che contenga in sé la notte e la nuova alba, l’amore e la morte, la magica parola; entrambi credono che si debba lavorare ad un’unica opera perfezionandola in maniera condensata; unita non per soggetto, ma per qualità artistica, stralciando ciò che è troppo descrittivo.
Dino avrebbe voluto tutta la sua opera comprenderla fra due parentesi che lo stilo, penna-bastone di Faust conchiudesse nel cerchio magico. Non è il ciclo dalla “Notte” al tramonto di Genova l’ultimo giorno, il più lungo giorno della Nuova Opera da cui il mondo si ricrea (cioè si riposa in una ricreazione) e con cui il mondo si ricreerà nella gioia?
Entrambi frequentano negli stessi anni, 1913/15, Bologna, uno con incaricato accademico quale direttore del Liceo Musicale, l’altro goliardo; entrambi sono in Svizzera con la guerra e hanno conosciuto uno stesso artista, Boccioni, che appunto ritrasse Busoni con un grande cappello sul lago a Pallanza. Il grande cappello: ecco un’altra somiglianza.
Dino voleva congiungere Italia e Germania, proprio come voleva fare Ferruccio; tutti e due sognano una nuova classicità, non certo formale, ma profonda come fu quella antica in cui ogni individuo cercò la strada nuova che componesse i ritmi arcaici nella modernità nuova, che avesse i sigilli su cui l’Idea si imprima come geometria. Cubisti: amanti della ricostruzione del mondo, serrato, come le mani di Cezanne, fra la sensualità ed il concetto.
Campana ama la musica e cerca la musica, così come Busoni cerca in essa il colore esteso della parola.
“Lo sguardo lieto” di Ferruccio volge il sorriso verso il futuro, scorge la felicità in un futuro europeo, lui cittadino del mondo, così come Campana.

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Dino Campana

Ed ancora una cosa: entrambi non furono amati dai loro concittadini; entrambi soffrirono l’incomprensione della patria e lo struggente desiderio di renderle onore con la loro genialità. Genialità vera di Entrambi; solo lentamente riconosciuta, tanto che sia Empoli che Marradi hanno dedicato a questi loro figli un Centro Studi.
Entrambi sepolti lontano dal paese natio. Ma ad entrambi ho portato uno stesso fiore, nel cimitero di Berlino e a Badia a Settimo; illusione che quel fiore abbia un profumo di fratellanza così sottile (sottile profumo e sottile fratellanza) che possa passare fra gli interstizi delle pietre sepolcrali; ma sottile anche perché sia prezioso e discreto per chi ha amato il silenzio e il suo eco eterno nell’infinito universo.

Un altro scherzo del caso: ad Empoli abbiamo il premio letterario “Pozzale”, come a Marradi, e per anni nella giuria c’è stata Sibilla Aleramo.
Gli intrecci, gli intrecci del caso che visti da lontano divengono tessuto, vestito della storia; la trama delle vite che diviene ordito della Storia!
Ma ancora qualcuno gioca col caso per le necessità?

Ecco: sono qui al tavolino di un caffè di Marradi, come Dino; solo che ho un pc per scrivere. E quando suona il batacchio della campana, per battere le ore, esso dice che il tempo vero non passa, che nel tempo vero della coscienza c’è solo il presente, che tutto vi è Presente.
Stamani ho aperto la finestra sul borgo: in basso le luci delle lanterne e il loro caldo colore fra le case; sopra lo scuro incombente profilo dei monti e le striate fredde luminescenze delle nubi del mattino. Più in alto una stella e la falce calante di luna, riposante e cullata nella sua stessa forma di culla; la luna che non ce la fa ad illuminare la notte e sceglie il sonno nell’alba, così come forse avrebbe voluto Campana. Sì! Addormentasi nel Nuovo mattino!

Ore 7,30 di Sabato 6 ottobre, al caffè di Palazzo Fabbroni in Marradi

Solo un giorno e la pioggia ha potato un’incredibile quantità di foglie gialle a terra; ne è pieno il ciglio di asfalto bagnato. Domani il sole brillerà di nuovo ogni limitare del bosco là dove il manto verde inizia il suo impero senza screziarsi: lì il bosco ha deposto la ruggine di un’estate afosa e quello che prima era di un giallo regale è trasformato in scarto dal pianto ottobrino.
Nel suo cuore boschivo invece quel manto è gia soffice coltre trapuntata fra stecchi secchi e muschi, nutrimento lento per l’intero inverno.


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30.07.2017