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"Il triciclo" di Monica Cito

Elisabetta Blasi
(12.09.2006)

Quanto state per leggere costituisce la prefazione, riveduta e corretta ma non più di tanto, che un anno orsono approntai al dattiloscritto di Monica Cito, dall’autrice intitolato “Il triciclo
Quel dattiloscritto è ora edito col titolo “Venere, io t’amerò”, per i tipi dell’editore Giulio Perrone di Roma.
Ragioni non solo sentimentali m’inducono a renderla nota.

13 agosto 06, Elisabetta Blasi


Nessun narratore, anche quando è un vero e proprio Io narrante, narra mai solo quella determinata storia, né si rivolge mai soltanto alla platea cogitante e giudicante, dei propri lettori.
Il narratore è, in realtà, un intrattenitore e se non è in vena verista, difficilmente tratta la realtà come ed in quanto tale.

Questo narratore, o meglio, questa narratrice, si raccoglie intorno a questo non- romanzo, a questo non- racconto, a questa lenta, faticosa, viscerale, esplicitazione d’una enorme, atavica, confusione, durante lo scorrere di un dì d’ottembre.
Ottembre: il mese- che- non- c’è.
A non- esserci non è, in questo caso, un’isola, dato che forse su un’isola già si vive. Un’isola senza senso, dove imperano violenze, crudeltà, sensi d’inadeguatezza; rifugi, quasi obbligati, nell’onirico: «La maniera di sopravvivere a chi ci vuole male», recita una vecchia canzone.

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Georges Duhamel, "La géante, bronze


Canto di un’impotenza, appunto... Un’impotenza stilisticamente scandita da un periodare sincopato, senza pause, difilato.
Come se fossero gli scatti d’una macchina fotografica pre- digitalizzazione, in un alternarsi di scatto- pausa- scatto, le parti scritte in prima persona talvolta registrano immagini diacroniche, salti nella memoria, perfino incongruenze narrative; talaltra fungono da controcanto alla nenia narrativa di sottofondo, come se si volesse aumentarne il singhiozzare quando c’è da piangere.

Difficile, titanico, fin sovrumano, ciò che l’Autrice a se stessa chiede per comporre questo suo canto.
Niente di complicato, “solo”:
[...] contamino qualcosa che l’inconscio mio [...] vorrebbe proporre in verità, far scoppiare nella realtà(1).
Realtà, invece, spesso fatta, nel proprio “piccolo” minimale, di banali dispiegamenti d’immagini che paiono tratte da uno dei tanti, famigerati, fenomeni televisivi di quest’epoca smargiassa d’idiozia elevata ad arte: i cosiddetti reality show.

Surreali, eterni, prescindere da ogni decenza, buon gusto e rispetto; amebici scenari composti da gente prepotente, abusata e abusante, disincantata, sguaiata, che trova un’effimera coesione solo nei ritualismi folcloristici: vuoi quelli legati al mangiare “a strafogo” durante scampagnate poi rovinose per l’ambiente, invaso da rifiuti d’ogni sorta, anche i più impensabili; vuoi ancora quelli di matrice cattolico- popolare, per esempio le solenni processioni. Queste ultime, almeno quelle che si svolgono nella cittadella, principale scenario di questa narrazione invereconda (perché d’inverecondie tratta), sono allietate dalle Cunocchie, ovverosia un buffo gruppo di “musici” che offre del cabaret naturale, e casereccio come può esserlo un bel piatto di orecchiette, acciughe e cime di rape. E riscuotono, questi buffi tipi, tanto di quel successo che la gente, se non li vede sbucare da dietro l’ultimo postulante in processione, li cerca chiedendosi dove siano.
Quanto fanno ridere, le Cunocchie!
Almeno tanto quanto, a qualche centinaio di chilometri di distanza, gli astanti vengono eccitati e sconvolti da uno spettacolo che con la sacralità si mescola in maniera viscerale e barbara: quello dei flagellanti che percuotono se stessi a sangue per devozione nei confronti di Maria Vergine, portata dagli stessi in processione, in quel di Guardia Sanframondi, provincia di Benevento.
Fanno ridere, le Cunocchie, si diceva.

