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C’era una volta lo zero

Giancarlo Calciolari
(19.09.2006)

C’era uno volta lo zero. Nato in India per ragioni di gestione sociale. Tante persone, tante caste, tanti terreni. La matematica si sviluppa nello stesso modo in altre società complesse come quella degli assiri-babilonesi, quella egizia, quella greca, quella romana, quella araba...

Da dove viene lo zero? La risposta è ironica. La risposta della matematica è spesso non ironica. Si prende sul serio? Un professore di matematica è un matematico? Un matematico non sarebbe colto da nessun dubbio a intendere che un professore di filosofia non è un filosofo.

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Christiane Apprieux, "L’apertura", 2005, acrilico su tela, cm 69x105


Frege non ha dubbi, tutti possono credere che una cosa sia vera e pertanto logicamente potrebbe ancora non esserlo.
La questione dello zero non è matematica, almeno non solo. La matematica tenta per lo più la geometria dello zero e l’algebra dello zero. Il punto zero, che non è ancora il punto vuoto e il metazero, come lo chiama correttamente il matematico Brian Rotman.

Qual è lo zero senza più geometria e senza più algebra? Per la matematica non c’è. Perché per la matematica, apparentemente, non c’è Altro? Oppure non c’è dio, come afferma ridente il laicismo al potere, oltre ogni immaginazione? Perché il massimo dell’algebrizzazione è quella di Boole, ossia zero uno? Senza Altro?

Lo zero sorge in oriente perché l’occidente si lascia conquistare dall’uno, che si divide in due, che non sopporta la contraddizione e che deve escludere l’altro. Lo zero non c’è a Atene. Non c’è a Roma. C’è qualche cosa a Gerusalemme, la sua istanza, ma con un altro nome: padre. A Gerusalemme nasce la religione del padre e poi la religione del figlio. A Medina sorge la religione del fratello. Zero, uno, Altro.

Alessandro istruito da Aristotele, che non è arrivato alla nozione di terzo istruito di Michel Serres, va a fondare l’impero fino in India. Si prende in moglie una donna ma non prende lo zero. L’uno che parte a annettere ogni terzo per fondare l’impero dell’uno non può accogliere lo zero. Naturalmente si trova nel polinumero, nel polizero nel poliuno. Il due lo taglia: il nodo di Gordio.

Lo zero nell’occidente è stato letto dai matematici, che lo mancano, completamente. Non che non sappiano usarlo, come uno scrittore che può essere eccellente senza potere disquisire di catacresi e di litote.

In Semiotica dello zero Brian Rotman parla sempre e solo del metazero. Charles Seife nel suo libro sullo zero legge il metazero e il metainfinito. Giorgio Lolli, che ha oggi la cattedra che fu di Peano, il primo che asserì “zero è numero”, parla tranquillamente di metamatematica. Esatto. Per cavarsela da Gödel, la credenza nella metamatematica comporta quella nel metazero e nel metainfinito.

Lo zero dice del cominciamento, della crescita, del rilievo, del rigetto, del ritorno, del lievito, dell’autorità, del padre, del nome, delle donne...
Il cominciamento è stato scambiato con un luogo d’origine. Le storie dello zero cercano di fissare il luogo d’origine dello zero, il luogo d’origine del nome, il luogo d’origine del padre, il luogo d’origine del lievito. Sino all’affermazione che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo. Non sono questi il padre e il lievito.

Il ritorno è stato scambiato con il ricordo, con la sua circolarità; ricordo che è la nozione stessa di circolarità, che come ricorda Heidegger è quella di essere. E forse in Nietzsche l’eterno ritorno riguarda l’intoglibilità dell’istante nella sua eternità.

Gödel ironizza con l’amico Einstein sulla circolarità della linea dell’universo che regge la sua formula, gli dice che il cerchio è tale che un uomo lanciato nel futuro ritorna dal passato in tempo per uccidere suo padre prima d’essere nato. La circolarità richiede il figlio omicida e il padre mortale. Omicidio che vale un suicidio. Per non nascere, per non crescere, per non lievitare.

Il ritorno è il ricordo del funzionamento dello zero, oppure è la sua stessa funzione. Il ritorno: le cose cominciano, senza che la ripetizione sia dell’identico. L’uno non ripete se stesso, ma a ripetersi (a funzionare) è la sua differenza da sé , il suo dividersi da sé.

Freud distingue tra rimozione e ricordo. Non prende il fantasma (ciò che appare o pare) per reale. Fantasma, copia, rappresentazione sostitutiva. La rappresentazione è la nozione stessa di sostituzione della sostituzione. Copia.
Il ricordo come fantasma dell’attuale compie un’economia dello zero. In tal senso, anche i matematici vivono di ricordi. In particolare quelli della formazione universitaria.

Quando il maestro di matematica è preso come uno (uno zero) per differenziarsi, per dividersi in due, farsi in quattro, e più, ma per occupare un posto, una cattedra, un punto vuoto da riempire, uno zero da circoscrivere, per non crescere e per distruggere ogni altro contraddittorio, ineguale, scorretto, non unitariamente e universitariamente formato. Il discorso scientifico brucia la scienza per fare cerchio, per circolare, per azzerarsi.

La matematica pone l’azzeramento al posto dello zero.
Nessun interesse da parte nostra per la rappresentazione dello zero, per la cerimonia delle larve, per gli zeroici - definizione della poetessa Mireille Ko - che cercano di fare il vuoto contro ogni crescita, affinché il pane sia sempre azzimo, illudendosi di non essere più schiavi, rimanendo vicini alla pentola sostanziale e mentale, gravida di tutti gli uno-zero e gli zero-uno, gli altri nomi dei viventi morti e dei morti viventi.

Lo zero non è il sintomo dell’oriente e dell’occidente.
Lo zero propone quel che non è mai stato. Quindi, qualcosa di nuovo. Lo zero funziona come contro-zero che vanifica l’azzeramento delle cose.

Con la prosodia dello zero comincia la via intellettuale, la crescita. Nessuna educazione sentimentale. La sensazione dello zero? La crescita. La paura della crescita. La paura è la sentinella dello zero.
Il vuoto a cui accenna Lucrezio suggerisce la non localizzabilità dell’origine, il fatto che le cose non muoiono.

Lo zero non è a portata degli umani. La funzione di zero non è umana. L’autós dell’autorità è il da sé dello zero. Nessun garante dello zero, nessuno zero dello zero, nessun metazero, inseguito dalla metamatematica. Nessun padre del padre, inseguito dallo psicologismo, dallo psicanalismo e aborrito dal psichiatrismo.

La credenza nel metazero è un altro modo di formulare quello che Freud chiama l’erotismo anale.

Lo zero riguarda la matematica, la teologia, la fisica, l’arte, la psicanalisi, la cucina, la filosofia. Che ciascuna arte, cultura e scienza se ne accorga, questa è la chance.


Nota di quaderno scritta per un improbabile libro sulla questione dello zero.


Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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