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Philippe Sollers, "La vita divina"

Giancarlo Calciolari
(12.09.2006)

C’è un varco incolmabile tra Philippe Sollers e il narratore che nei suoi romanzi dice "io", come c’è un scarto insormontabile tra l’eteronimo "Sollers" e il suo autore. Certo, l’autore parla come Philippe Sollers e parla anche come i protagonisti dei suoi romanzi: basta leggere gli interventi sulla sua rivista "L’infinito" o un’intervista, come quello concessa alla rivista “Ligne de risque", pubblicata anche sulla sua rivista nel numero 94 della primavera 2006, dove dice molto chiaramente le differenti poste in gioco tra la sua scrittura e quella di Michel Houellebecq, e inoltre precisa il progetto del suo romanzo, La vita divina (Gallimard, 2006, pp. 525, € 20,00).

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Christiane Apprieux, "La forza dell’elemento", 2009, bronzo a cera persa


Philippe Sollers afferma d’essere agli antipodi della società dello spettacolo e dunque della quasi intera società letteraria francese e anche di quella mondiale. Non ha affatto torto. Anche se c’è un cranio che passeggia nel suo romanzo, e che appartiene alla "cranizzazione" denunciata da Houellebecq, che si nutre di denuncia sociale.

In breve, per la maggior parte del pianeta - e non solo della Francia - il buono, il bello, il positivo, la legge, il bene: tutto è marcio. E la demistificazione della putrefazione di copertura della vera vita non ha fine. Marx è per gli apprendisti, Debord per l’élite dello smantellamento del falso. Sollers è la punta del diamante del vero. Della vera vita. La vita divina. Al di là del molto e del male. Come Nietzsche. L’analisi del vero funzionamento della società (il “tale e quale” del titolo della sua prima rivista, “Tel quel”) non gli impedisce di scommettere sulla vita, senza il metabolismo del male per avere il filosofico bene supremo, con la pace dell’Essere supremo.

Qual è, allora, la lezione di vita che Sollers trae da Nietzsche? La risposta è il libro La vita divina. Ossia la vita, non l’accettazione della morte, ma ancora con un compromesso. Quale? La filosofia, il paganesimo, l’ateismo dichiarato e affermato. È un errore molto popolare e spettacolare sia antico che postmoderno.

La vita divina è il romanzo di due vite: quella di Nietzsche e quella del narratore, un filosofo che offre la lettura e la restituzione del testo e della vita di Nietzsche con la sua stessa vita più che col suo stesso testo. È anche il romanzo dell’occidente che manca l’opportunità di vita offerta da Nietzsche, che cade nelle guerre mondiali e che sta mancando l’opportunità di vita offerta da Sollers, senza uscire mai dalla guerra civile planetaria, tale è anche un’esperienza decisiva della lezione di Carl Schmitt secondo Jacob Taubes.

Sollers in un senso ha ragione a sollecitare l’archivio di Nietzsche. Quello della vita autentica, la vita originaria. La vita assoluta, senza più di soluzione offerta dalla società dello spettacolo. Ma la sua formula è già spettacolare. La vita divina appartiene alla circolarità dell’essere, e si realizza dunque come vita infernale.
Ciclicamente.

Sollers anche in un altro senso ha ragione, quello dell’albero di vita. Non ha nessuno interesse per la "mancinella", l’albero di morte. Ma, in modo paradossale, Sollers è ancora filosofo, greco, da qui il suo interesse per Nietzsche e Heidegger. Sollers è appeso ancora all’albero greco, quello della conoscenza del bene e del male, che nel Vecchio Testamento non è l’albero della vita.

Certo, Philippe Sollers non ha dietro la sua penna la valle degli inghiottiti nelle sabbie mobili della società, dunque né Chiesa, né esercito, nessuno Stato, neanche una casa editrice: si è liberato da se stesso in modo autonomo e clandestino, prendendo a modello l’idealismo tedesco filtrato da Nietzsche. Abita la certezza di un hotel di lusso Anti-Abisso, talvolta anche nella forma di un Waldhaus - ricordo del modesto chalet rustico in cui Nietzsche aveva soggiornato a Sils-Maria - che la plebe chiama Protzbude, ossia una bicocca (Bude) nella quale i tribuni vanno per darsi delle grande arie (protzen) sulle orme di Nietzsche.
In ogni caso, il narratore un po’ sollersiano è il solo a non fallire la sua vita, insieme a due donne che non abboccano al penisneid sociale.

Il cerchio non è chiuso. L’essere del pensiero lascia semplicemente il pensiero in mano ai filosofi, condotti peraltro dalla carota o dal bastone. In ogni caso dal sogno genealogico. È per questo che si sognano come un casta: l’aristocrazia del pensiero. Nel blasone, la loro araldica affigge l’unicorno, la chimera, la farfalla (l’anima), il serpente, talvolta a piume.

