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"Disorder. Unknown pleasures" di Gianfranco Franchi

Marina Monego
(8.10.2006)

"Disorder. Unknown pleasures": un titolo che omaggia i Joy Division, una raccolta di racconti che, mentre si procede nella lettura, spiazzano, scardinano le strutture linguistiche consuete, aprono a visioni e sperimentazioni nuove, deragliano dai binari tradizionali ibridando il monologo interiore con il rock, tanto che alcuni di essi andrebbero letti ascoltando il brano musicale citato.

Non sono esperimenti casuali: le vaste letture e gli ascolti, ormai interiorizzati dall’Autore, fanno sentire il loro eco e arricchiscono linguaggio e immagini, aiutando chi scrive a definirsi rispetto ad altri, a trovare la propria vena creativa e la propria originalità.

La prime pagine non devono trarre in inganno con la loro linearità: a un certo punto la lingua implode, s’ibrida con altre, insegue musiche ripetute talvolta come sfondo ossessivo, indicanti lo stato d’animo del narratore.

È qui che s’innesca - come ben osserva Mascheri nella sua breve prefazione -il corpo a corpo tra Autore, che sfugge dietro mille immagini, e Lettore che cerca d’inseguirlo sapendo che è come cercare di catturare il vento: appena si crede di essere arrivati a una definizione precisa, Franchi, nelle pagine successive, vi spiazzerà con nuove idee. Lo dichiara lui stesso: “Non voglio un genere. Io sono un genere” (p.89 Give a man home). E chi è genere detta da sé le proprie leggi col diritto di modificarle, col rischio di non venire capito o di rimanere patrimonio di pochi.

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Georges Duhamel, "Danse rituelle du Feu n. 2", 2006, huile sur toile, cm 110x120


Tutto questo sembra comunque non interessare molto l’Autore: la sua originalità la rivendica tutta.
Presuntuoso, pretestuoso e immondo. Criticami, che mi diverto. Schiaffeggia questo stile e ne resterai infestato”(p.58 Parco).
Provocatorio e consapevole d’esserlo, distante dal compromesso editoriale o letterario, sprezzante verso i venditori di fumo che infestano il panorama letterario.
In un mercato librario saturo di frasi minime, di noir ricalcati l’uno sull’altro, di scemenze in ordine sparso, qui si respira altra aria, altro stile, qui c’è scrittura vera, scaturita da studio, preparazione, cultura, intelligenza. C’è sensibilità poetica - le prime pubblicazioni franchiane furono poesie infatti - e certe frasi sono versi.
Devoto e silenzioso, come un cigno nero piomberò nel sogno per immortalarti.
Immortale quel tuo sguardo che inceneriva il male; grondavi d’albe
” (p.88 Lucciole e scontrini).
A te sorride la mia anima” (p.94 Fiori dall’abisso).

Il protagonista indiscusso dei racconti è Guido Orsini, alter ego letterario dell’Autore. Non è ancora un trentenne, ma non è neppure un ragazzino, laureato in Lettere, annaspa insieme alla sorella Benedetta nella palude dell’inoccupazione, che rischia di diventare disoccupazione cronica tipica della sua generazione, destinata a lavori precari o sottopagati. Guido e Benedetta sono benestanti, alto borghesi e possono perciò permettersi di rifiutare queste attività declassanti, così come sono esentati dalle mansioni domestiche quotidiane grazie alla fedele servitù. Colti e raffinati, vivono dunque un ozio forzato.

Fragili, stravaganti e non estranei ad una discreta (ma fertile) serie di vizi, ciondolavano postlauream, immalinconiti, inseguendo vaghe ambizioni artistiche e sdegnando con arroganza i lavori dell’epoca forzista: né interinali, né stagisti, né niente. Foglie morte distese su una generazione di sepolti vivi” (p.7 Macchie).
Così, mentre sullo sfondo delle loro esistenze si dipanano le vicende storico-politiche - muore Giovanni Paolo II, imperversano il governo Berlusconi e l’America di Bush - annoiati e assediati dal niente si muovono per le stanze della loro elegante casa di Roma, città sfondo di tutti i racconti, con le sue memorie stratificate e la sua bellezza eterna.