Attenzione, però: il riso è sempre amaro, giacché ancora si ride sguaiatamente dello “scemo”e/o della povera psicolabile, fatta oggetto delle più squallide e lubriche attenzioni sessuali degli immancabili porci. Porci che poi ardiscono dare della puttana ad una sventurata ragazzina barbaramente stuprata dal solito, tragicamente immancabile, branco, magari di coetanei.
Porci: sostantivo maschile plurale, in sé riassumente un’assurdità, non solo semantica e concettuale.
Vuolsi costì alludere all’ultrapermissiva e vile regola non scritta, radicata nel costume popolare, che recita più o meno così: l’uomo deve essere cacciatore, nel senso che Lui, nel mondo, può permettersi di dare la caccia ad ogni gonnella, ad onta di qualsivoglia impegno di fedeltà verso la propria eventuale consorte o fidanzata; che a sua volta deve “solo” attenderlo, perdonarlo, fare finta di nulla.
Magari cercare di “redimerlo” tramite il matrimonio Normalizzante, se puta caso qualche gonnella risulti, invece, un pantalone indossato da un altro maschio: la normalità - qualcuno ancora lo eleva a credo - paga!
Ma torniamo a parlare di porci resi onnipossenti dall’ottusa “regola” di cui sopra.
Il lemma può esser anche spiegato in modo più colorito:
tali sono definibili certuni appartenenti al sesso maschile umano che sono sempre schifosamente tutt’uno col proprio organo sessuale. E l’Autrice riesce magistralmente a fissare quest’equazione tramite un’iperbolica sineddoche: quintali di sperma.
I summenzionati costituiscono, in qualche misura, una sorta di organo esecutivo di un barbaro “inconscio collettivo”, sbeffeggiante schifosamente, impudentemente, arrogantemente ed ottusamente colui o colei, in qualche modo percepiti diversi- da- sé. Tanto la si fa franca comunque.
Diverso/a, (sol) perché divergente in qualche maniera da un tranquillizzante quanto fatuo e falso, conformismo di facciata. Pedissequamente perseguito ed inculcato finanche da insegnantucoli che apertamente incitano i loro alunni a stare alla larga dai prodotti dei quintali di sperma di cui sopra: i figli naturali della etichettata “scema del villaggio”.

Amaramente lapalissiano risulta, il puntualizzare che l’arco temporale in cui il romanzo si dispiega è l’oggi, ossia l’ipertecnologico, postindustriale, evo a cavallo tra ventesimo e ventunesimo secolo. Quindi, trecent’anni o giù di lì dacché l’illuminismo iconoclasta ha sconvolto l’Europa con i suoi strali contro la superstizione; e duecent’anni o giù di lì, dacché un certo Karl Marx bollava la religiosità come l’oppio dei popoli...
Nel ventunesimo secolo, sì come due/trecent’anni fa, certi moduli comportamentali si ripetono tal quali: ritualismi al posto della determinazione e del discernimento della “testa”.
“Il Triciclo” di questa sorda ripetitività anche, vuol dar conto, soprattutto attraverso adattamenti semantici e ridondanti onomatopee, quali il reiterato uso dei verbi dire e fare, nonché una sintassi in certi passaggi apparentemente poco curata ed, altrettanto a bella posta, un po’ incurante della sacrosanta consecutio temporum.

Il tessuto narrativo viene, inoltre, sapientemente spruzzato con alcuni lemmi e/o costrutti dialettali, oltre che da vere e proprie frasi in vernacolo.
Alcuni esempi: l’uso della preposizione a davanti al complemento oggetto (costrutto tipico dei dialetti partenopei e loro derivati, nonché della lingua spagnola). O ancora, l’interiezione“Avoglia!” al posto dell’ “Hai voglia...” dell’italiano popolare; la deformazione ortografica dell’espressione romanesca“Sadda vivere”, al posto di “S’ha da vivere”.

