Transfinito edizioni

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Il Novecento è finito, andate in pace

Jacopo Panerai
(5.09.2006)

"Il nuovo secolo e il nuovo millennio, la nuova poesia, cosa sta succedendo nel mondo delle lettere contemporanee, chi siamo dove andiamo...", ecc. ecc., sono domande che vediamo turbinare intorno a noi a ritmo di quadriglia. C’è un nuovo che vuole nascere, a parte le scadenze cronologiche, che comunque una loro funzione maieutica e psicologica da sempre la ricoprono? Siamo di quelli disposti a scommettere di sì, purché non si intenda con "nuovo" il "diverso" per partito preso, o peggio ancora la cosmesi volenterosa del vecchio, che senza la coscienza degli errori del passato, senza il loro superamento, è destinato a restare tale e quale dov’è ("superare", beninteso, significa innanzi tutto capire, e accogliere quanto di buono può esserci in ciò che si supera).

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Natalia Shchedrova, "Green house"


Poeticamente insomma non si va da nessuna parte se non si riconosce un fatto: la poesia italiana del Novecento - che pure non è stato, l’abbiamo già detto più volte, un siglo de oro splendido e irripetibile - presenta scarso interesse dopo una data che potremmo approssimativamente fissare intorno al 1960.
Non si vorrà negare che anche dopo di allora la poesia abbia baluginato qua e là, che abbia balbettato in qualche momento: ma non ha parlato, né tantomeno cantato.

È il segreto di Pulcinella, sia chiaro. Chiunque abbia sottomano i testi e non ragioni per slogan sa perfettamente che dopo il 1960 si resta a bocca asciutta. L’importante è ammetterlo apertamente. In questo quarantennio si sono fatte tante cose, si è fatta della politica, della semiotica, della psicoanalisi, perché no della sana goliardia, ma non si è fatta della poesia, o se ne è fatta poca e quasi per sbaglio. "Il perché", se esiste un perché da trovare, non interessa più di tanto.

In maniera più o meno aurorale ed embrionale, più o meno senza saperlo esprimere in frasi compiute, tutti sanno cosa sia la poesia, e sono liberi, al di là dell’influsso che possono esercitare mode o temperie, di sceglierla o di scegliere altro. Bene, in questi anni si è scelto dell’altro. È successo anche altrove nella storia delle letterature, è un fenomeno piuttosto ricorrente, non uno scandalo intollerabile. Questo "altro" ha lumeggiato alcuni punti della poesia che altrimenti sarebbero rimasti oscuri, e quindi in un’economia generale avrà degli effetti benefici: esistono elementi della poesia prodotta nel periodo sopra ricordato che, ricondotti dall’ipertrofia dissennata a una giusta misura, potranno avere sicuramente un futuro all’interno del linguaggio poetico.

Se si vuole andare "oltre", non condannandosi a un ulteriore quarantennio di esercizi per i quali si è già dato ampiamente, bisogna avere consapevolezza di questo. Un discorso deve essere ripreso, dimenticando la ricreazione che c’è stata nel mezzo: e i discorsi devono essere riannodati da dove sono stati interrotti, ripassando anche quello che si era detto prima, se nel frattempo è stato dimenticato.

Prima pubblicazione su Phemios


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30.07.2017