La reazione di Guido a tale stato di cose è spesso il sonno diurno sul divano, risultato di veglie notturne: dorme perché può sognare e perché la realtà quotidiana non gli dice nulla, anzi gli dà ancora maggior consapevolezza dell’incombente inconcludenza. Meglio allora vivere di notte e fare l’esatto contrario di coloro che lavorano.
Nessun gesto di Guido è casuale, egli è un esteta, ciò che fa o che è diviene manifestazione di un suo essere interiore.

Il sonno di Guido non implica però disinformazione: si tiene aggiornato sui fatti politici e sociali, vede i difetti e i problemi - memorabili le bordate al fisco - vorrebbe cambiare molto, ma generalmente le sue ambizioni e i suoi desideri si scontrano con le mura della burocrazia, della corruzione, del compromesso ed allora scatta la fantasia e Guido scrive, sperando che le parole graffino la realtà ed esorcizzino il dolore.

Prima di proseguire nell’analisi dell’identità di Guido è ora opportuno accostarlo ad un altro giovane scrittore suo coetaneo: Paolo Mascheri - non a caso prefatore del libro - e autore della raccolta di racconti “Poliuretano”.
Entrambi esprimono, con modalità differenti, un’atmosfera, un malessere generazionale diffuso, perlomeno tra i più sensibili e profondi giovani colti e borghesi, che faticano a collocarsi in una società che offre loro pochissime prospettive lavorative (o il precariato a vita e quindi la difficoltà a progettare qualcosa che non sia a breve termine) ed esistenziali.

Crollata la famiglia come punto di riferimento se non meramente economico e quindi funzionale, rappresentano i figli scomodi di genitori assenti o presenti nel modo sbagliato; demolite le ideologie politiche e religiose, oscillano paurosamente sull’orlo del niente, rischiando di sprofondarvi ad ogni passo come funamboli su un filo.
Scrivono per sentirsi vivi oppure perché questa è l’ultima speranza cui aggrapparsi, quella che sentono propria e sulla quale ancora si può edificare un ideale.

Sia in Mascheri che in Franchi c’è una voce narrante unica: dichiarata in Franchi/Orsini, meno esplicita in Mascheri, i cui racconti potrebbero comunque costituire un romanzo tanto sono compatti. Il personaggio, in entrambi, indugia in gesti minimi: afferrare la coda alla gatta, bere l’assenzio o il caffè, fissare il soffitto fin quasi a bucarlo con lo sguardo, gettare una bottiglia vuota dal terrazzo del Gianicolo per Guido; lanciare sigarette contro il ventilatore acceso, usare di nascosto l’auto o il cellulare paterni in Mascheri. Gesti cui ci si aggrappa per non affondare nella noia o nella nausea dell’inutilità.
Questi protagonisti si scrutano ed è proprio dal rapporto con la propria fisicità, con il sé corporeo che emergono gli aspetti più interessanti e le differenze.

Ambedue non disdegnano d’osservarsi allo specchio. Nei personaggi di Mascheri la componente corporale, fisica è molto più accentuata, quello che il suo personaggio vede riflesso non gli piace, il corpo è troppo grasso oppure dà sintomi fastidiosi che l’Autore non omette di segnalare e di descrivere. I malesseri dell’anima vengono spesso somatizzati ed allora si cerca di porvi rimedio attraverso l’uso dei farmaci, una vera legione. Oppure il corpo viene maltrattato con un’alimentazione sbilanciata e si ribella.
Per Guido accade il contrario, Guido si piace, si trova “belloccio” e s’infastidisce quando lo specchio gli restituisce un’immagine di sé stanco, con gli occhi troppo bianchi o spenti, ogni aspetto della sua persona riflette un elemento del suo spirito, così ad esempio la frangia serve a nasconderlo, ma non vi è solo questo.