Giorni della canonica settimana, veri e propri dies ad quos; “case” che ruotano nel vuoto come fossero capsule spaziali; mesi almanaccati da repressi e da repressori, costituiscono i nuclei narrativi che puntellano l’andatura sbilenca del romanzo, un’andatura molto simile a quella di un triciclo, appunto, quando viene guidato da un infante che esperisce le prime regole del moto.
Triciclo qui guidato da Martino, il fratellino della protagonista-io narrante, che fa le sue prime scorribande nel mondo da cui, secondo gli psicoanalisti, non si sarebbe granché e non da molto differenziato, a quell’età.
Leggendo di Martino, delle sue razzie di pomodorini appesi nel ripostiglio a mo’ di coroncina, e dei suoi forzati stop, che attua distendersi per terra accanto al suo triciclo, irretito dalle incomprensibili liti familiari, non si può non universalizzarne la figura, quasi elevandola a personificata sinossi, drammatica e vivida, dell’incapacità, che spesso attanaglia i bimbi vittime di violenze, lasciati a loro stessi, di sviluppare riflessioni, o almeno tentativi di concettualizzare le stesse.
Violenze che hanno luogo nella casa degli orrori dell’infanzia, sua e dell’altrettanto da lui incompresa sorella, anagraficamente di poco maggiore. Infanzia che non è propriamente il classico giardino, bensì un’arena dove gli “adulti”- bertucce, caricature di umanità e connessa genitorialità, scimmiottano l’Armageddon e tutte le guerre passate e future, tutte le volte in cui non sanno altrimenti dar voce alla loro strutturale incompatibilità di coppia.

L’intelaiatura del romanzo consiste in una sorta di paradigma della diacronia esistenziale, narrata sotto forma di excursus autobiografico.<br />
Paradigma diligentemente declinato da Monica Cito, che dà voce, spessore e luce a Luce, lumeggiandone le serrate dissertazioni secondo una scansione ad eco, piena di amplificazioni, rimandi e rimpalli dal passato remoto, a quello prossimo, fino al presente storico. E viceversa
Mai perdendo contatto con la sua dimensione onirica “schizoide”, Luce cerca d’incastrarsi, col passo cogitante e malfermo, tipico del così etichettato“disadattato”, al coro greco delle vicende di vita “vera”.

Tra cui spiccano, “mixati” entro commistioni caleidoscopiche: funerali, amori, giochi di un’infanzia disperatamente sempre inseguita, conflittualità narrate, agite e sperimentate a tutto tondo, necrologi ad uno zio, amato ed evanescente intellettualoide, rinunciatario su tutta la linea della sua breve vita, od a sapienziali nonne dall’atavica, “streghesca” saggezza, che talvolta si fondono e confondono in una sola persona. Passando poi per un gruppo di pretenziosi e vacui emuli di un mitico cetaceo dell’era mesozoica: la Balena- Noia. Noia che in loro tutto insabbia: dignità, intelligenza, senso della prospettiva.
Il tutto drammaticamente filtrato dall’argenteo e miopico, perciò stesso esitante, sguardo di Luce.

Luce: un icastico ossimoro, da pugno allo stomaco, questo di chiamare così una persona che vaga nell’oscurità di una confusione che la nosografia psichiatrica non esiterebbe a sussumere in una certa qual patologia.
Se, in altre fatiche dell’Autrice, risultava chiaro che la Patologia risiedesse nel dimorfismo sociale aberrante, fatto ancora e sempre di pensieri ripetitivi, qui la sua risposta “passa dall’altra parte”: la patologia è focalizzata nel microcosmo, individuato e delimitato, dal punto di vista di chi ne è colpito. Ed, ipso facto, il malato risulta lui.

Perché il “diverso”, non lo si ribadirà mai abbastanza, corrisponde inesorabilmente allo stigmatizzato, alla vittima, al violentato; e costui, per converso, si colpevolizza, sempre e comunque, alimentando un circolo vizioso da cui troppo spesso non si esce più.

Una cadenzata via crucis, si dipana tra le pagine di questo monologo, in cui Luce dà corpo al suo duello, alla sua resa dei conti con se stessa, rivista, ritratteggiata, romanzata da se medesima. Giacché uno scrittore (od aspirante tale), quale Luce si definisce, romanza anche la storia della propria vita, connettendo singhiozzanti ma lucidi salti temporali attraverso non già una ricerca di senso (il che significherebbe cercare e proporre una qualche soluzione), bensì tramite un tintinnante e/o paupulante ridacchiare di uno scanzonato “spirito guida”, un godibilissimo incrocio tra fantasmagoria proto- storica e sublimanti proiezioni inconsce; o di una genialoide “collega” d’università, tanto desiderata quanto maldestra nel proporsi e riconoscersi oggetto d’amore nell’ambito di una condivisione inesistente di vere emozioni e di una cornice interattiva fatta solo di spinelli ed appunti di diritto romano.

