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Alberti per Paula Cooper ed oltre

Gabriel Cacho Millet
(16.01.2008)

“Io, poeta di Spagna, chiedo il perdono e la libertà per Paula Cooper, come per tanti altri minorenni, condannati, come lei, a morte”. È Rafael Alberti (1902-1999) che così scrisse nel 1987 al governatore dell’Indiana Robert Orr, perché salvasse dalla sedia elettrica la quindicenne che uccise con la complicità di altre minorenni la catechista battista Ruth Pelke di 78 anni. Con la lettera a Orr, Alberti spedì per il mondo anche una poesia per “la bambina nera condannata a morte” in cui ripeteva la stessa richiesta: “non la uccidete”. Per il poeta del Puerto de Santa María il dramma di Paula Cooper si inseriva nel ruolo che per lui doveva avere la poesia, cioè di gridare in questo caso contro la pena di morte. Considerava la punizione che gli Stati Uniti si preparavano a consumare un’infamia davanti alla quale no si poteva restare in silenzio.
Conservo la copia della poesia firmata che il proprio Alberti mi diede e che ora riproduco alla fine di queste righe con una mia versione italiana del testo. Il poeta sperava di unire la sua voce a quelle delle proteste di mezzo mondo contro quel crimine che qualificava di “orrendo”.

Paula Cooper era stata condannata a morte nel 1986. A questa vendetta di stato però si opposse Bill Pelke, nipote dell’assassinata. Fece ciò che i giustizieri americani non avrebbero mai dovuto autorizzare: incontrare la “belva”, parlare con lei e scoprire che essa era pure un essere umano. Così Pelke divenne una sorta di missionario mondiale che si batté per salvare la vita a chi l’aveva tolta a una delle persone che più aveva amato. In quella campagna vennero coinvolti personaggi di statura mondiale, dal Papa Giovanni Paolo II al Presidente Ronald Reagan, partiti politici come i Radicali italiani Pannella e la Bonino, e popolari figure della televisione come la Carrà. Alla fine, nel 1989, si ottenne, non la libertà di Paula Cooper, come chiedeva Alberti nei suoi versi, ma la commutazione della pena in sessanta anni di carcere.
Attualmente la “belva” insegna la dottrina cristiana ai suoi compagni di prigione, ha finito il liceo e sarà rilasciata per buona condotta nel 2016.
Qualcuno ha scritto che la moratoria universale sulla pena di morte approvata lo scorso 18 dicembre dall’ONU, anche se ancora non rappresenta la caduta del “fronte del boia”, è un punto fermo in una battaglia di civiltà cominciata 22 anni fa nel nome di Paula Cooper. Se tutto ciò è vero, la petizione in versi di Rafael Alberti va inserita nel “lungo viaggio dell’America, che al dire di Vittorio Zucconi, finalmente vacilla lungo la strada della forca”. E perciò vale ancora la pena di rileggerla.

 
IN UN CARCERE DELLO STATO AMERICANO DELL’INDIANA, LA MINORENNE
PAULA COOPER, CONDANNATA A MORTE, ASPETTA.
Nelle mani del Governatore, Robert Orr.
Non può essere. No, no!
Sto pensando a te,
piccola Paula Cooper,
lontana adolescente, ai tuoi anni tristissimi,
consumati dall’angoscia,
nel latente orrore della miseria,
nelle disturbanti onde di fumo avvelenato,
del alcool che altera
del cieco delirio d’una età punita,
bambina povera sperduta
in quell’oscura solitudine d’oggi,
aspettando soltanto il guidato pugno della morte,
al posto dei giorni azzurri che aspettava
la tua gioventù crescendo senza fantasmi, ormai libera.
Vorrei che la mia mano diventata parole,
possedesse il dominio,
la forza di strapparti da quell’ombra in cui vivi,
come tanti altri bambini come te, condannati.
Non può essere. No, no!
Lo grido dalla Spagna
e con la mia voce che reclama in quella di tutti,
piccola Paula Cooper,
lontana adolescente speranzosa.
Mai la pena capitale fece più pena.
Rafael Alberti

(Traduzione di Gabriel Cacho Millet)


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30.07.2017