Il caos invade tutto, non solo in basso. Il Kat-echon, il ritardatore della fine potrebbe essere l’eterno ritorno di Nietzsche. Ma la paura della vita si basa sull’origine e dunque sulla fine, che fa ritorno al punto di partenza. Tale è il cerchio virtuoso e vizioso. Dal teismo all’ateismo. Da dio all’animale. Dal continuo al discreto. Dal bene al male. Tale è il cerchio per certi suoi aspetti.

Ora, c’è un continuum nei miti greci, formalizzato dalla filosofia di Aristotele coi tre principi, che va di dio al demone all’uomo all’animale. E tutta l’algebra delle combinazioni è valida. E il continuum all’infinito (potenziale) è un cerchio. Non c’è allora nessun problema per comprendere che l’uomo-dio (Nietzsche-Dionysos) abbraccia l’animale per finire la sua vita come un povero diavolo. La vita divina è un inferno. Se non ci legge il divino come ossimoro, apertura, senza più predestinazione, senza più genealogia sociale.

D’accordo, l’eterno ritorno non è il cerchio che abbiamo appena identificato. Nell’intervista già citata per la rivista "Ligne de risque", Sollers afferma chiaramente che l’eterno ritorno non è domani, è qui e ora.

Sollers è per la nuova nobiltà, senza più genealogia, quella che s’oppone alla presa universale della plebe. Ma il nobile è un plebeo promosso. Il capro espiatorio diventa caprone eletto. L’élite. Un sotto-raggruppamento della scala sociale, del cerchio dell’essere, e dunque sempre una genealogia.
In che cosa la nobiltà o l’aristocrazia differirebbero dalla plebe in "alto", simmetrica a quella più nota dal "basso"?
Il paradiso è vietato ai pagani, sia i migliori che i peggiori, sia gli aristocratici che i plebei.

L’inesistenza del legame sociale, della genealogia che fa il nonnulla delle scienze umane francesi e occidentali, lascia credere a Sollers d’essere un aristocratico senza genealogia, ossia una chimera. E in un certo senso è vero. Ciascuno procede dell’animale, ma non nel senso di Darwin. L’animale fantastico è un’immagine impossibile dell’apertura. E procedendo dell’apertura originaria, ogni animale resta da leggere. Il Genesi - che è anche una lettura dell’animale fantastico del paganesimo - è sempre da leggere. Malgrado l’immenso attacco ironico al serpente, c’è sempre chi ne fa una religione, o un sapere come causa per l’azione.

La filosofia - piuttosto che Nietzsche o Heidegger - è l’animale di fantasia che resta ancora da leggere, anche per Monsieur Sollers. Dio non è mai altro che il dio del paganesimo. E l’ateismo è dell’iperpaganesimo. Il superuomo resta troppo umano nel cerchio dell’eterno ritorno.

Noi leggiamo diversamente l’eterno ritorno di Nietzsche. E già Sollers s’avvede che riguarda l’istante e non il tempo escatologico. Ma il ritorno della madre e del sorella di Nietzsche nella sua caduta nella follia (da rileggere), senza punto di caduta, chiede un supplemento d’analisi. Se lo specchio è sociale (se non c’è un scarto strutturale rispetto alla società dello spettacolo), la famiglia è preda della rovina. E non farsi vedere nel sociale, anche spronando una certa clandestinità, vale a farsi rovinare dalla ruota dell’ordine rotatorio "dallo stesso allo stesso passando per lo stesso", come nel caso del cammino proposto da Heidegger.

Il paganesimo trova formalizzazione nella filosofia. In tale senso, l’ateismo è il ricordo di copertura del teismo: entrambi negano Dio; che non è stato mai quello che riconoscerà o meno i suoi. Nessuno legame sociale o asociale con Dio. La secolarizzazione della parola di Gesù in tutte le sue forme è già gnosi, peraltro impossibile secondo le parole dell’Esodo.

Detto questo, noi stiamo leggendo il migliore scrittore di lingua francese del terzo millennio, quello che fa della letteratura una macchina di guerra, del gusto di vita; e ci sono molti falsi aspetti della società che Sollers legge in altro modo. Gli altri scrittori, quasi tutti, come in tutto il pianeta, sono inghiottiti in una melassa nera di morte che prendono per miele, senza tema di sbagliarsi.
Nella nostra lettura di Philippe Sollers citiamo I Proverbi, 27,6 - già invocati da Jacob Taubes nella sua lettura dell’opera di Carl Schmitt: "Le ferite inflitte dalle frecce di un amico sono leali".

La versione originale in francese di questa nota di lettura è stata scritta per la rivista "Exigence-Littérature" di Parigi.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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