In Guido esiste una psichicità che vuole avere il sopravvento sui segnali stessi del corpo. In “Divano-letto” egli urta un mobile per sbaglio, si fa male, ma decide di non sentire dolore.
Ne “Il molare è sempre alto”viene tormentato da questo dente, ma pensa che “conviverci è un esercizio zen” (p.31). Il molare diviene simbolo di resistenza: “Io lo amo, perché è come me - non gliene frega niente di nessuna rappresaglia, o del provvisorio fallimento della sua lotta: è un combattente implacabile, incassa colpi come nessuno...” (p.32).
Scriverne forse serve a esorcizzarlo, certo aiuta a sopportarlo.
Guido non propone farmaci, unici rimedi la scrittura, la musica, una resistenza dello spirito coadiuvata da caffè e sigarette.
Le posizioni dei due autori risultano ambedue estreme, ma su livelli differenti.

Concluse queste osservazioni, possiamo ritornare all’indiscusso protagonista del libro, le cui prose costituiscono una tranche de vie talvolta frastagliata.
Come si accennava, Guido è un esteta, ma non un estraniato: dimostra di conoscere la politica e lo stato, di saper criticare con forza e ironia le scelte elettorali dei suoi concittadini.

In “Mi chiamo Guido Orsini” si presenta pienamente consapevole di sé: l’anarchico, l’isolato, “non ho senso ma grondo significati” (p.53).
Solitudine. L’ho conosciuta tra estranei e tra fratelli, dopo avere amato e dopo aver sognato; la conosco ogni mattina, quando al risveglio vorrei fracassarmi contro il muro quando ammetto che è tutto qui; in questo mio niente che volevo fosse mondo, in questa argilla che m’affanno ad impastare, in questi mondi belli che appartengono a pochi. Quanto vi amo” (p.54).

Posto di fronte a sé stesso Guido sa di essere espressione di una minoranza ed è dunque altamente possibile che la sua voce rimanga isolata, perché fuori dal coro e inossidabile al compromesso. In “Divano-letto” il geco-lettore fugge insolente, mentre Guido cerca inneschi narrativi nella casa al mare in pieno inverno.
Attraverso la creazione Guido evoca mondi e ricordi: “...è nell’immobilità imposta l’innesco per la creazione di mondi e la resurrezione delle memorie e della sensazioni”. (p.20 Divano-letto)
L’infanzia, l’adolescenza, gli amori trapelano in ordine sparso in queste pagine.

Il passato non si dimentica? Il passato non ti dimentica. E questo avviene quando ti accorgi che sei costituito di quel passato - è il tuo sangue, e il sangue non si lava via” (p.37 La biglia di Saronnni).
Eppure non si tratta di un diario, sono frammenti velati di malinconia, rimpianti, rimorsi, nostalgia - vere parole-chiave delle prose. Il senso d’appartenenza a una dinastia, a una razza si fa sentire forte in “Track-four”, memoria-congedo da un padre - ma s’intravede anche la figura del nonno “padre di tutti e due” - col quale il rapporto è rimasto irrisolto.

Guido, forgiato da un odio incomprensibile, “zavorra letteraria di nazione illetterata e vigliacca” (p.65) si presenta di fronte al padre da uomo a uomo, nella sua essenza, che non può cambiare ormai.
Bestemmiarti vorrei se tu solo fossi dio”: l’età adulta implica il distacco definitivo dal padre, col quale del resto Guido sembra aver avuto in comune solo partite di calcio, caffè, sigarette e pizza bianca. Nessuna guida da questa figura, semmai il “rifiuto di un’essenza” (quella artistica).

Altri hanno apprezzato Guido: “Non valgo che un sorriso e una menzogna, m’apprezzano quelli come me. Siamo pochi...” (p.65).
Tra memorie, desiderio di poter tornare indietro nel tempo e parlare al sé stesso più giovane, ripiegamenti ombelicali sul proprio stato d’animo splenetico (“L’incosciente”), Guido cerca, alla soglia dei trent’anni, di tracciare le sue aspettative per una vita futura, che non sia solo rischi e tasse. Magari pubblicare i suoi libri o quelli d’artisti che ama.

