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"Gocce di resina" di Mauro Corona

Marina Monego
(26.09.2006)

Mauro Corona, lo scultore, scalatore e scrittore di Erto in Friuli, è giunto alla sua quarta prova narrativa, “Gocce di resina” (Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2001) ed ancora una volta ci descrive il suo paese, gli abitanti, gli usi e costumi, i difetti, le miserie, i problemi di una zona di montagna fino a poco tempo fa completamente ignorata dal turismo.
L’autore stesso, nella presentazione, ci spiega il titolo del libro e il suo contenuto: “I ricordi sono gocce di resina che sgorgano dalle ferite della vita. Anche quelli belli diventano punture. Perché, col tempo, si fanno tristi, sono irrimediabilmente già stati, passati, perduti per sempre. Gocce di resina sono piccoli episodi, aneddoti minimi, spintoni che hanno contribuito a tenermi sul sentiero. Proprio perché indelebili sono rimasti attaccati al tronco. Come fili di resina emanano profumi, sapori, nostalgie”.

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Georges Duhamel, "Don Quichotte"


Abbiamo così una serie di episodi brevissimi (una o due pagine ciascuno), ordinati in parte seguendo il ciclo stagionale (anche se non sono divisi in sezioni): si inizia infatti con la descrizione della tradizionale processione del venerdì santo a Erto e si chiude con storie ambientate tra le nevi invernali.
Gli argomenti sono assai vari e appartengono al consueto repertorio di Corona: vita di paese, la caccia (regolarmente di frodo, serviva ad integrare le magre risorse alimentari degli abitanti; da questa pratica ormai Corona si è dissociato, ma l’ha praticata per anni), gli amici, i ricordi d’infanzia, figure particolari di ertani, la povertà di queste zone, la tragedia del Vajont che ha rivoluzionato le vite di tutti, il problema dell’alcolismo, estremamente diffuso a Erto.

L’insieme degli episodi contribuisce, come le tessere di un puzzle, a dare un quadro di un mondo che rischia di scomparire, un mondo molto amato dall’autore, che dichiara di appartenergli totalmente, pur mettendone in evidenza i numerosi difetti, come la chiusura e la diffidenza verso il mondo esterno, i rancori, odi, vendette, delitti, il senso della proprietà, la crudeltà, l’omertà, la misoginia.
Non è un universo idilliaco quello dove Corona è cresciuto, è un mondo povero e duro, dove i ragazzi vengono fatti crescere in fretta e con ben pochi riguardi, sottoponendoli a “prove” e fatiche pesanti, con metodi educativi basati sulle cinghiate paterne. Un’altra usanza consisteva nel dar loro un po’ di acquavite nei mattini d’inverno, prima di andare a scuola e questo forse spiega l’alto tasso di alcolismo del paese.

In questo libro colpisce la quasi totale assenza delle donne: anche dove appaiono sono figure piuttosto marginali o negative (la ragazza “di fuori” che fa innamorare e poi lascia un amico dell’autore), oppure sono oggetto di odio da parte di un originale abitante del paese. È un mondo prevalentemente maschile, un mondo patriarcale, regolato dai dettami dell’antica società agricola.

L’elemento ricorrente dell’intera raccolta, quel che forse unifica tutto, è la memoria, intesa sia come ricordo personale, sia come volontà di tramandare la cultura di un intero paese, che ormai rischia di andare perduta. È una cultura popolare, la cultura dei vinti, rievocata con nostalgia, ma anche con realismo disincantato.
Di questa cultura, con i suoi pregi e i suoi difetti, è intessuto tutto l’essere di Corona, che non rinnega, né condanna il suo passato, il suo paese, la sua gente. “Tutto quello che ci è accaduto, o che abbiamo udito raccontare ha lasciato un segno dentro di noi, un insegnamento, o, quantomeno, ci ha fatto riflettere. La vita, nel bene e nel male è maestra per tutti. Un individuo guarda il mondo in un certo modo, sorride con certi occhi, cammina con un certo passo, perché è figlio di ciò che gli è accaduto e del luogo dove è vissuto”. La volontà è quella di esserci, di testimoniare comunque questo mondo, quasi a dire che la Storia non è fatta solo di grandi imprese e grandi uomini, ma di piccoli eventi, valori trasmessi, usanze, tradizioni.



Mauro Corona (Erto, Pordenone 1950) scultore del legno tra i più apprezzati in Europa, scalatore fortissimo (ha aperto trecento nuovi itinerari di roccia sulle Dolomiti d’Oltre Piave, tutti difficilissimi) e scrittore italiano.

Ha ereditato dal nonno paterno intagliatore la passione per il legno e dal padre l’amore per la montagna. Ha esordito con Il volo della martora (1997), cui sono seguiti Le voci del bosco (1998), Finché il cuculo canta (1999), Gocce di resina (2001), La montagna (2002), Nel legno e nella pietra (2003), Aspro e dolce (2004), L’ombra del bastone (2005), Vajont: quelli del dopo (2006).
Vive e lavora a Erto.


Sito di Mauro Corona : www.dispersoneiboschi.it

Marina Monego, Venezia, letterata.

Recensione già apparsa su lankelot.com nel luglio 2004


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19.05.2017