Sul proscenio, l’Io narrante evoca carrellate di altri a volte malinconici, variamente malconci, coprotagonisti o deuteragonisti parimenti confusi, narcisisti impenitenti di varia foggia.
Narcisista a suo modo è anche la “braccialuta” Michela; vindice, riscattante ed angelicato amore della vita di Luce.
Anche Michela s’interrela ad una casa avita e fantasmatica, su cui fantastica e poi s’illude di appropriarsi la sua scalcagnata, prepotente nel suo velleitarismo, madre Assunta, sposando l’inetto Amos, invalidato, decadente, deriso e derubato dai suoi stessi parenti.
Speculare e non dissimilmente esiziale per la figlia Michela è la violenza impalpabile che Assunta pone in essere ai suoi danni, tramite la sciatteria di un esame di realtà totalmente sballato, rispetto all’insensata follia, fisica e palpabilissima, violenta, perpetrata dallo psicopatico sbirretto frustrato, padre padrone di Luce, contro la di lui paranoide, stupida ed anaffettiva consorte; e di entrambi ai danni dei loro figli. Uno dei quali, Martino, ha posto, negli anni a venire, in essere un’identificazione coi carnefici talmente ben riuscita da trasformare la propria deviante psicolabilità in condotta antigiuridica.

Dare corpo a siffatto, composito, tormentato incubo che neanche si ha più la forza di gridare, ha però un costo, non solo per Luce (che alfine, perviene, catarticamente, a monetizzarlo, nel vero senso della parola) ma anche per Monica.
L’Autrice ha infatti molto patito, in corso d’opera, perseguendo una resa stilistica, che l’è sempre sembrata ben lungi dall’esser stata realizzata. Anche dopo aver posto la parola fine al manoscritto.
Stanno a dimostrare questo tormento le righe che qui di seguito si propongono:
- Le idee ci sono, [...] ma pare che, più ci siano, più sia difficile esprimerle;

- Io sono su un’enorme scacchiera e non so dove muovere le malefiche pedine(2);

- È tutta una scatola mobile che mi gira in testa;

- Secondo te sta venendo fuori un bel libro. A me pare brutto [...]. Prima non si sa bene come esprimere dei concetti, poi vengono fuori e non sembrano nati bene, poi si vuole un effetto che [...] non si vede. [...] Un minuto prima penso d’avere risposto ai quesiti ed un minuto dopo le risposte svaniscono o si tramutano in nuove domande (3);
- Il rischio che tutto fallisca è altissimo, mantenere il ritmo del folle che parla parla parla, apparentemente senza senso, è difficilissimo.
(4)

A voi lettori spetta, come sempre, l’ultima parola.
Per dirla con Sherwood Anderson (e con Cesare Pavese, suo ottimo traduttore italiano):
Se voi siete una tela, rabbrividite qualche volta dinanzi al pittore? Tutti che gli prestano il loro colore. È una composizione che vien fuori. Lui stesso, questa composizione.


(1) Da una serie di lettere che l’Autrice mi indirizza parallelamente alla stesura del romanzo. Estratto dalla lettera del 9 marzo 2005. Neretto mio.
(2) Frammenti tratti da una delle lettere datate 8 marzo 2005.
(3) Dalla lettera datata 10 marzo 2005.
(4) Dalla lettera datata 11 marzo 2005.


Monica Cito è nata a Telese Terme (Benevento) nel 1972.
Si è laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Bari con una tesi sperimentale sulle condotte pedofile, e collabora colla rivista giuridica on line www.diritto.it scrivendovi articoli di saggistica giuridica.
Ha collaborato altresì col portale letterario www.lankelot.com come autrice di recensioni letterarie e di piccoli brani in poesia e prosa.
Attualmente recensisce soprattutto autori italiani poco conosciuti sulle web-zines www.kultunderground.org e www.kultvirtualpress.com. Su quest’ultima è altresì leggibile e scaricabile il suo e-book “Dea della caccia”.


Elisabetta Blasi, Grottaglie (TA), 1968.
Laureata cum laude in Scienze Politiche (indirizzo storico-politico) all’Università degli Studi di Bari.
Critica letteraria e studiosa di genere, ha curato lavori di ricerca sulla concreta applicazione delle pari opportunità uomo-donna.
Recensisce su vari siti on line opere di narrativa e saggistica.


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14.02.2017