S’innestano qui i rapporti tra Guido e l’alterità. Esiste una notevole difficoltà da parte di Guido a dire noi nel senso più pieno del termine.
Conosciamo io, più io, più io; dire noi è (congetturo) farsa e sogno e tu, sguardo che restituisce sorrisi”(p.67 La finestra dei burattini). È una somma di due entità che restano ben distinte e chiuse nel loro nocciolo.

Ancora: “E adesso non voglio più sentire dire «noi», perché esiste solo «io». «Noi» è un’astrazione - quando qualcuno parla di te e di lei, o di te e di lui, dicendo «noi», sta alterando la realtà. Noi non significa più niente” (p.95 Blind pilot).
Il noi è rarissimo, è esistito con L., probabilmente Liliana, la principale figura femminile. “Che noi eravamo sogno, ed eravamo uno” (p.47 Pelle).
Accade con gli amici in “Salmoni”: “Vi ho avuto e vi ho ascoltato e siamo stati: noi. Una volta almeno. Noi. [...] Noi. Tu,tu,tu,tu: noi”. (p.79)
Sono gli artisti, i suoi simili con i quali Guido progetta il tempo nuovo.
Che si abbia il coraggio e la coerenza di rischiare tutto per restare fedeli al sogno; che si rifiutino le strade facili, e si combatta sempre - sempre. Fino alla meta” (p.78).

Con queste persone non c’è più solo una somma d’individualità accostate, ma si apre la dimensione della fratellanza data da comunione d’intenti, d’etica e d’estetica, medesimo sentire, sodalizio amicale, umano e artistico. Solo in questi casi si realizza un’uscita piena dall’individualismo e si sprigiona un’armonia, magari temporanea, ma molto intensa.

Da queste premesse è chiaro perché Guido non potrà mai appartenere a una bandiera, a un partito o a una chiesa che non abbia creato lui. Spesso il suo rapporto con l’alterità è venato di disprezzo, esce di notte per non incontrare gente, ama lo “splendido e agognato isolamento”, la presenza umana lo infastidisce e lo disgusta, a meno che non sia quella scelta da lui tra coloro che percepisce come affini.

Incluse nell’alterità vi sono le presenze femminili: numerose e non sempre distinguibili.
Nei primi racconti troviamo i loro nomi: Floriana, bellissima, eterea e labirintica, quasi un’apparizione, è sfuggente e misteriosa, sembra irreale.
Liliana, che sospettiamo indicata con L. oltre che con il suo nome per esteso, è invece la presenza più forte, positiva. È un amore nato a distanza grazie a Internet e poi conclusosi per volontà di Guido, che finisce per macerarsi nel ricordo e nel rimpianto.

L. scomparirà dalla vita di Guido e troppo tardi lui s’accorge che lei poteva costituire la sua salvazione, il grande amore della vita. “M’avresti salvato, potevi” (p.49 Pelle).
L’indifferenza è assassino gentile (perché massacra un giorno dopo l’altro -senza mutare mai - con la stessa vigliacca puntualità) (p.49 Pelle).
In seguito la presenza femminile diverrà un tu indefinito, una lei più evanescente: ”Lei ha una grazia scontrosa, come la città che m’ha dato luce: e ruba spirito come un bambino, con mezzo discorso; è selvatica come una siepe di mirtilli, sarebbe stupido addomesticarla. È splendida così, estrema e prepotente, sabbia d’una spiaggia che non ho conosciuto mai” (p.69 La finestra dei burattini).

È interessante notare ora come il deragliamento delle strutture linguistiche possa esser collegato, oltre che alla musica, proprio all’irrompere delle presenze femminili. Gli anticipi si hanno in “Complemento oggetto” con Floriana, ma la vera svolta è con “Pelle”, tutto giocato sulle note di una canzone dei Marlene Kuntz.
S’è spezzattato il respiro della mia anima; mi sono incagliato tra le paludi del non è e l’eden (delizioso: che è, il sogno). Voglio essere capito una volta ancora, sentirmi vivo e inteso - perfettamente - come quando tu.
Io sono solo nella moltitudine di identità che; e quando tra decine di”
(p.48).

I racconti paiono “impazzire come la maionese” come ha giustamente osservato Francesca Mazzuccato, si creano dei corto circuiti mentali e linguistici che spiazzano il lettore e lo costringono a inseguire musiche, immagini, associazioni d’idee, citazioni dirette o celate dei più vari autori. È qui che la prosa di Franchi sconcerta e stupisce e quello che pareva un libro di racconti diventa un luogo d’esperimenti e di novità, come si diceva in apertura.

Non è prosa facile, non è letteratura a buon mercato, è un universo nuovo aperto alle interpretazioni del lettore.
Qualche immagine ricorre: la porta murata ad esempio in “Via Cosmo de’ Torres” rimane ermeticamente chiusa, “spenta come gli ultimi sogni di Guido”; in “Give a man home” si apre e conduce a visioni, colori, preannuncia una conclusione, che è quella di una fase della vita di Guido.

Mi sono nutrito di tante anime che nemmeno me ne ricordo più il sapore” (p.90).
Muta la percezione del passato. Vedi, non mi fa più male niente; sembravano drammi e sono diventate pagine. Sembravano gioie e sono diventate sorrisi. E versi. [...] Adesso sono arrivato al confine: oltre il muro, non c’è più niente” (p.91).
Irrisolto, onirico e frammentario è (De)Lucido, sembra uno di quei film dove le scene del passato s’alternano continuamente a quelle del presente in un gioco di flash-back che stordisce. Deragliare, tracimare sono i verbi adatti e sono tra i prediletti dell’Autore. L’uomoalbero lo lega a “Parco” e tutto il testo necessiterebbe d’interpretazione a sé stante.

Le pagine finali vedono Guido concludere una fase esistenziale: la strada., finora così tortuosa, è tutta un rettilineo e il protagonista si libera di un bel po’di zavorra appartenente al passato. La disillusione si fa sentire: “La vita ha senso se non si brucia tutto entro i trenta anni. Mi ci sto avvicinando e non ho una gran voglia di conoscere tutto il resto. [...] ...e ho fracassato vita a consolare sostenere infondere speranza e via dicendo. A che sono servito? A niente. A svuotarmi di tutta quell’immonda luce che avevo - a sbriciolarla, frammentandola, spezzettandola, pezzo per pezzo”. (pp.107-108 So it goes)
Guido è estenuato fisicamente e psicologicamente. “Mi fa male tutto, guardare, ascoltare, condividere. Voglio silenzio e anonimato. [...]...per favore, svuotatemi da tutte le letture, da tutte le ambizioni, dalla visione della realtà e dalla consapevolezza del male” (p.110 So it goes).
Eppure sembra che molto abbia imparato e ascoltato, sebbene la nausea lo assedi:
Sono un corteo di vissuti [...] sono una giostra di memorie, sono quel che rimane della realtà del sogno, non ho più tempo. [...] Cosa rimane di diverso dalla nausea, al termine del viaggio?” (p.113-114 Postilla).
Rimangono parole a cui Guido aveva creduto: lealtà, purezza, amore, onestà, eternità.
Il fantoccio dormiente che se ne va con l’auto di Franco alla fine lascia Guido stanco nell’agognata ombra.
Eppure il mortifero vizio della letteratura non l’ha ancora perso. Nonostante tutto.



Gianfranco Franchi (Trieste 1978), ha pubblicato due “laboratori” di poesia:
L’imperfezione-opera III (2002) e Ombra della fontana (2003). È stato coordinatore di due riviste letterarie indipendenti Ouverture e Die Wunderwagen tra il 1997 e il 2003. Tra il 2003 e il 2006 è stato responsabile del portale di comunicazione e critica letteraria e dello spettacolo lankelot.com, dove ha scritto recensioni di libri, film e dischi e pubblicato racconti. Quindi ha rifondato il sito collettivizzato lankelot.eu.
Ha cambiato spesso lavoro, dal 2005 è redattore di “Vetrine”.
Vive a Roma.
Gianfranco Franchi, Disorder. Unknown pleasures. Livorno, Il foglio edizioni, 2006.

Settembre 2006

Marina Monego, Venezia, letterata.


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19.05.2017